Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

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Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Dom 22 Gen 2012 - 18:45

Visto l'interesse e le discussioni che animano il Forum in merito alla controversa figura del generale confederato Johnston, spero di fare cosa gradita a tutti gli utenti, illustrando vita e carriera del condottiero.

Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Premessa

Poche figure nella breve, ma gloriosa storia degli Stati Confederati d’America, hanno attratto più polemiche e discussioni di quella del generale Joseph Eggleston Johnston. Se si considera che egli è stato l’unico comandante sudista a cui furono affidate le sorti dei due principali teatri di operazione durante la guerra di secessione americana, vale a dire dapprima il fronte virginiano e poi quello più vasto dell’Ovest, si può ben capire il perché di tale interesse tra gli interpreti e storiografi del periodo. Dopo un lasso di tempo di relativa fortuna finite le ostilità, dovuta però in gran parte alla penna di suoi amici, ammiratori e parenti, autori di vere e proprie agiografie di Johnston piuttosto che di obiettive ricostruzioni della sua vita e della sua condotta, la sua reputazione ha cominciato a vacillare sotto i colpi netti e precisi della più recente corrente storiografica militare dedicata alla guerra civile americana. Sicché il bilancio circa l’operato di Johnston appare oggi, se non del tutto negativo, quantomeno sbilanciato verso un complessivo giudizio sfavorevole (1). Tra i suoi stessi contemporanei, peraltro, non mancavano le voci discordi. Mentre per alcuni, specie tra gli ufficiali confederati più giovani, le sue qualità di stratega erano considerate persino superiori a quelle di un Lee, per altri ancora, la sua condotta, reputata troppo prudente, veniva messa alla berlina. Secondo il giudizio del generale confederato James Longstreet, Johnston e non Lee era “il più abile e capace”tra i comandanti sudisti (2). Nelle sue memorie di guerra,l’ufficiale di stato maggiore Robert Stiles scrisse che Johnston, come soldato “non credo abbia qualcuno superiore a lui, se non addirittura un suo pari, su questo continente” (3) ; un altro ex giovane ufficiale della Confederazione, Henry Kid Douglas, sostenne che “per chiarezza di giudizio militare e capacità di capire e trarre vantaggio da ciò che erroneamente viene definita <<la situazione>> [il] generale Johnston non venne superato da alcun generale in entrambe le armate” (4) . Del resto il tenente colonnello Arthur James Lyon Fremantle, distaccato come osservatore britannico presso il comando sudista, annotò nel suo diario come “molti ufficiali mi hanno riferito che essi non lo [Johnston] considerano inferiore come generale a Lee o a qualsiasi altro”(5) . Eppure il tenente Oscar Hinrichs, assegnato come ingegnere presso il comando di Johnston all’inizio del 1863, pur considerandolo un comandante pieno di qualità, annotava nel suo diario che “l’inimicizia esistente tra lui e il Governo sembra sia stata causata dalla sua vanità e dal fatto che non ha combinato nulla” ammettendo che “egli è stato occupato più in ritirate che in qualsiasi altra cosa” (6) . A parere di Robert Gallick Hill Kean, impiegato presso il ministero della guerra sudista “[Johnston] è davvero un piccolo uomo, non ha compiuto alcunché, pieno di sé stesso […] divorato da una morbosa gelosia [nei confronti] di Lee e di tutti i suoi superiori in posizione, grado o fama. Io temo i più gravi disastri dal suo comando nel dipartimento occidentale” (7) . Nell’estate del 1864, la voce delle continue ritirate di Johnston era così diffusa che Richard Washington Corbin, ufficiale distaccato in Virginia presso lo stato maggiore del generale Charles W.Field, commentando il recente cambio al vertice dell’Armata del Tennessee, scriveva al padre che “Johnston si comporta con prudenza all’eccesso. Si dice [da parte degli ufficiali interrogati da Corbin, nda] scherzosamente che egli intenda stabilire la propria base di operazioni nel Golfo del Messico e di qui lanciare dei ponti per Cuba in preparazione di un movimento di ritirata” (n8) . Dopo aver letto le poderose memorie di guerra scritte dallo stesso Johnston (Narrative of Military Operations during the Civil War, New York: Appleton, 1874, oltre 600 pagine), l’ex ufficiale di stato maggiore di Lee, il colonnello Charles Marshall, con sarcasmo si domandava retoricamente quali spazi della libreria dovessero essere riservati alle vite di chi aveva compiuto qualcosa, se un volume così corposo come quello di Johnston, era stato scritto per spiegare perché le cose non erano state fatte (9).
A distanza di 150 anni da quegli avvenimenti, è forse possibile, finalmente, cercare di darne un ritratto a tutto tondo, scevro da partigianeria o malanimo.

1.L’educazione e l’arruolamento nell’esercito.

Joseph Eggleston Johnston era nato il 3 febbraio 1807 nelle vicinanze di Farmville, Virginia. Il padre, Peter Johnston aveva combattuto nella Guerra d’Indipendenza americana, servendo nello stato maggiore di Henry “Light Horse Harry” Lee - leggendario e amatissimo comandante di cavalleria nonché genitore del futuro generale confederato Robert Edward Lee – di cui era divenuto fidato collaboratore, guadagnandosi così il grado di tenente colonnello nel neo-nato esercito americano. Finita la guerra, Peter Johnston si era dedicato dapprima alla vita politica facendosi eleggere come rappresentante alla camera dei rappresentanti della Virginia e poi era divenuto giudice. Mary Valentine Wood Johnston, la madre, era nipote di Patrick Henry, famoso politico virginiano e uno degli eroi della patria americana (10) . Nel 1811 la famiglia Johnston si era trasferita ad Abingdon nel sud-ovest della virginia: in apparenza, una località sperduta tra i monti, distante oltre 400 chilometri dalla città più vicina, posta ai confini con il Tennessee, ma che in realtà costituiva un importante centro di influenza politica. L’educazione del piccolo Joseph procedette tra giochi all’aperto, battute di caccia e la frequentazione della locale scuola, la Abingdon Academy; cresciuto nel mito delle battaglie rivoluzionarie - nella contea di Abingdon era stata combattuta nel 1780 la battaglia di King’s Mountain e i reduci erano numerosi - e delle imprese del padre, fu giocoforza per lui chiedere di essere ammesso a West Point (11) . Fu così che nel 1825 egli entrerà all’Accademia Militare, nella stessa classe di R.E. Lee. Non pochi hanno sottolineato come sin da allora Johnston abbia instaurato un’inconscia forma di rivalità con Lee, finendone schiacciato: roso dall’invidia per lo straordinario curriculum accademico compilato dal compagno d’accademia, Johnston vivrà i successivi anni costantemente nell’attesa di sopravanzare l’antico amico-rivale; se ciò sia vero, è difficile da stabilire: Johnston molti anni dopo ricorderà solo che in quel periodo “ammirava e amava [Lee] più di ogni uomo al mondo” (12) ; i due, entrambi virginiani, strinsero una forte e franca amicizia: peraltro sarà proprio dalle labbra del suo compagno di studi e amico che Johnston riceverà la notizia della morte del padre. Sta di fatto che Lee si licenzierà al secondo posto (su quarantasei) nella graduatoria dell’anno accademico 1829, senza riportare alcuna nota di demerito; Johnston al tredicesimo, una posizione più che brillante, con poche e poco significative note di biasimo. Assai portato per la lingua francese e l’astronomia, Johnston nei primi anni a West Point giunse ad occupare l’ambita carica di cadetto sottotenente, per poi perdere nell’ultimo anno il titolo: forse in seguito ad un problema agli occhi che gli impediva di vedere con nitidezza di notte o, più probabilmente, per decisione di Sylvanus Thayer, allora Sovrintendente dell’Accademia Militare, che giudicava Johnston eccessivamente pieno di sé e sprezzante, al punto da essersi guadagnato il nomignolo de “The Colonel” presso gli studenti (13). Sempre a quel periodo si data la conoscenza con Jefferson Davis, anch’esso studente a West Point, ma in una classe più anziana. Finita la guerra, verrà messa in circolazione la leggenda di un'inimicizia con Johnston sorta in quegli anni per futili motivi. La voce, molto probabilmente creata da partigiani di quest'ultimo onde screditare l’ex Presidente confederato, addossandogli il peso della sconfitta per un rancore mai sopito che lo avrebbe condotto alla rimozione del futuro generale confederato nel 1864 nel corso della campagna di Atlanta, fu poi raccolta da un poco scrupoloso biografo di Davis e creduta autentica. Frequentando la Benny Haven’s Tavern, un locale ove venivano serviti liquori e frequentato dai cadetti in libera uscita in cerca di emozioni, i due vennero alle mani per una ragazza, forse la moglie del proprietario del locale: il più giovane (e meno alto e prestante) Johnston avrebbe avuto la meglio sul più anziano Davis, al suo ultimo anno, facendolo divenire lo zimbello degli altri cadetti . Mentre non esiste alcuna conferma della veridicità dell’episodio, è persino dubbio che Johnston abbia mai messo piede nel locale (14).

