La schiavitù e l'America

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La schiavitù e l'America

Messaggio  P.G.T. Beauregard il Lun 16 Feb 2009 - 19:17

Scrivete tutto ciò che pensate riguardo alla schiavitù ovvero quanto contribuì allo scoppio della guerra, quanto influenzò gli Stati Uniti e quanto gli Stati Confederati, il suo peso durante la guerra, ecc.

Ciao,
Beauregard

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Re:la schiavitù e l'America

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Lun 16 Feb 2009 - 20:34

In generale la schiavitu' è una delle cose peggiori per un individuo, togliere la liberta' non è assolutamente pensabile, per questo motivo se la guerra fosse stata combattuta per la liberta' dei negri, la mia uniforme sarebbe stata blu. Parlando degli Stati Confederati se essi avessero conquistato l'indipendenza ora non ci sarebbe sicuramente più, del resto negli Stati Uniti fino a pochi anni, erano ancora discriminati nonostante avessero combattuto così duramente per la loro liberazione. Neutral

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la schiavitù e l'america

Messaggio  R.E.Lee il Mar 17 Feb 2009 - 11:36

volevo dire la mia sul tema iniziato da lloyd su un altro topic.
fino a poche decine di anni fà, era prerogrativa di quasi tutte le nazioni sfruttare la monodopera al minor costo possibile(in qualche nazione tale sistema usa anche oggi). che poi si trattasse di schiavitù, servi della gleba, braccianti o semplici operai, il fine era sempre quello: produrre al minor costo possibile sfruttando il lavoro degli umili.
non colpevolizzerei gli stati uniti che hanno fatto quello che facevano tutti gli altri stati, fermo restando che la schiavitù, è forse la peggiore cosa di cui si sia mai macchiato l'essere umano.

ciao
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Schiavi e padroni senza leggende