1. Vedi nota bibliografica in calce all’articolo.
2. Cfr. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, Philadelphia: Lippincott, 1896, p. 100. Già nel 1879, intervistato dalla rivista Philadelphia Weekly Times, Longstreet spiegò le ragioni del suo giudizio su Johnston e perché lo ritenesse superiore a R.E.Lee; tra l’altro, nel corso dell’intervista, egli tornò sulle ragioni della sconfitta di Gettysburg, dando così nuova linfa alla più famosa controversia della guerra civile americana. Il testo di H.W. Grady, An Interview with General Longstreet, è riprodotto integralmente come appendice in P. Cozzens (a cura di), Battles & Leaders of the Civil War, Volume 5, Chicago: University of Illinois Press, 2002, pp. 686-695.
3. R. Stiles, Four Years under Marse Robert, New York: Neale Publishing Co., 1904, p.90.
4. H.K. Douglas, I Rode with Stonewall, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1940, p. 66.
5. W. Lord (a cura di), The Fremantle Diary, Boston: Little & Brown, 1954, p.93. L'incontro avvenne nell'estate del 1863, a Jackson, nello stati del Mississippi.
6. Diario di O. Hinrichs, cit. in R.K. Krick, “Snarl and Sneer and Quarrel: General Joseph E. Johnston and an Obsession with Rank” in G.W. Gallagher & J.T. Glatthaar (a cura di), Leaders of the Lost Cause. New Perspectives on the Confederate High Command, Mechanicsburg, PA: Stackpole Books, 2004, p.185
7. Annotazione del diario del 27 febbraio 1863 in E. Younger (a cura di), Inside the Confederate Government: the Diary of Robert Garlick Hill Kean, Head of the Bureau of War, New York: Oxford University Press, 1957, p.50.
8. Lettera di R.W. Corbin al padre, 27 luglio 1864 in R.W. Corbin, Letters of a Confederate Officer to His Family in Europe, Paris: Neal’s English Library, 1902, p.56.
9 .Lettera di C. Marshall all’amico G. W. Mindil, 26 aprile 1875. Originale presso la libreria dell’ufficio postale di Fort Monmouth, New Jersey.
10. Sul lignaggio della famiglia Johnston, cfr. R.M. Hughes, General Johnston, New York: Appleton & co., 1893, pp.1-10.
11. Per i dettagli della sua infanzia e adolescenza, cfr. C.L.Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, New York: W.W.Norton, 1992, pp. 9-13.
12. Lettera di J.E. Johnston al senatore Louis T. Wigfall del 14 marzo 1865 riprodotta in L. Wright, A Southern Girl in ’61: War-Time Memories of a Confederate Senator’s Daughter, New York: Doubleday & Page, 1905, p.240.
13. Per gli anni accademici di Johnston e la contrapposizione nascente con Lee, cfr. C.L. Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, cit., pp.14-21.
14. R. McElroy, Jefferson Davis, the Real and the Unreal, 2 voll., New York: Harper and Brothers, 1937, vol.1, p. 19; per la confutazione C.L. Symonds, ”A Fatal Relationship: Davis and Johnston at War” in G.S. Boritt (a cura di), Jefferson Davis’s Generals, New York: Oxford University Press, 1998, pp. 5-6.

(1.- CONTINUA)


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Dom 22 Gen 2012 - 19:15

In attesa del seguito (complimenti per l'ottimo inizio) una domanda: "Il giudizio di Longstreet, riguardante la superiorità di Johnston superiore a Lee, non sarà stato pesantemente influenzato dalla diatriba postwar?"

Claudio
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Jubal Anderson Early il Dom 22 Gen 2012 - 19:20

Attendo con una certa impazienza il seguito.
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Dom 22 Gen 2012 - 19:21

Direi di no Claudio. Esiste una lettera del 1862 di Longstreet diretta a Johnston (allora ancora convalescente per le ferite riportate a Seven Pines) - di cui mi riprometto di pubblicare ampi stralci - nella quale Longstreet si augura persino (pauvre illuse!!) di poter ben presto stappare lo champagne al ritorno di Johnston al comando dell'ANV. Il rapporto tra Longstreet e Johnston era effettivamente molto stretto e i due collaborarono per infangare il generale Huger dopo la sconfitta di Seven Pines. Ma anche su questo mi riprometto di fare un pò di chiarezza, vedrai. Cool

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  George Armstrong Custer il Dom 22 Gen 2012 - 19:24

Caro Banshee, quando l'articolo sarà finito lo pubblicheremo nel sito. Very Happy Very Happy

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Dom 22 Gen 2012 - 19:26

George Armstrong Custer ha scritto:Caro Banshee, quando l'articolo sarà finito lo pubblicheremo nel sito. Very Happy Very Happy

Be' ne deve passare di acqua sotto i ponti Wink Grazie comunque.

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  R.E.Lee il Dom 22 Gen 2012 - 20:17

Caro Banshee,
se il buondì si vede dal mattino, mi sa tanto che ne vedremo delle belle!! Very Happy
Complimenti intanto per l'ottima partenza!


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Lun 23 Gen 2012 - 8:57

Il sottotenente Johnston, una volta licenziatosi da West Point fu assegnato all’arma dell’artiglieria nel 4° reggimento U.S. Dopo due anni trascorsi nella burocrazia militare, tra scartoffie presso il comando reggimentale (Fort Columbus, New York), l’ufficio di giudice presso la corte marziale (Fort Monroe, Virginia) e il distacco presso il Corpo Topografico dell’esercito, Johnston era promosso al grado di tenente. Durante la prima guerra contro la tribù indiana dei Seminoles , nel 1836, Johnston verrà assegnato allo stato maggiore dell’abile generale Winfield Scott come Aide-de-Camp in Florida, senza tuttavia prendere parte attiva ad alcuno scontro: la campagna si rivelò infatti un fiasco completo e dopo appena tre mesi fu sospesa; si trattò, probabilmente, del periodo di minor fortuna militare di Scott.Un anno dopo, Johnston rassegnava le proprie dimissioni dall’esercito, deluso dal sistema delle promozioni in voga all’epoca che, a suo dire, favoriva gli ufficiali che si erano saputi inserire in unità ove era più facile avanzare di grado, piuttosto che i più abili o preparati: “molti ufficiali più giovani di me per combinazione mi sopravanzano nelle graduatorie dell’esercito” si lamenterà con il fratello Beverly Johnston (15) . In realtà, sebbene casi isolati di favoritismo fossero documentati, era prassi che gli avanzamenti in quel periodo avvenissero molto lentamente: si dovrà attendere oltre due decenni prima che Jefferson Davis, in qualità di Segretario alla Guerra, riformi profondamente il sistema, accelerando le promozioni, aumentando le paghe ed istituendo persino un moderno sistema pensionistico (16) . Ma l’atteggiamento di Johnston in quell’occasione già indicava un tratto del suo carattere: un’incapacità connaturata a riconoscere merito e doti negli altri; caratteristicamente, se alcuni ufficiali ottenevano promozioni più rapide, ciò era dovuto a mera fortuna. Dismessa la divisa, Il Nostro intraprendeva così la carriera di ingegnere civile presso l’Ufficio Topografico a Washinghton: ma proprio in tal veste, paradossalmente, Johnston, vedrà il suo battesimo del fuoco. Incaricato di accompagnare una spedizione militare in Florida nel corso della seconda guerra contro i Seminoles, nel gennaio del 1837, presso l’estuario di Jupiter Inlet si coprirà di gloria: la piccola colonna comandata dal sottotenente di marina Levi N. Powell (un’ottantina di uomini in tutto) fu attaccata di sorpresa da superiori forze nemiche; quando ormai sembrava tutto perduto, Johnston senza perdere la testa, preso il comando della retroguardia, coprì la ritirata dei soldati, assicurandosi che i numerosi feriti prendessero posto sulle imbarcazioni precipitosamente messe a mare. Lui stesso, ferito alla testa, si vanterà di aver contato non meno di 30 fori di pallottola nei suoi indumenti; a seguito dell’episodio, Johnston, il 7 luglio 1838 decise di far ritorno nei ranghi dell’esercito e per l’eccezionale coraggio e abilità dimostrate riceverà un “brevetto” al grado di capitano, anche se formalmente, il suo grado permanente ed effettivo resterà quello di tenente ancora per qualche anno. Una breve disgressione qui s'impone: all’epoca, in effetti, il sistema delle graduatorie militari presso l’Esercito degli Stati Uniti era regolamentato secondo tre diversi parametri. V’era, anzitutto, il “grado permanente ed effettivo” o di linea (grade permanent) che era quello assegnato nell’unità nella quale l’ufficiale era stato autorizzato a operare: tutti gli ufficiali di grado inferiore a quello di generale di brigata, erano posti nel ruolo delle varie unità nelle quali avevano ottenuto la commissione e la promozione avveniva per anzianità di servizio all’interno dell’unità stessa, che era usualmente il reggimento. Veniva poi il “grado per brevetto” (brevet grade) che era un titolo conferito agli ufficiali per particolari meriti o per permettere loro di ricoprire speciali ruoli all’interno della burocrazia militare riservati a gradi superiori, come accadeva sovente nelle corti marziali; il sistema dei brevetti, consentiva perciò ad un ufficiale di avere un grado più alto del rango permanente ed effettivo e di ottenere, corrispondentemente, una paga più alta : ma ciò solo allorquando un ufficiale fosse distaccato dall’unità di assegnazione e si trovasse a svolgere una particolare mansione; si trattava insomma di un grado per certi versi onorifico e, per altri, temporaneo. Un terzo tipo di grado era quello "del personale o di stato maggiore" (staff grade) in contrapposizione a quello permanente ed effettivo e di linea: v’erano alcune funzioni dello stato maggiore, come quelle dell’Ufficio Paga o del Quartiermastro, che richiedevano un tipo di grado particolare e un ufficiale con rango inferiore, se assegnato a quella posizione veniva automaticamente promosso al grado di staff corrispondente, pur conservando quello di linea. L’esempio più famoso era quello dell’Aiutante Generale presso Washington, ufficio riservato ad un ufficiale con grado di stato maggiore di colonnello, ma che era occupato da ufficiali con grado permanente ed effettivo di linea anche assai inferiore, come accadde per Samuel Cooper, capitano di linea e, al tempo stesso, colonnello di staff.
Il sistema delle promozioni e dei gradi seppur apparentemente non semplice, era tuttavia tale da non dar corso a particolari problematiche: ma si vedrà come nel caso di Johnston, la questione del rango e dell’anzianità porterà seco numerosi problemi e polemiche, sino al punto da divenire un’ossessione per lo stesso.

2.La guerra con il Messico e il fatal decennio 1850-60.