Messaggio  Ospite il Ven 20 Feb 2009 - 22:46

l Sud degli Stati Uniti continua ad essere ben vivo nel nostro immaginario collettivo. Milioni e milioni di persone hanno visto e rivisto il kolossal Via col vento, tratto dal fortunatissimo bestseller di Margaret Mitchell; e innumerevoli lettori di varie generazioni hanno versato lacrime sulle pagine de La capanna dello zio Tom. Ma quanti altri film, romanzi e saggi di studiosi si potrebbero citare, quanti documentari in cui compaiono gli uomini del Ku-Klux-Klan alla caccia di «negri», le truppe inviate da Eisenhower e altri presidenti per porre fine all' odiosa segregazione razziale, l' immensa marcia di Washington guidata da Martin Luther King, i riots scatenati dagli opposti estremisti bianchi e neri. Orbene, nell' immaginario popolare convivono due modelli contrapposti: quello dove i padroni sudisti sono idealizzati in un alone di benevolo paternalismo verso i loro schiavi e quello della Capanna, da cui emerge una casta di padroni cattivi, spesso spietati. Chi voglia uscire dagli stereotipi e cercare di capire in maniera seria ed equilibrata quale sia stato il corso dell' intera vicenda ha un' occasione di approfondimento da non perdere: la lettura di La spada e le magnolie. Il Sud nella storia degli Stati Uniti, edito da Donzelli (pagg. 227, euro 29), di Raimondo Luraghi, delle cui opere mi limito qui a citare la ben nota Storia della guerra civile americana. Il libro parte dalle origini - da quando «nel 1619 un negriero olandese sbarcò a Jamestown venti schiavi neri africani», impiantando nel Sud «la macchia infamante della schiavitù», e nel 1620 giunsero nel Nord i «Padri pellegrini», dissidenti protestanti inglesi che fondarono il primo nucleo della colonia del Massachusetts. Si gettarono fin da allora le basi di due tipi di società. Il primo dominato da un' élite di bianchi, padroni della terra e dei neri dediti a coltivarla. Il secondo animato dai valori di una borghesia attiva e industriosa. Il primo caratterizzato dalla superiorità di ricchi ispirati a un ideale di ozio aristocratico che invocava per legittimarsi l' esempio della Grecia antica divisa in liberi e schiavi, orientati a sviluppare in economia la monocultura, a coltivare l' orgoglio di casta, a godere dei piaceri della caccia, a considerare l' esercizio del potere e della politica come dovere e onore con uno spirito combattivo pronto alla difesa della «peculiare istituzione» (la schiavitù) e della «comunità padroni-schiavi». Il secondo teso allo sviluppo del commercio, dell' industria, dell' agricoltura, nel contesto di una libera iniziativa scatenata e di una mentalità borghese acquisitiva spiritualmente plasmata dallo spirito protestante e capitalistico. Dunque, da un lato una società statica, dall' altro una società dinamica, che convissero sino al grande scontro: la guerra civile del 1861-65. E convissero, dopo la formazione degli Stati Uniti, per oltre settant' anni assegnando alla classe dominante del Sud il primato politico (e infatti dei primi cinque Presidenti ben quattro furono esponenti del Sud) e a quella capitalistica del Nord il primato economico. Nel delineare i rapporti sociali esistenti tra padroni bianchi e schiavi neri, Luraghi osserva come nell' epoca della rivoluzione industriale il regime di dominio, pur con tutta la violenza e la durezza in esso intrinseche, fosse, salvo naturalmente che di fronte a disubbidienze e ribellioni, largamente improntato ad un paternalismo per cui la condizione degli schiavi risultava - come ebbero a sottolineare, tra gli altri, non soltanto il leader sudista Calhoun, ma anche Lamennais e lo stesso Engels - relativamente migliore di quella degli operai europei e nordamericani, perché, pur comprati e venduti com' erano, non venivano però gettati sul lastrico a seconda delle congiunture del mercato e disponevano sempre di una misera pagnotta e di un tetto traballante. Molto persuasive paiono le pagine dedicate dall' autore alla natura e alla specificità della guerra civile. Questa non ebbe la sua causa prima nella difesa della schiavitù, dal momento che «la schiacciante maggioranza del Nord era ostile al programma abolizionista», ma in un' incompatibilità, cresciuta fino al punto di rottura, tra due mondi. Il Sud fu spinto al conflitto da un' ondata di emotività, di frustrazione, di volontà di ultima salvaguardia della propria identità minacciata, di avversione nei confronti di tutto ciò che «il Nord era diventato» per effetto dello sviluppo capitalistico e dei rapporti sociali che ne erano derivati e a cui «tutta la tradizione, la mentalità, la scala di valori del Sud ripugnava». E così la difesa diventò attacco. La guerra esaltò in maniera estrema la combattività dei sudisti, che lottarono senza compromessi, con una drammatica inferiorità di risorse, in un clima di esaltazione e di determinazione irrazionale, fino all' autodistruzione. La seconda parte del libro di Luraghi è dedicata a raccontare e analizzare «il lungo viaggio» compiuto dal Sud nell' ultimo quarantennio dell' Ottocento. Un periodo di depressione, segnato dalla sua riduzione a «colonia» del Nord, dall' arretratezza economica, dal rinnovato e incattivito razzismo dei bianchi, e soprattutto di quelli poveri, nei confronti dei neri, formalmente liberi ma socialmente più che mai asserviti, soggetti a violenze e segregazione sociale e politica, dalla incoercibile nostalgia degli sconfitti per l' idealizzato mondo perduto reso oggetto di culto e di riti, dal formarsi di «due società parallele, di cui una inferiore all' altra». Poi ebbe inizio quello che Luraghi definisce il «ritorno» del Sud, arricchito da una vivace rinascita culturale. In vero un lungo e quanto mai tormentato ritorno, culminato nelle grandi lotte per porre fine alla segregazione dei neri, di cui Martin Luther King, assassinato nel 1968, fu il maggiore anche se certo non l' unico eroe. Esso prese avvio con l' elezione alla presidenza di un uomo del Sud come Wilson nel 1912, e proseguì con l' opera di altri presidenti democratici come F. D. Roosevelt, Truman, Kennedy e Johnson, senza dimenticare il repubblicano Eisenhower. Alla fine, bianchi e neri del Sud hanno potuto raggiungere uno stato di civile convivenza. Una sorta di paradosso è che il risultato del processo mostra, nota Luraghi, come oggi nel Sud la condizione dei neri sia migliore che non nei ghetti delle grandi metropoli del Nord, nel quale essi non erano mai stati schiavi, ma dove, come aveva a suo tempo osservato Tocqueville, il bianco «tanto più si allontana dal negro quanto più teme di confondersi un giorno con lui».

La Repubblica, dicembre del 2007. MASSIMO L. SALVADORI

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Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 21 Feb 2009 - 9:45

Caro Lloyd,mi associo in pieno in merito al tuo post precedente per quanto concerne l'ultimo libro che ha scritto il prof. Luraghi "La spada e le magnolie".Detto libro,che ho letto,l'ho citato anch'io più volte in altri post.Il professore descrive,in modo originale, tutta la storia del Sud americano dalla nascita delle colonie fino ai nostri giorni,con il suo solito stile narrativo avvincente.In realtà,il libro parla,sia pur brevemente, di tutta la storia degli Stati Uniti,prendendo,come punto di riferimento,le condizioni del Sud. Io, non sempre sono d'accordo con le opinioni del professore,ma bisogna ammettere che il libro è molto bello e si legge di un fiato.
Comunque,un altro capolavoro scritto dal prof. Luraghi, tanti anni fà,sul tema,è il libro "Gli Stati Uniti",edito da Utet,della collana "Storia dei popoli e delle civiltà",purtroppo ormai introvabile.

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Re:La schiavitù e l'America

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Sab 21 Feb 2009 - 10:56

Caro Custer, sai se il libro "La spada e le magnolie" e' ancora reperibile? si tova ancora in libreria oppur devo fare una ricera in internet.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 21 Feb 2009 - 11:16

Cheatham,io l'ho comprato su internet,comunque le librerie Feltrinelli dovrebbero avere ancora qualche copia,ma ho l'impressione che,tra non molto, nelle librerie non si troverà più.

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La schiavitù !

Messaggio  Stand Watie il Dom 8 Mar 2009 - 18:46

Nel 1974 due professori della Rochester University economisti nonchè matematici, Fogel e Stanley,usando le tecniche dell'econometria hanno sottoposto una montagna di documenti agli elaboratori per ottenere una visione globale del fenomeno. I loro lavori aprono una strada interessante agli studi storici,quella dei "cliometristi" (da Clio musa della storia).per riprendere il loro stesso termine.La loro inchiesta concerne 2.500 schiavi.I dati assimilati ed inglobati dagli elaboratori,analizzati poi dai due ricercatori,insegnano che la schiavitù non era un sistema economico anacronistico e inefficiente,ma,secondo il Prof.Fogel "l'industria di punta dell'epoca". L'agricoltura praticata dagli schiavi era più redditizia del 35% rispetto all'agricoltura libera.Gli schiavi,infatti,non erano lavoratori pigri e negligenti che sono stato spesso descritti,ma buoni operai spesso più abili dei bianchi.Per quanto riguarda la sorte degli schiavi,sembra che le famiglie non fossero sistematicamente divise dai mercanti desiderosi di farne "commercio".I proprietari di schiavi invece,avevano un interesse economico a mantenere unite le famiglie e a vigilare sulla loro buona condotta morale. Le donne non erano affatto costrette a dividere il letto dei loro padroni.In generale non avevano rapporti sessuali prima del matrimonio. I negri non erano costretti a lavorare fino all'esaurimento,ma erano invece ben nutriti,bel alloggiati,ben vestiti,senza dubbio più che per filantropia per via dl loro ruolo essenziale nella produzione.
Le opere degli abolizionisti invece presentano la schiavitù come una mostruosa tirannia.I coltivatori sono avidi e sadici,brutali o degenerati.I negri vengono torturati con raffinata crudeltà.Una letteratura pletorica evoca i supplizi atroci ai quali questi disgraziati sarebbero stati sottoposti.Vi descrivono,con una compiacenza sospetta,i volti segnati dal ferro rovente,i cani feroci addestrati appositamente ad assalire i negri,senza dimenticare pesanti allusioni agli oltraggi subiti dalle gracili schiave.
Il monumento del genere è " La capanno dello zio Tom" pubblicato nel 1852 da Harriet Beecher Stowe,che, moglie di un professore dell'Ohio,non ha mai visto il Sud. La sua fonte principale è infatti un opuscolo abolizionista pubblicato a New York nel 1839,pieno di errori e privo di senso storico.Questa specie di libro solleverà la collera e l'indignazione del Sud !!