Assegnato al Corpo Topografico dell’Esercito, ora divenuto branchia autonoma del Corpo Ingegneri, Johnston svolgerà con perizia e capacità indiscutibili, numerosi incarichi di natura ingegneristica negli stati di Washington, di New York, della Florida e del Texas nonché sulla frontiera canadese.
Il 10 luglio 1845, sposava Lydia McLane, figlia di Lewis McLane, allora ricco proprietario della Baltimore & Ohio Railroad e influente uomo politico del Maryland. La coppia non avrà figli, ma si tratterà comunque di un’unione appassionata e felice e i due rimarranno sempre l’uno accanto all’altra con devozione e amore. Un anno dopo arrivava la promozione al grado permanente ed effettivo di capitano.
Allo scoppio della guerra del Messico (1846) Johnston fu assegnato nuovamente allo stato maggiore del generale Winfield Scott, incaricato di condurre l’offensiva principale sul suolo messicano, con obiettivo Mexico City.
Johnston si coprirà di valore durante l’intero arco della campagna. Dapprima egli si distinse nel corso della vittorioso assedio di Vera Cruz, al punto da essere citato (insieme al capitano R.E.Lee) da Scott stesso nel rapporto ufficiale come uno dei più valenti componenti del suo personale di ingegneri, sebbene Johnston non avesse condotto alcuna operazione militare sul campo. Poi, incaricato di condurre una pericolosa esplorazione delle linee difensive messicane di Cerro Gordo, il 12 aprile 1847 fu gravemente ferito per ben due volte, testimoniando così l’impossibilità di assaltare la posizione nemica frontalmente. Ironicamente, spetterà a Lee, due settimane dopo, individuare il punto debole dello schieramento messicano e permettere la vittoria americana. Dopo alcune settimane trascorse in ospedale, Johnston ricevette il grado per brevetto di tenente-colonnello per l’audacia dimostrata a Cerro Gordo, saltando così il grado di maggiore nell’attribuzione della nomina. Con la promozione veniva meno la possibilità di continuare a far parte dello stato maggiore del generale Scott e a Johnston fu affidato il comando in seconda di un nuovo reggimento di volontari appena giunti dagli Stati Uniti, denominato “voltigeurs”, termine francese che designava unità di fanteria leggera o di tiratori. In tale veste Johnston prese parte attiva nella battaglia di Churubusco, indi si coprì di gloria nel tragico assalto di Molino del Rey, l’8 settembre 1847, costato la vita o il ferimento di centinaia di americani. Infine alle prime luci dell’alba del 13 settembre 1847, Johnston sperimentò il suo primo comando indipendente, guidando con audacia e abilità metà del reggimento dei voltigeurs all’assalto delle alture di Chapultec, ultimo baluardo difensivo messicano prima di Mexico City, riportando una ferita leggera. Per la sua condotta, egli ricevette una nuova promozione a colonnello per brevetto: commenterà poi Winfield Scott, con un pizzico d’ironia, che “Johnston è un grande soldato, ma ha una sfortunata inclinazione ad essere colpito quasi in ogni combattimento”(17) . Poco tempo dopo, egli insieme all’armata americana di Scott fece il suo ingresso trionfale nella capitale messicana, ponendo così fine vittoriosa alla guerra (18).

Johnston da semplice capitano con grado permanente ed effettivo del Corpo Topografico dell’Esercito si ritrovava ora colonnello per brevetto di un reggimento di volontari: e nel 1848 il Congresso, in riconoscenza del valore mostrato dall’esercito americano nella campagna messicana, votò una legge con cui gli ufficiali dell’esercito regolare al ritorno dal Messico potevano mantenere il grado onorifico guadagnato attraverso i brevetti. Johnston calcolava dunque di essere asceso al grado di colonnello,seppure per brevetto. Ma il Dipartimento della Guerra americano la pensava in modo diverso: dopo un attento esame del suo caso, concluse che Johnston poteva essere inserito nel registro degli ufficiali con il grado permanente ed effettivo di capitano e per brevetto di tenente-colonnello (con decorrenza a far data dal 13 settembre 1847), giacché nell’attribuzione dei gradi per brevetto aveva saltato il rango di maggiore (che fu pertanto a lui attribuito con decorrenza a far data dal 12 aprile 1847); inoltre, si faceva rilevare, il brevetto di colonnello era stato conferito mentre egli si trovava al comando di un’unità di volontari e pertanto al di fuori delle regole previste dal regolamento militare che prescrivevano l’assegnazione di gradi agli ufficiali, solo ove costoro avessero operato all’interno di comandi o unità regolari dell’Esercito. Peraltro, il riesame condusse anche alla revoca della nomina a capitano per brevetto guadagnata nel 1838 per i fatti di Jupiter Inland: come potesse esser stato attribuito ex post facto un grado per brevetto ad un ex ufficiale che aveva agito nella veste di semplice civile, sfuggiva a tutti e fu facile dimostrare che il relativo conferimento era stato compiuto in violazione di ogni precedente e senza alcuna autorità legale. Un irato Johnston il 13 marzo 1849 appellò la risoluzione : ma l’allora Segretario alla Guerra William L.Marcy rigettò il reclamo e la decisione fu confermata dal Senato americano (19) . Fu il primo atto di una lunga querelle che avrà i suoi strascichi anche nel corso della guerra civile americana.

(15) Lettera di J.E. Johnston al fratello B. Johnston datata 13 giugno 1837, presso i Joseph E. Johnston Papers, Swem Library, College of William and Mary, Williamsburg, Virginia.
(16) Sull’operato di Jefferson Davis come Segretario alla Guerra, cfr. W.C. Davis, Jefferson Davis. The Man and His Hour, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1991, pp. 224-239.
(17) R.M. Hughes, General Johnston, cit., p. 32.
(18) Per il ruolo di Johnston nella guerra contro il Messico, cfr. più ampiamente C.L.Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, cit., pp. 53-71.
(19) Ibidem, p. 89; R.K. Krick, “Snarl and Sneer and Quarrel: General Joseph E. Johnston and an Obsession with Rank” in G.W. Gallagher & J.T. Glatthaar (a cura di), Leaders of the Lost Cause. New Perspectives on the Confederate High Command, cit. pp.171-173
(2.-CONTINUA)


Ultima modifica di Banshee il Lun 13 Feb 2012 - 19:23, modificato 1 volta
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  George Armstrong Custer il Lun 23 Gen 2012 - 18:11

Caro Banshee,
la tua disamina sulla figura di Johnston si sta rivelando molto avvincente.
L'aspetto che volevo far osservare è che l'attenzione del predetto gen. nel corso della sua carriera militare (tu la chiami ossessione) posta sul rango e sulla anziantà ai fini degli avanzamenti di carriera, la riterrei una prerogativa comune agli ufficiali in genere di tante nazioni.
Gli ufficiali in servizio attivo-lo notato anche a seguito di esperienza personale- sono attentissimi quando si verifichino- o rischino di verificarsi- episodi nei quali ufficiali di anzianità minore vanno avanti nelle promozioni rispetto ad ufficiali con anzianità superiore.
Tali fatti, nel corso della storia, sono accaduti con frequenza e quando succedono sono sempre mal digeriti da chi rimane indietro.
Forse Johnston ha avuto il torto di mostrare il suo disappunto con troppa veemenza.
Altri ufficiali magari sono più ipocriti e fingono di non darlo a vedere.

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Lun 23 Gen 2012 - 18:36

Caro Custer,
nel reclamare propri (presunti o reali) legittimi diritti non v'è nulla di male, ci mancherebbe. Diciamo che come emergerà anche oltre colpiscono l'insistenza di Johnston per l'attribuzione di un semplice grado onorifico e l'incapacità di conformarsi a quelle che erano le regole, giuste o sbagliate, per avanzare nella scala gerarchica. Come Johnston un pò tutti gli ufficiali all'epoca erano vittima di un sistema di promozioni lentissimo, ma ben pochi accusavano gli altri o il sistema di favoritismo, salvo poi approffittarne quando occorreva (e su ciò, a breve, nella 3a parte).

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  HARDEE il Lun 23 Gen 2012 - 19:46

Signori buongiorno,

contavo di lasciar terminare l’esposizione di Banshee, ma Custer giustamente ha anticipato una delle mie obiezioni. Scrivo solo per essere aggiornato, in tempo reale, sull’interessante disamina.