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Dom 8 Mar 2009 - 21:14

Più che altro, il libro, appena uscì, fu preso al sud come poco credibile e quindi non certo pericoloso come fu.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Ven 22 Mag 2009 - 18:49

Beall,allora siete favorevole alla schiavitù?Pure al giorno d'oggi?

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Ven 22 Mag 2009 - 18:55

Ed perchè dovrei esserlo, scusate? La questione non era se si fosse o meno favorevoli alla schiavitù, ma se la presenza della schiavitù rendesse o meno uno stato democratico. Io credo di avervi posto domande semplici nel chiedervi se gli Stati Uniti d'America del 1776 fossero uno stato democratico o meno. Non è una domanda da poco, essendo che se mi dite di si, dovete spiegare come potessero esserlo con la schiavitù, se dite di no, signnifica che i tre documenti citati altrove, ovvero la Dichiarazione d'Indipendenza, gli Articoli della Confederazione e la Costituzione degli Stati Uniti d'america sono documenti non democratici approvati da assemblee non democratiche in quanto approvanti la schiavitù.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Ven 22 Mag 2009 - 19:00

Beall abbiamo opinioni differenti.Per me,uno Stato che si regge sulla schiavitù non può ritenersi uno stato democratico,anche secondo i canoni di allora.Mi stavo riferendo a quel periodo storico,non ai precedenti.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Ven 22 Mag 2009 - 19:06

Perdonate: ma come si fa? La Storia degli Stati uniti non è iniziata nel 1860, come si può parlare della schiavitù nel 1860 senza tener conto dei periodi precedenti? Gli Stati Uniti d'America si sono dichiarati indipendenti, hanno scritto la legge che ora è il faro del mondo e sonovissutiper 80 anni come uno stato schiavista prima della guerra civile. Lincon stesso avrebbe voluto offrire la continuazione della schiavitù come "moneta di scambio" pur di preservare la pace. Ora, se voi dite che gli Stati confederati non erano democratici, perchè gli Stati uniti che avevano la schiavitù e che erano disposti a far rimanere lo status quo ante in cambio del rientro della secessione, erano democratici? Se

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Messaggio  George Armstrong Custer il Ven 22 Mag 2009 - 19:40

Mi sembra che al Nord la schiavitù era stata gradualmente abolita.Sia chiaro,non voglio difendere il Nord come caposaldo di democrazia in quel periodo storico,ma credo che tutti voi riteniate che la schiavitù era un istituzione infame,che un paese che si definisca civile,alla fine,è tenuto ad abolirla.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Ven 22 Mag 2009 - 20:42

Perdonate, ma nel nord non vi era l'abolizione; il maryland era un paese schiavista e per questo fu occupato militarmente per impedire che esprimesse la sua volontà di secedere. Addirittura vi era il dovere di restituire gli schiavi fuggiaschi.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Generale Meade il Lun 19 Ott 2009 - 21:25

Se può aiutare l'argomento, vi trascrivo una legge del 1740 che dice testualmente:

"Nel caso in cui una persona voglia intenzionalmente tagliare la lingua, cavare un occhio, o crudelmente scottare, bruciare o privare uno schiavo di un arto o di un membro, o infliggerli un qualsiasi castigo crudele che non sia la fustigazione o l'uso della frusta pesante, o di cuoio di vacca, o della verga o della bacchetta, o della gogna oppure il carcere, questa persona dovrà per ogni reato di questo tipo pagare una somma di 100 sterline, moneta corrente".
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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Lun 19 Ott 2009 - 21:52

E La situazione si inasprì alquanto sicchè chi ledeva od addirittura uccideva uno schiavo rischiava moltissimo.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  P.G.T. Beauregard il Lun 19 Ott 2009 - 22:12

Di fatti avevo letto che nel 1850 a fare del male a uno schiavo si rischiavano pene molto più gravi rispetto a quelle ricevute nel caso si fosse aggredito un bianco.

Ciao,
Beauregard

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Lun 19 Ott 2009 - 23:06

Il che sfata gran parte della letteratura abolizionista dell'epoca.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  George Armstrong Custer il Mer 21 Ott 2009 - 14:26

Ho trovato l'articolo che segue su internet, esso parla delle condizioni degli schiavi in America.www.viveresenigallia.it/

"Gli stati del sud regolarono con delle leggi le condizioni degli schiavi negri, e come accennavamo sopra queste furono molto repressive: essi non potevano avere proprietà, portare armi da fuoco, riunirsi con altri neri se non in chiesa, abbandonare la proprietà del padrone senza permesso, deporre come testimoni in tribunale contro un bianco, sposarsi legalmente. Era vietato loro anche imparare a leggere e a scrivere.
E’ difficile fare un quadro generale sulla vita e la condizione degli schiavi: esso dipendeva dalla regione in cui vivevano, dal raccolto, dalla stagione, e dal carattere dei singoli padroni. Pur tuttavia lo schiavismo fu un sistema basato essenzialmente sulla paura. Per quanto crudeltà e brutalità non fossero la regola, spesso non si riusciva a frenare la violenza cui anche il migliore dei padroni poteva soccombere, e ancora più difficile era impedire eccessi a padroni violenti, sadici e ubriaconi.
Se la fustigazione era la punizione più comune, non era affatto la più severa; dalle cronache degli stessi giornali del sud di quel periodo si possono leggere storie di marchiature a fuoco, mutilazioni, impiccagioni, privazioni deliberate di cibo e torture.
Comunque la vera degradazione della schiavitù non era fisica, ma psicologica: essa ingenerava spirito di dipendenza e d’incapacità e minava la consapevolezza del proprio valore. I presidenti Washington e Jefferson pensarono entrambi all'eventualità di abolire la schiavitù, ma di schiavi ne possedevano molti anche loro. Il primo decise di liberare i suoi solo alla sua morte (nella tomba non gli servivano), mentre Jefferson conservò quel capitale anche per gli eredi."

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Mer 21 Ott 2009 - 14:48

Non bisogna dimenticare che comunque la condizione degli schiavi del meridione era di molto superiore a quella dei loroomologhi liberi nei ghetti di washington o Nuova York.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Mer 21 Ott 2009 - 19:37

Caro Beall quello che dici è vero, ma purtroppo è anche vero che una misera condizione può essere migliorata fosse anche in mille anni, mentre la schiavitù rimane a discrezione del padrone.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Ospite il Mer 21 Ott 2009 - 20:25