A presto nel Forum

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Mar 24 Gen 2012 - 8:11

Ad ogni buon conto, Johnston ora si trovava a dover decidere quale futuro scegliere nella vita militare: al ritorno dall’avventura messicana, rientrato nel Corpo Topografico prenderà parte attiva alla costruzione di una grande linea ferroviaria che dal Mississippi conduceva sino alla California e dopo un breve periodo di riposo fu incaricato di regolare l’andamento del corso dei fiumi nell’Arkansas, Illinois, Ohio e Mississippi. Ma Johnston appariva interessato solo all’idea di un avanzamento: “nel corpo Top.[ografico] non v’è promozione, una cosa che io desidero più di ogni altro nell’esercito” scriveva al fratello Edward (20) . L’occasione di abbandonare gli ingegneri e prendere parte più attiva al servizio, con maggiori prospettive di carriera, fu data a Johnston dalla creazione (per impulso del nuovo Segretario alla Guerra, Jefferson Davis) nel marzo del 1855, di quattro nuovi reggimenti permanenti dell’Esercito: due di fanteria, il 9° e 10° U.S. Infantry e due di cavalleria, il 1° e 2° U.S.Cavarly. L’assegnazione dei quattro posti di comando e la promozione al grado di colonnello erano ovviamente fuori dalla portata di Johnston ed egli si dovette perciò accontentare di essere nominato tenente-colonnello permanente ed effettivo (a far data dal 18 marzo 1855) del First Cavarly Regiment, sotto il comando del futuro generale unionista (allora colonnello) Edwin Vose “Bull” Sumner - da Johnston disprezzato per l’incapacità di addestrare e motivare adeguatamente gli uomini; incidentalmente, la guida del Second Cavarly Regiment verrà assegnata al colonnello Albert Sidney Johnston, con nomina di R. E. Lee a tenente-colonnello.
Nelle intenzioni di Davis, i nuovi reggimenti di cavalleria avrebbero dovuto rappresentare due formazioni d’èlite e raccogliere gli ufficiali di maggior prestigio e capacità. Si trattava dunque di un incarico di grande pregio per un ufficiale ancora relativamente giovane. Per Johnston non era sufficiente: l’11 luglio 1855 egli inoltrò un nuovo ricorso circa il suo grado al nuovo Segretario alla Guerra, pensando che Davis, noto per le sue conoscenze delle più minuziose norme militari, avrebbe potuto riesaminare il caso già deciso anni prima e giungere ad una diversa soluzione. Ma Davis rifiutò persino di vagliare la questione nella sostanza : su di essa, ragionava, si era già pronunciato il suo predecessore e, soprattutto, il Senato, la maggior autorità in materia. Pertanto ad esso solo spettava ribaltare la pregressa statuizione. Di più: Johnston sebbene nella corrispondenza ufficiale dell’epoca, dopo la battaglia di Cerro Gordo, fosse designato e firmasse con il grado di tenente-colonnello, non aveva mai agito in tale veste sino allo scontro di Chatapultec perché la sua promozione non aveva rispettato le norme militari, essendo stata conferita senza prima ricevere la nomina a maggiore e in un reggimento di volontari . Sicché, concludeva Davis nel gennaio del 1856, non solo la richiesta era formalmente irricevibile, ma pure infondata nel merito (21).
Se Johnston, ricevuto il rifiuto di Davis, abbia accusato il futuro presidente confederato di malanimo o acredine nei suoi confronti, non è dato sapere: ma non pare che negli anni successivi, l’episodio abbia condizionato il rapporto tra i due. Nel frattempo, il nuovo incarico comportava per Johnston il suo trasferimento nell’Ovest, a Fort Leavenworth, nello stato del Kansas. Quivi per i successivi due anni, egli fu impegnato in alcune spedizioni pacifiche per tenere sotto controllo la tribù dei Sioux e nella vigilanza della popolazione del Kansas, divenuto una polveriera dopo l’approvazione del Nebraska Act, con gruppi di filo- schiavisti e abolizionisti che si fronteggiavano ormai apertamente circa il problema della schiavitù. In quel periodo Johnston strinse una forte amicizia con George B. McClellan, allora semplice capitano del 1° U.S. Cavarly, destinato a diventare suo avversario in Virginia qualche anno più tardi alla testa dell’Armata del Potomac unionista; e per un certo verso occorre dire che i due uomini, si assomigliavano: adorati dai loro uomini e subalterni, strateghi nati piuttosto che combattenti (anche se fisicamente coraggiosissimi) entrambi avevano un’opinione altissima di sé stessi e un certo qual disprezzo per chi non condividesse le loro idee; ma, in buona sostanza, erano troppo preoccupati che una sconfitta o anche solo la malriuscita di un’operazione danneggiasse la loro reputazione, per esporsi senza remore, come si vedrà bene nel corso della guerra di secessione, al giudice supremo di ogni comandante militare: il campo di battaglia.
Peraltro anche Johnston, al pari di McClellan, eccelleva nello studio dei grandi condottieri del passato, particolarmente Napoleone e Marlborough, che stimava massimamente: e anzi, era noto come il virginiano sapesse riprodurre, a menadito, schieramenti e fasi delle battaglie più celebri con una facilità che lasciava stupefatti interlocutori e astanti.
Dopo due anni di servizio sulla frontiera, Johnston fra assenze per dedicarsi allo studio della strategia e incarichi vari (anche nel campo ingegneristico, settore in cui indubbiamente eccelleva) fece sempre più frequente ritorno a Washington. Colà vide improvvisamente aprirsi un nuovo spiraglio. Nel marzo del 1857 James Buchanan veniva eletto presidente degli Stati Uniti: nuovo Segretario alla Guerra fu nominato John B. Floyd. Ora, non solo Floyd era nativo di Abingdon, ove la famiglia Johnston era assai nota, ma era stato nominato in passato come sorta di tutore di Lizzie Johnston, sorella di Joseph, ed era divenuto cognato del nipote, John Warfield Johnston.
Senza perdere tempo, il Nostro ripresentò la petizione per ottenere il grado di colonnello. Dopo un tortuoso e lambiccato percorso logico-giuridico contenuto in uno stupefacente documento di 10 pagine, Floyd pur riconoscendo che solo il Senato avrebbe potuto modificare le precedenti decisioni, si pronunciò a favore della richiesta di Johnston, ribaltando ogni pregressa risoluzione (22). Era il 1859: Johnston era divenuto colonnello per brevetto e la sua personale guerra con l'Esercito degli Stati Uniti poteva dirsi vinta, dopo dieci anni di dure "battaglie". La vicenda sollevò la reazione indignata di molti ufficiali: vi fu chi addirittura si rivolse a Jefferson Davis, ora senatore, chiedendo che si facesse luce su un chiaro caso di favoritismo (23) . Persino Lee, sempre assai moderato e (da vero gentiluomo) restio ad assumere toni negativi nei confronti di chiunque, pensò come la promozione fosse dovuta a parzialità e si domandava come Johnston, che non aveva certo bisogno di aiuti viste le sue qualità, potesse accettare una avanzamento conferitogli senza l’autorità del Senato: “credo che deve essere evidente a lui – scriverà al figlio Custis - che non è mai stata intenzione del Congresso avanzarlo nella posizione assegnatagli dal Segretario (…)” aggiungendo che la sua promozione “ha gettato più discredito che mai sul sistema del favoritismo e del conferimento dei brevetti” (24) .
Era solo il prologo di ciò che sarebbe accaduto un anno più tardi. Il 10 giugno 1860 decedeva il Quartiermastro Generale dell’Esercito, il generale di brigata Thomas S. Jesup. In teoria, la nomina del successore sarebbe spettata al Comandante dell’Esercito, generale Winfield Scott,; ma questi preferì sottoporre al Segretario alla Guerra Floyd un elenco con quattro candidati: Robert E. Lee, Joseph Eggleston Johnston, Albert Sidney Johnston e Charles F. Smith. La scelta di Floyd , non a caso, cadde su J.E. Johnston: come sottolineato da un suo recente biografo “vi possono essere ben pochi dubbi che la decisione di Floyd fu motivata quanto meno in parte dalla sua parentela” con la famiglia Johnston (25); certo, il Segretario alla guerra scelse lui, anche perché convinto che Johnston (di cui conosceva assai bene le qualità e la carriera) fosse la miglior opzione e avrebbe compiuto un buon lavoro; del resto, la nomina fu confermata dal voto pressoché unanime del Senato: 31 a favore, solo 3 i contrari. Ma l'intera vicenda gettava più ombre che luci su Johnston. Si è detto che in quella circostanza Jefferson Davis, a capo della commissione affari militari del Senato, avesse tentato inutilmente di appoggiare la candidatura di Albert Sidney Johnston e fu per tale motivo che un anno dopo (come vedremo) si sarebbe vendicato di J.E. Johnston, ponendolo nella graduatoria dei full Generals della Confederazione dietro al suo favorito. In realtà, come precisò la vedova, Varina Howell Davis, pare che l’ex marito nell’occasione fosse intervenuto a difesa di J.E. Johnston, osteggiato da parte dei senatori virginiani per dar contro a Floyd (26) . Ma anche ove ciò non fosse avvenuto e Davis avesse, viceversa, perorato la causa di A.S. Johnston, fu solo perché intimamente convinto che nessun altro eguagliasse le doti militari di costui, e non certo per disprezzo dell’altro Johnston, che anzi stimava; un giudizio che rimarrà peraltro sempre inalterato: finita la guerra, Davis si convincerà che la prematura morte di A.S. Johnston - suo grande amico sin dai tempi di West Point e ufficiale le cui qualità reputava persino superiori a quelle di Lee - nella battaglia di Shiloh, avesse segnato i destini della Confederazione. L’ufficio del Quartiermastro Generale, peraltro, al di là del prestigio formale che lo circondava, non si poteva certo definire un incarico ambito tra i militari, comportando un noioso lavoro burocratico e amministrativo che lo stesso Johnston ammetterà essere detestabile. Tuttavia esso, per statuto, comportava automaticamente la promozione a generale di brigata di staff. Il 28 giugno 1860, avvenne la nomina e con essa l’avanzamento; ora Johnston poteva ben dire di avere raggiunto l’apice della scala gerarchica. Il suo impiego non durò a lungo: la crisi dell’Unione si addensava e con essa lo spettro della guerra civile tra le due sezioni.


20. Lettera di J.E.Johnston a E. Johnston, 11 gennaio 1851, riprodotta in C.L.Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, cit., p. 75.
21. Ibidem, p. 89.
22. Ibidem, p. 90.
23. Lettera degli ufficiali Alexander e Cocke a J. Davis, 15 marzo 1860 in L.L. Crist et alii (a cura di) The Papers of Jefferson Davis, 12 voll., Baton Rouge: Louisiana State University, 1971-2008, vol. 6, pp. 644-45.
24. R.L.Lee a Custis Lee 16 aprile 1860, in J. W. Jones, Life and Letters of Robert Edward Lee, Soldier and Man, New York & Washington: The Neale Publishing Company, 1906, p.113-14.
25 C.L.Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, cit., p. 91.
26. Cfr. V.H. Davis, Jefferson Davis: Ex President of the Confederate States of America. A Memoir by His Wife, 2 voll., New York : Belford, 1890, vol.2, pp. 150 e 158. Vedi anche R.M. Hughes, General Johnston, cit., pp. 50-51 e G. Govan & J.W. Livingood, A Different Valor: The Story of General Joseph E. Johnston, C.S.A., Indianapolis: The Bobbs-Merrill Company, 1956, pp.25-26.

(3.- CONTINUA)


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Mer 25 Gen 2012 - 9:16


3. La secessione e il comando in Virginia.

Johnston, per quanto assai scettico sul futuro di una federazione tra stati schiavisti (che credeva si sarebbe presto dissolta a causa delle differenze tra loro) e molto critico nei confronti del problema della schiavitù (anche se ammetteva di non avere soluzioni pratiche per risolvere la questione) credeva tuttavia fermamente nel diritto degli stati di autodeterminarsi: ogni governo - scriverà molti anni dopo – “è fondato sul consenso dei governati (…) e ogni comunità forte abbastanza da fondare e mantenere la propria indipendenza ha il diritto di difenderla” (27).
Circa la secessione, Johnston fu assai chiaro con chi lo interrogasse: se la Virginia avesse deciso di abbandonare l’Unione, egli avrebbe seguito il destino del suo stato natale; diversamente, sarebbe rimasto nell’esercito federale. Nel febbraio 1861 si riuniva a Richmond la convenzione virginiana onde decidere il da farsi: un mese più tardi, data l’incertezza del voto finale, Johnston si rifiutò di rispondere al Segretario alla guerra confederato, Leroy Pope Walker che gli aveva offerto un incarico con grado di brigadiere generale nel nascente esercito sudista. Infine, il 22 aprile, appreso che lo stato della Virginia aveva deciso di separarsi dall’Unione, di buon’ora, come ogni mattina, si recò al Ministero della guerra a Washington. Nella sua tasca recava la lettera di dimissioni dall’Esercito degli Stati Uniti: poche parole, quasi di scuse per la dolorosa scelta (28). Consegnata la missiva e preso congedo dai collaboratori, Johnston fece ritorno a casa, ad Alexandria, una piccola cittadina che si affacciava sul Potomac e da cui, sull’altra sponda, poteva scorgere distintamente la capitale federale, per annunciare la gravosa decisione alla moglie Lydia, la quale, per vero, che non ne fu particolarmente entusiasta. Il giorno seguente, i due si recarono a Richmond: il governatore della Virginia John Lechter, su consiglio di Lee (cui era già stato affidata la direzione delle forze virginiane da un paio di giorni) offrì a Johnston, che tosto accettò, il grado di maggiore generale dell’armata dell’Old Dominion, lo stesso di Lee, con il compito di organizzare la difesa della capitale e il comando delle truppe colà stanziate. Nelle due successive settimane Johnston con grande energia si diede ad addestrare e organizzare i volontari che giungevano da tutti gli angoli dello stato: sennonché, la Convenzione virginiana aveva poi stabilito che potesse essere nominato un solo ufficiale con il rango di generale maggiore e tale carica dovesse andare a Lee. A Johnston fu quindi offerto il grado di generale di brigata delle forze virginiane; egli rifiutò l’incarico, dandosi malato. Ma subito dopo, invitato da Jefferson Davis (divenuto presidente della Confederazione) a recarsi a Montgomery, presso la capitale provvisoria confederata, tradendo insospettabili doti di recupero, decise di raggiungere l’Alabama e dopo un breve colloquio, fu nominato seduta stante generale di brigata nell’esercito confederato, grado massimo all’epoca (29). Dall’intera vicenda non si può far a meno di ricavare l’impressione che Johnston, vistosi scavalcato da Lee, abbia preferito rinunciare all’incarico di difendere la propria “Madrepatria” (com’egli definiva lo stato della Virginia) pur di non servire sotto l’antico amico, di cui credeva essere superiore diretto e tuttavia, una volta scovata la possibilità di scavalcarlo nuovamente, avesse cambiato idea; l’ossessione per il rango sembrava riemergere: “poiché era certo che la guerra - confesserà candidamente lo stesso Johnston - sarebbe stata condotta dal Governo Confederato, e [che] i suoi ufficiali avrebbero avuto la precedenza [nel rango] su coloro che avevano gradi conferiti dagli stati, preferii una nomina confederata” (30). Del resto era sua ferma e intima convinzione di essere l' unico ex ufficiale dell'Esercito degli Stati Uniti con il grado di generale di brigata ad aver raggiunto la Confederazione; anzi, di essere l'ufficiale di grado e rango maggiori in assoluto nel Sud. Una pretesa, sia detto incidentalmente, palesemente falsa: a parte il generale Winfield Scott, virginiano di nascita, che si schierò però con l'Unione, nel Meridione, all’atto della secessione, vi erano due ufficiali dell'Esercito degli Stati Uniti che in termini assoluti sopravanzavano Johnston nel grado e per anzianità; ed entrambi aderirono alla CSA: David Emmanuel Twiggs, brigadiere generale di linea dal giugno 1846 e poi maggior generale per brevetto da settembre dello stesso anno e Albert Sidney Johnston che era stato nominato generale di brigata per brevetto nel novembre 1857, in riconoscenza dei suoi servigi resi nel corso della spedizione in Utah contro i mormoni. Ad ogni buon conto, se quelli erano i calcoli che lo animavano, si sbagliava di grosso: a sua insaputa e contemporaneamente a lui, Lee fu nominato generale di brigata della Confederazione e confermato dal neo-presidente alla direzione delle forze armate confederate che si trovavano nell’Old Dominion.

Johnston chiese il comando di un’armata sul campo, possibilmente in Virginia. Ma colà, già si trovava il generale di brigata Pierre Gustave Toutant Beauregard,l’eroe di Fort Sumter, assai popolare presso la pubblica opinione, alla testa della principale forza confederata presso Centreville con circa 7.000 uomini, mentre sulla Penisola, a guardia di possibili attacchi provenienti dalla costa orientale, v’era il colonnello John Bankhead Magruder, con altri 5.000 soldati. Johnston fu pertanto destinato ad un comando in Virginia apparentemente più periferico, a difesa della Valle dello Shenandoah :si trattava, in realtà di una zona vitale per le sorti del teatro virginiano, non solo sul piano logistico (vista la ricchezza delle messi, essa era considerata “il granaio confederato”) ma anche sul piano strategico, poiché il suo controllo, garantiva un facile accesso sia alla capitale virginiana, sia al territorio unionista. Fu così che il 23 maggio, Johnston assunse il comando delle truppe stanziate ad Harpers Ferry, l’ex arsenale federale ora caduto nelle mani degli insorti; sino ad allora a guidarle era stato un colonnello dall’aspetto un po’trascurato, impacciato nel muoversi e quasi bizzarro per certi suoi atteggiamenti: Thomas Jonathan Jackson, destinato a divenire uno dei più grandi e audaci condottieri della guerra civile americana. Nessuno avrebbe potuto immaginare una differenza così abissale tra i due, non solo nella tempra, ma anche fisicamente. Johnston, allora cinquantaquattrenne, appariva più alto di quanto fosse in realtà (poco più di 1,70 mt.), per via del portamento assai eretto, quasi da “galletto” (soprannome che qualcuno nella truppa gli affibbiava); sebbene piuttosto magro e con spalle nella norma, per la via della posa rigida (anche se in lui del tutto naturale) la sua corporatura dava un’impressione di grande vigore e robustezza (31). Il viso e naso regolari, gli zigomi alti, l’ampia fronte stempiata da pensatore, basette, pizzetto e baffi che già ingrigivano (e che servivano a celare un difetto fisico evidente a chi lo osservasse più da vicino: gli incisivi superiori, assai sviluppati, gli conferivano l'aspetto di un roditore) i grandi occhi (anch’essi grigi), penetranti e perspicaci che brillavano mentre pianificava una manovra o osservava il campo di battaglia, contribuivano tutti insieme a dare nell’osservatore un’impressione di sagacia, abilità, calma e sicurezza ad un tempo. Ma ciò che stupiva maggiormente chi lo incontrasse, era l’aria marziale che promanava dalla sua semplice presenza; parlando a un gruppo di veterani, uno dei suoi aiutanti di stato maggiore, Benjamin Stoddert Ewell ricorderà che “Johnston aveva l’apparenza di un militare più di chiunque io abbia conosciuto nell’esercito confederato, e successivamente in quello unionista” (32); un giudizio che si ritrova in tutta la memorialistica sudista, da Edward Porter Alexander a Henry Kid Douglas: insomma “il beau ideal del soldato” come lo definì in uno dei suoi memorabili ritratti, l’ex-generale confederato Richard Taylor (33). Con chi egli stimasse amico, Johnston sapeva essere cordiale e affettuoso; con gli estranei,viceversa, diveniva freddo e formale (34). La sua conversazione era brillante e nessuno come Johnston, neppure un Lee o un Grant, sapeva motivare maggiormente gli ufficiali della sua cerchia più intima, specie i giovani: la personalità del generale virginiano era da loro descritta come "magnetica"(35). Nel vestire era curatissimo e impeccabile, ma assai semplice, preferendo indossare l’uniforme da colonnello della Confederazione: solo i gradi cuciti lungo la manica della giacca tradivano il suo vero rango (36). Ottimo cavallerizzo, era solito muoversi con pochi bagagli al seguito, ma non disdegnava una certa comodità nel suo quartier generale. Presso la truppa era amatissimo; principalmente, perché egli, da buon amministratore qual era, riponeva la massima cura nelle necessità degli uomini, come vestiti, equipaggiamento e cibo. inoltre Johnston era dotato di una memoria formidabile ed era capace di riconoscere e chiamare per nome, semplici soldati che avesse incontrato per caso anche molto tempo prima (37); il che contribuiva moltissimo alla sua popolarità: “Ole Joe” (il vecchio Joe) era chiamato; ma in questo concorreva anche l’estrema cautela di Johnston come stratega e tattico: “il Generale Johnston è attento [alla vita] dei suoi uomini e alla sua reputazione e non rischierà nessuna delle due avventatamente” scriveva alla moglie un ufficiale del suo stato maggiore (38). L’enorme diserzione che affliggerà l’Armata della Virginia Settentrionale nell’autunno 1862 con l’avvento di Lee al comando potrebbe spiegarsi, almeno in parte, anche con il radicale cambiamento che il nuovo comandante cercherà di trasmettere ai suoi soldati, considerato evidentemente troppo rischioso e audace da parte di alcuni.

27. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War, New York: Appleton, 1874, p.10
28. Il testo è in R.M. Hughes, General Johnston, cit., pp. 36-7.
29. Su tutta la vicenda, cfr. S.E. Woodworth, Lee & Davis at War, Lawrence: University Press of Kansas, 1994, pp. 18-19.
30. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War,cit. p. 13.
31. Varie testimonianze su Johnston sono riportate in W. Lord (a cura di), The Fremantle Diary, cit. p.93; R.K. Krick, “Snarl and Sneer and Quarrel: General Joseph E. Johnston and an Obsession with Rank” in G.W. Gallagher & J.T. Glatthaar (a cura di), Leaders of the Lost Cause. New Perspectives on the Confederate High Command, cit. p. 182.
32. La testimonianza del tenente-colonnello B.S. Ewell (fratello del generale Richard S. Ewell) è in S. H. Newton, Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, Lawrence, KS: University Press of Kansas, 1998, p. 4.
33. R. Taylor, Destruction and Reconstruction: Personal Experiences of Late War, New York: Longmans & Green, 1955, p.42.
34. Si vedano le testimonianze riportate in B.T. Johnson, A Memoir of the Life and Public Service of General Johnston, Baltimore: R.H. Woodward, 1891, pp. 301-302, 313; W. Lord (a cura di), The Fremantle Diary, cit. p.93.
35. Cfr. D.H. Maury, “Interesting Reminiscences of General Johnston” in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, 52 voll. Richmond: Southern Historical Society, 1876-1959, vol. XVII, p. 179; significativa è pure la corrispondenza per l’anno 1861 del generale Edmund Kirby-Smith, all’epoca ufficiale nello stato maggiore di Johnston, conservata presso la University of North Carolina, Chapel Hill.
36. Ciò quantomeno sino al 1863-64, come dimostrato dalla documentazione fotografica coeva. Assunto il comando dell’Armata del Tennessee,o fors’anche prima, Johnston prese a vestire l’uniforme da General (full) cfr. William C. Davis (a cura di), The Confederate General, 6 voll. Harrisburg, PA: National Historical Society, 1991, vol.III, pp.192-97; v. anche la testimonianza di S.R. Watkins, “Co. Aytch”, Maury Grays, First Tennessee Regiment, or A Side Show of the Big Show, Wilmington: Broadfoot Publishing Co., 1987, p.131.
37. Si veda ad esempio, J.B. Beall, In Barrack and Fields, Nashville: Publishing House of the M.E. Church, 1906, pp. 311-12.
38. Lettera di T.L. Preston alla moglie, 18 giugno 1861 presso i Preston-Davis Papers, University of Virginia, Charlottesville.

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  George Armstrong Custer il Mer 25 Gen 2012 - 18:57

Banshee ha scritto:
3. La secessione e il comando in Virginia.