Questione teoricamente ineccepibile ma del tutto relativa visto che la cosiddetta possibilità di migliorare che offriva la società nordista era il corrispettivo sociale della scrematura o della teoria darwinistica visto che, per ogni "schiavo" industriale nero, italiano, irlandese o cinese che riusciva ad elevarsi socialmente vi erano decine di migliaia di altri schiavi che dovevano morire. Non dimentichiamo che si diceva che nelle miniere venivano fatti entrar ei canarini solo se prima un irlandese era sopravvissuto e cos edel genere. Il padrone meridionale aveva l'obbligo e l'interesse di garantire agli schiavi vitto, alloggio, vestiario adeguato e protezione. Se parliamo della piantagione del presidente Davis, ad esempio, ricordiamo anche che l'amministrazione della giustizia interna era affidata a tribunali composti da schiavi anziani e che Davis stesso manteneva per sè solo il diritto di veto in caso ad uno schiavo fossero state comminate fustigate eccessive od addirittura la morte. In alcune piantagioni addirittura alcuni schiavi erano armati per formare una sorta di polizia interna della piantagione e cose simili. Lo schiavo del nord, uomo, donna o bambino che fosse, poteva arrivare a lavorare anche 16 ore al giorno senza vera remunerazionenelle fabbriche, a vivere in centinaia in tuguri luridi senza cibo od acqua fino alla propria morte per essere sostituito il giorno stesso da qualche altro disperato sbarcato da una nave al molo a fianco. Proprio per questo, per ogni italiano, irlandese, tedesco, cinese e via dicendo che ha avuto successo od una vita dignitosa in America dobbiamo chiederci quanti loro connazionali sono morti come cani o come personaggi manzoniani senza pietà alcuna.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  George Armstrong Custer il Mer 21 Ott 2009 - 21:17

L'argomento è stimolante e pertanto vi posto il seguente articolo tratto da "alessandroportelli.blogspot.com/."

La Virginia si scusa per la schiavitù. E adesso? (Manifesto 28.2.07)

La schiavitù è stata abolita negli Stati Uniti nel 1863. Nel 2007, il parlamento dello stato della Virginia ha deciso che era stata un crimine e ha chiesto scusa agli afroamericani . Un atto dovuto, e tutto sommato giusto, anche se un po’ in ritardo. D’altronde, la Chiesa cattolica ha impiegato qualche secolo a riconoscere che Galileo aveva ragione e la terra gira intorno al sole; lo stato del Massachusetts ha aspettato mezzo secolo dopo la loro morte prma di ammettere che Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti non avevano avuto un giusto processo; e il presidente Clinton e la segretaria di stato Madeleine Albright hanno chiesto scusa per i bombardamenti all’Honduras quarant’anni dopo. Però, in questi anni di risorgente “medioevo”, con la riabilitazione della tortura, la cancellazione dell’habeas corpus, il risorgere delle teocrazie, il ritorno dell’accusa del sangue e revisionismi storici di ogni genere, che un’istituzione rinneghi almeno la schiavitù è a suo modo confortante.
La schiavitù evoca immediatamente immagini di orrore: la frusta, lo sfruttamento nei campi di cotone, le violenze sulle donne, le famiglie fatte a pezzi, i cani alla caccia dei fuggiaschi nelle paludi… Eppure, nel più importante romanzo moderno sulla schiavitù, Toni Morrison sceglie di rappresentare una piantagione modello, con un padrone umano che tratta gli schiavi come persone e non come cose – e lo fa per sottolineare un orrore più profondo, che sta nell’esistenza stessa dell’istituzione schiavista, negli Stati Uniti e altrove: la riduzione legale di un essere umano a proprietà un altro essere umano, giuridicamente equiparabile a un mobile o a un cane.
“Fummo tutti allineati insieme per l’inventario,” scrive Frederick Douglass, nella sua memorabile autobiografia di ex schiavo (1844): “Uomini e donne, giovani e vecchi, sposati e celibi, tutti messi in fila con I cavalli, le pecore, i maiali. C’erano cavalli e uomini, buoi e donne, maiali e bambini, tutti collocati sullo stesso piano di esistenza, e tutti soggetti allo stesso accurato scrutinio….”
Anche se il trattamento non è inumano, allora, questo dipende solo dalla soggettività del proprietario, che può cambiare ida quando gli pare. O dal fatto che, con il passaggio della proprietà ad altri, e ricomincino gli orrori.
Perciò, quelle che non senza ragione chiamiamo le moderne forme di schiavitù (e ce ne sono, in certi campi di lavoro nascosti in Florida, e in tante parti del “terzo mondo”) hanno in comune le violenze e le costrizioni, ma somigliano più a carceri, campi di lavoro forzato, lager che alla schiavitù in senso stretto: manca l’orrore freddo della proprietà dell’uomo sull’uomo. E sono fuori legge; la schiavitù per cui chiede scusa il parlamento della Virginia era non solo legale, ma era la pietra angolare di una società intera, in un paese per altri versi alfiere di libertà.
In Kentucky, un anziano signore, proprietario di miniere e discendente di piantatori dell’Alabama, mi mostra con orgoglio il libro-inventario della piantagione dei suoi avi, redatto in occasione della divisione della proprietà per eredità. Ben incolonnati, ci sono i nomi degli schiavi, età, valore di mercato e una colonna di commenti. Accanto a qualche nome c’è scritto “ruptured,” rotto; non c’è scritto né come né perché, ma solo che il suo prezzo cala in proporzione. Guarda caso, questo signore e suo padre sono stati gli ultimi proprietari di miniere in America ad accettare di firmare il contratto col sindacato minatori: le eredità della schiavitù durano a lungo.
In un altro straordinario romanzo recente, Legame di sangue(Kindred), Octavia Butler immagina una protagonista risucchiata nel tempo dalla California di oggi alla Virginia schiavista. Quando finalmente riesce a tornare indietro, lascia letteralmente un braccio, strappato dal suo corpo, laggiù in quel passato: se il viaggio nel tempo è una metafora della memoria, allora quel braccio rimasto nel passato significa che in quel passato ci stiamo ancora dentro, che è un pezzo di noi. Legami di sangue, appunto: non solo sul piano letterale, derivanti dalle violenze dei padroni sulle schiave, ma su un piano più profondo, per cui la schiavitù non è solo una trauma nella storia dei neri ma sta dentro le vene dell’America intera. Non basta un voto in parlamento per liberarsene.
“In quel momento,” scrive Douglass commentando la scena dell’inventario, “vidi più chiaramente che mai gli effetti disumanizzanti della schiavitù tanto sullo schiavo quanto sullo schiavista.” Sono intuizioni come queste che fanno della sua autobiografia un capolavoro. Perché Douglass si rende conto che, mentre negano giuridicamente che gli schiavi siano esseri umani, i padroni sanno benissimo che lo sono; e allora, per negare la loro umanità devono sopprimere anche la propria. Ed è in questo effetto disumanizzante sull’aguzzino che la piantagione somiglia a tutte le situazioni in cui una persona ha potere totale su un’altra, e può prendere un prigioniero iracheno e metterlo al guinzaglio insieme ai cani, neanche per “valutarlo” ma per divertirsi.
Per questo, chiedere scusa per la schiavitù va bene, ma bisogna pure trarne le conseguenze, e dire basta a tutte le situazioni del genere – cosa che il parlamento della Virginia si guarda bene dal fare. E poi, come in tutte queste richieste di scuse che abbiamo visto negli ultimi tempi, l’atto di chiedere scusa dovrebbe accompagnarsi al fare qualcosa per rimediar, se possibile, gli effetti dei crimini passati. La casa di produzione di Spike Lee si chiama “40 Acres and a Mule,” in ricordo della promessa non mantenuta di un po’ di terra e un mulo per coltivarla fatta agli ex schiavi dopo la guerra civile. Non alla lettera, certo, ma forse sarebbe ora di darglieli, questi quaranta acri, o il loro equivalente moderno: quaranta acri di giustizia, di uguaglianza, di cittadinanza, di rappresentanza politica. Nel corso del tempo, i discendenti degli schiavi hanno strappato molte conquiste ai discendenti degli schiavisti; sarebbe il caso di portare a termine l’opera, coi fatti e non con le parole.

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Re: La schiavitù e l'America

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Mer 21 Ott 2009 - 22:56

Caro Custer hai postato un bell'articolo.

Salutoni Claudio
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Re: La schiavitù e l'America

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