Circa la secessione, Johnston fu assai chiaro con chi lo interrogasse: se la Virginia avesse deciso di abbandonare l’Unione, egli avrebbe seguito il destino del suo stato natale; diversamente, sarebbe rimasto nell’esercito federale. Nel febbraio 1861 si riuniva a Richmond la convenzione virginiana onde decidere il da farsi: un mese più tardi, data l’incertezza del voto finale, Johnston si rifiutò di rispondere al Segretario alla guerra confederato, Leroy Pope Walker che gli aveva offerto un incarico con grado di brigadiere generale nel nascente esercito sudista. Infine, il 22 aprile, appreso che lo stato della Virginia aveva deciso di separarsi dall’Unione, di buon’ora, come ogni mattina, si recò al Ministero della guerra a Washington. Nella sua tasca recava la lettera di dimissioni dall’Esercito degli Stati Uniti: poche parole, quasi di scuse per la dolorosa scelta (28).


La decisione di Johnston di lasciare l'esercito USA appare identica nelle motivazioni a quelle apposte dal gen.Lee.
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Mer 25 Gen 2012 - 19:59

George Armstrong Custer ha scritto:
Banshee ha scritto:
3. La secessione e il comando in Virginia.


Circa la secessione, Johnston fu assai chiaro con chi lo interrogasse: se la Virginia avesse deciso di abbandonare l’Unione, egli avrebbe seguito il destino del suo stato natale; diversamente, sarebbe rimasto nell’esercito federale. Nel febbraio 1861 si riuniva a Richmond la convenzione virginiana onde decidere il da farsi: un mese più tardi, data l’incertezza del voto finale, Johnston si rifiutò di rispondere al Segretario alla guerra confederato, Leroy Pope Walker che gli aveva offerto un incarico con grado di brigadiere generale nel nascente esercito sudista. Infine, il 22 aprile, appreso che lo stato della Virginia aveva deciso di separarsi dall’Unione, di buon’ora, come ogni mattina, si recò al Ministero della guerra a Washington. Nella sua tasca recava la lettera di dimissioni dall’Esercito degli Stati Uniti: poche parole, quasi di scuse per la dolorosa scelta (28).


La decisione di Johnston di lasciare l'esercito USA appare identica nelle motivazioni a quelle apposte dal gen.Lee.

Vi sono alcune evidenti similitudini nel comportamento. Ad esempio, Leroy Pope Walker scrisse anche a Lee nello stesso periodo in cui scrisse a Johnston prima del voto virginiano ed entrambi non risposero (o quantomeno non è sopravvissuta alcuna corrispondenza al proposito).

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Jubal Anderson Early il Gio 26 Gen 2012 - 12:35

Esposizione affascinante. Ringrazio Banshee e spero di leggere il seguito quanto prima.
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Gio 26 Gen 2012 - 14:07

Giunto ad Harpers Ferry, Johnston giudicò immediatamente indifendibile la posizione, suggerendo un istantaneo ritiro su Winchester, secondo una prassi che per il generale confederato diverrà consuetudine negli anni successivi: nelle parole di uno storico “questa impresa iniziale confederata sotto la direzione di Johnston costituiva il primo passo in un minuetto che egli avrebbe eseguito attraverso tutto il Sud Confederato: lamentarsi aspramente della propria forza numerica e delle circostanze; attendere ordini per fare l’unica cosa [per lui] appetibile, ritirarsi; quando nessuno a Richmond avrebbe assunto tale iniziativa, ritirarsi a propria discrezione; e distruggere ( …) prezioso materiale (…)” (39). Non che Johnston non avesse le sue buone ragioni. Gli 8.000 uomini che egli si trovava a comandare, apparivano per la maggior parte volontari privi di ogni pregressa esperienza militare. Molti di loro erano senza armi. Poche le munizioni a disposizione. La disciplina, scarsa. Ancor peggio, le condizioni sanitarie erano terribili: il 40% degli uomini era indisposto o malato, a causa principalmente del morbillo o della varicella, come ricorderà lui stesso (40) . Osservata la mappa e ordinata una ricognizione dei luoghi, Johnston concluse che un nemico determinato avrebbe facilmente sopraffatto le difese sudiste: e questi, secondo, i primi confusi rapporti, si stavano organizzando in forze per riconquistare la l'avamposto confederato (41) . Ed effettivamente Harpers Ferry, piccola cittadina che si trovava sul fiume Potomac, nel punto di congiunzione tra questo e il fiume Shenandoah, suo affluente, era facilmente aggirabile su ambo i fianchi; le alture che dominavano su tutti i tre lati la cittadina, costituivano poi un evidente vantaggio per l’attaccante: era sufficiente occuparle (come avrebbe poi dimostrato Jackson nel settembre 1862) per far cadere la posizione. Si poteva rivelare, insomma, una vera e propria trappola per topi. Sennonché a Johnston non si chiedeva di resistere eroicamente, arroccato nella cittadella militare, ma di non abbandonare Harpers Ferry senza prima aver esplorato ogni diversa possibilità e comunque di tenere la posizione più a lungo possibile, anche in attesa di eventuali rinforzi. Come Lee e poi Davis (tramite il generale Samuel Cooper, Aiutante e Ispettore Generale della Confederazione) cercarono di spiegargli con grande tatto, una ritirata dall’ex arsenale federale, avrebbe depresso l’opinione pubblica e il morale delle truppe; inoltre la sorte dello stato del Maryland (che si trovava di fronte, sull’altra sponda del Potomac) appariva ancora incerta e un abbandono repentino del collegamento naturale con il Sud lungo il ponte ferroviario che univa Harpers Ferry (e la Virginia) con Baltimora, capitale del Maryland, avrebbe significato la perdita di quest’ultimo. Infine colà si trovavano gli impianti per la produzione del fucile rigato mod. 1855 ed era necessario che i macchinari fossero trasportati a Richmond. Ad ogni buon conto, si affidava al giudizio di Johnston l’eventuale iniziativa di sgombrare quel punto strategico, non potendo certo le autorità militari di Richmond avere un quadro aggiornato e completo dell’evolversi della situazione (42) . Nei giorni successivi, Johnston invece di adottare una precisa scelta come sarebbe stato del tutto naturale e pur avendo piena e autonoma autorità in materia, cominciò a tempestare di lettere la capitale confederata con richieste sul da farsi, ma domandando nella sostanza il permesso di poter abbandonare Harpers Ferry (43) . Emergeva in questa occasione un tratto caratteristico della personalità di Johnston: una certa qual incapacità di assumersi le proprie responsabilità e di prendere decisioni che avrebbero potuto scatenare critiche nei confronti del suo operato. Alla fine, persino un mediocre burocrate come Cooper, persa la pazienza, il 13 giugno fu costretto a scrivere a Johnston che, sebbene dal comando centrale virginiano fosse impossibile pretendere di giudicare la situazione colà creatasi, “poiché voi sembrate desiderare (…) che la responsabilità della vostra ritirata debba essere assunta qui [a Richmond, nda] (…) voglia sentirsi autorizzato, nel caso in cui la posizione del nemico dovesse convincervi che è in procinto di aggirarvi (…) a distruggere ogni cosa ad Harpers Ferry (…) e a ritirarvi (…) verso Winchester” (44). Johnston, che il 15 giugno, prima dell’arrivo della missiva aveva già provveduto di propria iniziativa allo sgombero dell’ex arsenale federale, risponderà, un po’ piccato, che nulla nella propria corrispondenza avrebbe dovuto e potuto far pensare ad una sua richiesta di autorizzazioni e che la timidezza mostrata era dovuta a mancanza di munizioni (45). Oggi possiamo dire che la ritirata di Johnston fu prematura: né le forze del generale unionista Patterson assemblate nel Maryland, né quelle del generale McClellan proveniente dalla Virginia nord-occidentale, avevano in realtà alcuna intenzione di serrare urgentemente su Harpers Ferry. Ma occorre pure riconoscere che il ripiegamento sarebbe stato comunque inevitabile data l’inferiorità numerica di Johnston e certamente Winchester offriva, sul piano strategico, maggiori garanzie per un’efficace difesa della Valle dello Shenandoah. Peraltro quivi giunto, Johnston, il 21 giugno, ordinò un raid su Martinsburg (che si trovava poco più a nord-ovest di Harpers Ferry) per distruggere attrezzature e materiale ferroviario appartenenti alla Baltimore & Ohio Railroad : 42 locomotive e 386 carri merci oltre a un enorme quantitativo di carbone, legna e materiale rotabile furono dati alle fiamme, che per settimane furono visibili anche a molti chilometri di distanza. Si trattò di una scelta sciagurata: l’opinione pubblica settentrionale accusò i confederati di devastazioni selvagge e indiscriminate, mentre la popolazione del Maryland, assai tiepida nei confronti della causa unionista, ora guardava attonita al comportamento dei confederati; peraltro sotto il profilo strategico, la distruzione del materiale ferroviario era del tutto inutile, giacché Johnston aveva già provveduto a demolire i ponti ferroviari sul Potomac. L’atto, che egli tentò poi di giustificare adducendo di aver solo obbedito a quanto ordinatogli dal comando supremo sudista, in realtà dimostrava che il generale confederato sottostimava l’importanza (come poi si sarebbe visto a più riprese negli anni successivi) del materiale rotabile per le sorti della Confederazione non solo sotto il profilo militare, ma anche politico: essendo all’epoca le tratte ferroviarie gestite da compagnie private, la loro distruzione poteva costituire motivo di grave imbarazzo per il governo; mostrando, insomma, una rara miopia strategica, in un’ottica puramente difensivista come quella di Johnston, il materiale rotabile era solo un mezzo di ausilio per eventuali offensive unioniste e come tale andava sistematicamente distrutto (46).

A Winchester, nel mese successivo, Johnston, del tutto indisturbato, si diede anima e corpo ad organizzare e addestrare i volontari sudisti che ora affluivano numerosi; ed indubbiamente come amministratore egli eccelleva. I circa 11.000 effettivi a sua disposizione furono divisi in quattro, poi cinque brigate. Finché, nella notte del 18 luglio, a Johnston fu recapitato un dispaccio urgente proveniente da Cooper: le truppe unioniste guidate dal generale McDowell, da Centreville stavano muovendo contro il generale Beauregard, schierato poche miglia dopo, oltre il fiume Bull Run. Pertanto l’armata di Johnston doveva immediatamente ricongiungersi a quella di Beauregard e affrontare insieme le superiori forze nemiche (47). Letto il messaggio, Johnston senza perdere tempo ordinò che tutto fosse pronto per la partenza il giorno successivo. Egli si trovava ad affrontare una situazione difficilissima: doveva sganciarsi avendo di fronte il nemico - il generale unionista Patterson si trovava a pochi chilometri di distanza con 18.000 uomini – assicurandosi che questi non muovesse su Winchester cogliendolo in piena crisi di movimento, ovvero non lo seguisse, ricongiungendosi così alle forze federali che pressavano Beauregard. Si trattava indubbiamente di una manovra complicata. Johnston, accertatosi, grazie all’abile lavoro di intelligence da parte del comandante della cavalleria confederata J.E.B. Stuart che Patterson non sembrava aver alcuna intenzione di avanzare e attaccare, si assicurò che fossero rinvenuti vagoni merci a sufficienza per trasportare l’armata al completo sino a Manassas Junction, importante nodo ferroviario vicino al fronte sudista tenuto da Beauregard; indi date le ultime disposizioni, si affrettò a controllare che le truppe si imbarcassero con celerità; quanto a Winchester, avrebbe lasciato un velo di truppe a sua difesa (per lo più miliziani) e circa 1.700 ammalati o invalidi. Per quanto egli avesse di fronte a sé un comandante inetto come Patterson (al quale, per vero, non erano state direttive precise) in poche ore Johnston fu in grado di pianificare ed eseguire un’operazione assai rischiosa, in modo perfetto. Restava solo da chiarire a chi spettasse il comando delle forze confederate unificate (Armata della Valle dello Shenandoah e Armata del Potomac) e a tal proposito Johnston interrogò immediatamente Richmond; all’arrivo al quartier generale di Beauregard, la sera del 20 luglio, lo attendeva la risposta di Davis: “voi siete un Generale [i.e. un full General, come vedremo a breve] nell’esercito Confederato in possesso dell’autorità propria di quel grado” rispetto a Beauregard che veniva esplicitamente definito “generale di brigata” (48) ; la precisazione non lasciava alcun dubbio: a Johnston spettava il comando delle armate combinate.

Era il 20 luglio: le forze confederate stavano per ingaggiare gli unionisti nella prima grande battaglia della guerra civile americana (49).

(5.-CONTINUA)

39. R.K. Krick, “Snarl and Sneer and Quarrel: General Joseph E. Johnston and an Obsession with Rank” in G.W. Gallagher & J.T. Glatthaar (a cura di), Leaders of the Lost Cause. New Perspectives on the Confederate High Command, cit. p.177.
40. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War,cit. p. 16. Come sua abitudine, peraltro, Johnston nelle proprie memorie di guerra falsificò il numero delle truppe a sua disposizione ad Harpers Ferry, computandole ad un massimo di 5.200. In realtà esse assommavano a circa 8.000 uomini di cui solo 700 senza armi; peraltro pure le codnizioni di salute dei soldati vengono definite generalmente buone, in contrasto con quanto dichiarato da Johnston: cfr. il rapporto ispettivo del tenente-colonnello George Deas del 23 maggio 1861 in U.S. War Department (a cura di), The War of the Rebellion: a compilation of the Official Records of the Union and Confederate Armies [d’ora in poi OR], 70 voll. in quattro serie (ciascun volume a sua volta suddiviso in parti per un totale di 128 voll.), Washington: Government Printing Office, 1880-1901, ser. I, vol.2, pp.866-870.
41. Cfr. OR], ser. I, vol. 2, pp.471, 880-81, 890.
42. Per la corrispondenza da Lee a Johnston, cfr. OR, ser. I, vol. 2, pp. 894, 897, 901 e 910.
43. Per la corrispondenza da Johnston a Lee, cfr. OR, ser. I, vol. 2, pp. 880-881, 889, 895-96, 907-08. Un’eccellente analisi di tutta la questione è A. Downs, “The Responsability is Great: Joseph E. Johnston and the War in Virginia” in S.E. Woodworth (a cura di), Civil War Generals in Defeat, Lawrence,KS: University Press of Kansas, 1998, pp. 41-46. V. anche S.E. Woodworth, Lee & Davis at War, cit., pp.26-29.
44. OR, ser. I, vol. 2, pp.924-25.
45. OR, ser. I, vol. 2, pp. 929-30.
46. In tema, cfr. J.N. Lash, Destroyer of the Iron Horse: General Joseph E. Johnston and Confederate Rail Transport, 1861-1865, Kent, OH: The Kent State University Press, 1991, spec. pp. 14-18. Le tesi dell’autore, però, non sempre persuadono.
47. OR, ser. I, vol. 2, p. 478.
48. OR, ser. I, vol. 2, p. 985. Su questo importante documento torneremo più oltre.
49. Trascende gli scopi del presente scritto l'analisi della prima battaglia di Manassas (o Bull Run, come fu denominata dagli unionisti), di cui occuperemo solo in relazione alla figura di Johnston. Su di essa cfr. W.C. Davis, The Battle at Bull Run, A History of the First Major Campaign of the Civil War, Baton Rouge : Louisiana State University Press, 1977; J. Hennessy, The First Battle of Manassas. An End to Innocence, July 18-21, 1861, Lynchburg, VA: H.E. Howard, 1989; D. Detzer, Donnybrook: The Battle of Bull Run, 1861, Orlando, FL: Harcourt, 2004.


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  HARDEE il Gio 26 Gen 2012 - 18:55

Caro Banshee,

complimenti per il brillante lavoro , l'interessante esposizione e la ricerca; hai citato 49 fonti bibliografiche.
Ho la necessità di alcuni chiarimenti, sulla tua esposizione, e sarà mia premura esporle nel Forum, capitolo per capitolo.

Ciao e Grazie per il Lavoro svolto

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Gio 26 Gen 2012 - 19:09

Caro Hardee,
a tua disposizione e, ovviamente, di chiunque altro chiedesse chiarimenti. Ma tieni conto che l'esposizione richiederà ancora molto tempo e lavoro.

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  HARDEE il Gio 26 Gen 2012 - 19:26

Ciao Banshee,

d'accordo attenderò la fine dell’esposizione, in effetti è inutile iniziare il dibattito a questo punto, anche se hai già offerto una notevole quantità di materiale su cui discutere.

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Gio 26 Gen 2012 - 19:38

Caro Hardee,

attendi la prossima settimana quando metterò la parte relativa a Manassas, penso che ci saranno molte munizioni da sparare Cool

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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Ven 27 Gen 2012 - 12:07

4.- A Manassas.

Peraltro essendo Beauregard alla testa di forze superiori alle sue (circa 18.000 uomini) e assai più esperto circa posizione occupata dal nemico e terreno dell’imminente scontro, Johnston, a cui fu mostrata una mappa della zona appena abbozzata, senza neppure un’indicazione precisa dei rilievi, ritenne che fosse consigliabile delegare nell’immediato ogni decisione al generale creolo (50) . Costui non pensava affatto ad attendere passivamente l’attacco di McDowell, ma aveva elaborato un audace piano offensivo, che fu esposto in linea di massima a Johnston la sera stessa del suo arrivo; quest’ultimo, diede il proprio assenso “senza esitazione”, anche perché, assai preoccupato che Patterson potesse accorgersi della sua scomparsa e giungere a Manassas entro il 22, riteneva correttamente che non vi fosse tempo da perdere; dopodiché, stanco morto, da poco passata la mezzanotte, si coricò (51) . In realtà, a causa di un’incredibile confusione dello stato maggiore di Beauregard, il giorno seguente gli ordini di attacco non raggiunsero mai i comandi di brigata sudisti, ad eccezione di quello del generale James Longstreet (52) . Fu senza dubbio una fortuna, perché il piano congegnato da Beauregard era dir poco cervellotico nella sostanza, prevedendo tanta e tale dispersione tra le sue forze attaccanti che McDowell avrebbe avuto buon gioco nel respingerle sanguinosamente una ad una. Nella forma, gli ordini stilati erano poi incomprensibili, se presi alla lettera: ad una unità si chiedeva praticamente di attaccare la sua stessa posizione; addirittura, essi prevedevano che una volta sviluppata l’offensiva, il controllo dei due gruppi d’attacco che si sarebbero creati, avrebbe dovuto essere assunto da un non meglio identificato ufficiale e dal generale T. H. Holmes, il quale però era del tutto all’oscuro delle intenzioni del generale creolo (53) . Lo schieramento adottato da Beauregard, infine, non teneva conto di una possibile manovra di aggiramento da parte del nemico sulla sua sinistra, avendo egli concentrato le forze sui guadi e ponti direttamente prospicienti la strada per Centreville, mentre meno di 5.000 uomini erano schierati a guardia di eventuali manovre sul fianco destro unionista (54) . Quanto a Johnston, il quale alle 4.30, non appena destatosi, ricevette l’ordine di attacco stilato nei suoi dettagli, alcuni anni dopo la fine della guerra sosterrà di aver compreso immediatamente la complessità e pericolosità della manovra pianificata da Beauregard (55) . Sta di fatto che all’epoca, però, si limitò a sottoscriverlo pienamente e senza apportare modifica alcuna, vergò il documento in calce con le seguenti parole “il piano d’attacco concepito dal generale di brigata Beauregard nel suesteso ordine è approvato e sarà eseguito conseguentemente” (56) . Come che sia, mentre i preparativi per l’offensiva presso il quartier generale di Beauregard a Manassas Junction ancora si stavano svolgendo nel disordine più completo, si udì un sinistro rumore di artiglieria e fucileria proveniente dal fianco sinistro confederato. Erano le 5.15 del mattino (57) . All’inizio, Beauregard non vi fece molto caso, liquidando il tutto come un semplice scontro tra avamposti e rassicurando Johnston, che appariva più allarmato di minuto in minuto, circa il carattere marginale del fatto; ma il rumore andava aumentando di volume e giunsero le prime notizie confuse che indicavano come un attacco unionista sul lato sinistro confederato fosse in pieno svolgimento (58) . Un cambiamento di piani s'imponeva e Beauregard stilò un nuovo ordine per la brigata Ewell, che avrebbe dovuto guidare la progettata offensiva al centro dello schieramento sudista, intimandole di attendere e di tenersi pronta per un eventuale avanzamento successivamente: possiamo solo immaginare la faccia stralunata del povero Ewell, il quale non avendo ancora ricevuto gi ordini precedenti, si domandava il significato di quel messaggio (59) . Ad ogni buon conto, calato d’intensità il rumore, intorno alle 8, Beauregard concluse trattarsi di una finta nordista che avrebbe agevolato il suo piano d’attacco: giacché questo era diretto sul fianco opposto dello schieramento federale, ragionava il generale creolo, ora esso doveva essere scoperto; sempre con l’approvazione di Johnston, nel frattempo calmatosi, egli tornò quindi al piano generale così come concepito all’alba, ordinando l’avanzamento immediato delle truppe. Un’ora dopo, mentre l’inesperto e inefficiente stato maggiore di Beauregard stava collassando sotto una montagna di ordini e contro-ordini, giunse un messaggio allarmato dal colonnello Edward Porter Alexander, il quale dal proprio posto di osservazione, aveva notato una colonna federale in marcia verso la sinistra dei confederati (60) . Beauregard fece finta di nulla, insistendo nei suoi sogni onirici di attacco. In realtà egli si era fatto prendere in pieno contropiede dal generale McDowell: non si trattava di una manovra diversiva, ma di un vero e proprio attacco in forze unionista. Johnston, al contrario, con acume comprese che l’armata confederata poteva trovarsi in grave pericolo, anche se pensò trattarsi delle forze del generale Patterson che appena giunte, stavano calando da sinistra sullo schieramento sudista (61) . Infine su sua iniziativa, Beauregard acconsentì a inviare le brigate Bee e Jackson insieme alla legione Hampton, appena arrivata da Richmond; l’orologio segnava le 9.30 (62) . Fu la mossa che con ogni probabilità salvò la giornata per i meridionali: e si doveva interamente all’iniziativa di Johnston. Dopodiché i due generali si portarono in posizione più centrale, in attesa dello sviluppo dell’attacco (63) : ma le oscure direttive di Beauregard, come già visto, non giunsero mai ai loro destinatari. Il generale creolo, il quale evidentemente brancolava ancora nell’oscurità più completa, per le successive due ore, insistette nel sostenere che occorreva passare all’azione in quel settore. Johnston ribatté che quei rumori che giungevano sempre più forti indicavano una manovra di aggiramento del fianco sinistro sudista: ed era così, giacché le posizioni sudiste sulla Matthews Hill, proprio in quei frangenti, avevano appena ceduto sotto la pressione dell’attacco unionista. Inoltre alcuni dispacci forniti da scout confederati dimostravano come al centro dello schieramento unionista non fossero segnalati movimenti di truppe: ciò poteva significare solo,come intuì Johnston, che in quel settore non era in corso alcuna operazione offensiva. Alle 11, dietro pressante insistenza di quest’ultimo, Beauregard dispose che sei corrieri e un ufficiale dello stato maggiore fossero inviati sulla sinistra, con l’ordine di tornare ogni dieci minuti e riferire gli sviluppi. Intorno alle 12, infine, sentendo il rombare del cannone pericolosamente vicino, rotto ogni indugio, Johnston disse a Beauregard “la battaglia è là e io ci vado” e salito in sella ordinò al suo stato maggiore “montate e seguitemi”; un Beauregard finalmente convinto, dopo aver dato disposizioni alle restanti unità che attendevano, gli corse dietro (64). I due giunsero sulle posizioni tenute dai confederati sulla Henry Hill intorno alle 12.30; la situazione sudista appariva difficilissima: la brigata Jackson teneva eroicamente al centro ma, sulla sinistra, le poche forze rimaste alla brigata Bee stavano iniziando a cedere. Di fronte a loro, due divisioni federali incalzavano. Johnston, dopo aver ordinato alle batterie raccolte lungo la strada verso la collina di seguire le disposizioni di Jackson, notò un nutrito gruppo di soldati che sembrava vagare sul campo senza ordini: era il 4° Alabama, rimasto privo di ufficiali. Johnston fattosi sotto, mentre tutto intorno esplodevano i colpi dell’artiglieria federale afferrò lo stendardo reggimentale, incitando gli uomini a seguirlo; ma l’alfiere, gli rispose “Generale non prendete la bandiera. Ditemi dove volete che la porti e io colà la condurrò!” (65). Girato il cavallo, Johnston guidò gli alabamiani intrepidamente in prima linea, posizionandoli sulla sinistra di Jackson. Poi, raggiunto il generale Barnard E. Bee che appariva scosso e sul punto di cedere, Johnston con calma lo rassicurò e profeticamente disse “non disperatevi, la giornata non è ancora persa”. Indicandogli gli uomini del South Carolina che stavano ritirandosi, lo sollecitò a farsi loro incontro : li radunasse senza perder tempo e li conducesse all’attacco (66) . L’arrivo di Johnston sul campo di battaglia (e di Beauregard che ugualmente si prodigò per ristabilire lo schieramento dei meridionali) fu senza dubbio decisivo per le sorti della battaglia. Ora il fronte era ripristinato e la resistenza confederata, guidata dalla brigata del generale Jackson che non arretrava di un metro, come un muro di pietra contro cui si infrangevano gli sforzi dei nordisti, produsse le prime falle nella linea unionista. Su suggerimento di Beauregard, Johnston si incaricò di tornare nelle retrovie e di lì organizzare l’afflusso delle truppe che cominciavano a giungere un po’ dappertutto; lasciato a Beauregard il compito di guidare la difesa tattica della Henry House Hill, Johnston a stabilì il proprio quartier generale a un chilometro e mezzo di distanza presso un casolare di campagna detto “Portici”. Quivi con sagacia, Johnston provvederà a far giungere sulla linea del fronte le unità che mano a mano accorrevano; finché, arrivata la brigata Kirby-Smith intorno alle 15.30, Johnston la guiderà personalmente in prima linea indicandogli la posizione da assumere; colà lo trovò la brigata Early, ultima a giungere: posizionata con abilità da Johnston sul fianco sinistro confederato, l'unità deciderà definitivamente la vittoria; l’ala destra unionista ora a rischio di accerchiamento, improvvisamente cedette e con essa l’intero schieramento settentrionale che si dette ad una fuga precipitosa (67) . Erano le 16.45 e rimanevano ancora tre ore di luce.

50. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War,cit. p. 39.
51. Ibidem, cit. p. 41.
52. La migliore discussione dei piani di battaglia di Beauregard, anche relativamente allo sviluppo dello scontro nello stato maggiore confederato, è in cfr. D.S. Freeman, Lee’s Lieutenants: A Study in Command, 3 voll., New York: Charles Scribner’s & Sons, 1942-44, vol. I, pp.47-61.
53. Il piano di battaglia è esposto, in OR, ser. I, vol.2, pp. 479-480.
54. Anni dopo Beauregard tenterà di giustificare lo smarrimento nell’apprendere dell’attacco unionista, sostenendo che il suo schieramento era stato elaborato precisamente sul presupposto di un’offensiva federale sul suo fianco sinistro: cfr. A. Roman, The Military Operations of General Beauregard in the War Between the States 1861-65, 2 voll., New York: Harper and Brothers, 1884, vol.1, pp.52-54; sebbene l’opera risulti stilata da Alfred Roman, suo Aiutante di stato maggiore, è certo che essa fu dettata verbatim da Beauregard stesso.
55. J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, 4 voll. New York: Century Co., 1887-88, vol. I, p.246.
56. OR, ser. I, vol. 2, p. 246.
57. OR, ser. I, vol. 2, p. 559, rapporto del generale Evans.
58. OR, ser. I, vol. 2, p. 518, rapporto del generale Bonham.
59. OR, ser. I, vol. 2, p. 485.
60. E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, New York: Charles Scribner’s Sons, 1907, p. 31
61. OR, ser. I, vol. 2, p. 474.
62. G.W. Gallagher (a cura di), Fighting for the Confederacy. The Personal Recollections of General Edward Porter Alexander, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1989, pp. 52-53; J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., p.246.
63. J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., p.247; Id., Narrative of Military Operations during the Civil War,cit. p.46.
64. P.G.T. Beauregard, “The First Battle of Bull Run”, in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., p.205.
65. J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., pp.247-48; E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, cit. pp. 32-34.
66. Ibidem, p. 36.
67. C.L. Symonds, Joseph E. Johnston: A Civil War Biography, cit., p. 120.
68. J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., pp.249.

(6.- CONTINUA)


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Ven 27 Gen 2012 - 18:45

Johnston intuì che occorreva sfruttare il momento e tosto si pose ad organizzare l’inseguimento con l’assenso di Beauregard, ordinando alle brigate Bonham e Longstreet (che erano relativamente fresche, non avendo preso parte allo scontro sull’ala sinistra confederata) di superare i guadi sul fiume Bull Run per cadere sul fianco sinistro unionista; sennonché una serie di contrordini, voci (poi rivelatesi false) ed equivoci pose nel nulla l’iniziativa. Sta di fatto che solo un paio di squadroni di cavalleria del 30° Virginia, per iniziativa di J.E.B. Stuart, tentarono seriamente di impensierire il nemico in fuga. Nelle sue memorie, il generale Edward Porter Alexander criticherà l’atteggiamento di Johnston (e Beauregard) per non aver diretto personalmente le operazioni: fu certamente un’occasione mancata per il Sud, che avrebbe potuto completare la vittoria (70) ; la confusione che regnava sul campo di battaglia, con uomini che vagavano da una parte e dall’altra senza meta alla ricerca dei propri comandanti, altri che abbandonavano la prima linea per tornare a casa convinti che la guerra fosse vinta e molti altri ancora a terra sfiniti per la fatica dopo oltre nove ore di battaglia possono in parte giustificare, ma non assolvere, il comportamento dell’alto comando confederato, anche se, come vedremo a breve, l’inerzia dei sudisti ebbe rilievo relativo sulle sorti strategiche della campagna. Molto probabilmente Johnston e Beauregard erano paghi per la vittoria confederata e non ebbero la forza e capacità (anche a causa di uno stato maggiore inesperto) di organizzare l’inseguimento delle truppe nordiste nell’immediato. Mentre i due ancora discutevano sul da farsi, giunse Jefferson Davis che non potendo più attendere a Richmond l’esito del combattimento, era arrivato con il treno sino a Manassas Junction e poi aveva proseguito a cavallo verso il luogo della battaglia. Dalle labbra di Johnston, Davis apprese della magnifica vittoria: per il presidente, che aveva incontrato molti sbandati lungo la via e credeva che lo scontro fosse andato perduto, fu una liberazione. Erano ormai le 19. Immediatamente Davis chiese quali provvedimenti fossero stati presi per l’inseguimento. Dopo una breve e confusa relazione, il generale virginiano e Davis decisero si mettersi a tavolino per studiare il da farsi e si recarono al quartier generale di Beauregard. Intorno alle 22, mentre Johnston rassicurava il presidente sulle sue intenzioni di muovere il giorno seguente contro i federali, giunse un rapporto del capitano Robert C. Hill, il quale indicava come gli unionisti fossero in piena rotta verso Washington e la strada per Centreville ingombra solo dell’equipaggiamento federale abbandonato in fretta e furia. A quel punto vi fu una lunga pausa di silenzio: pareva che né Johnston né Beauregard volessero prendere l’iniziativa e ordinare un immediato inseguimento; dopo aver accertato che la brigata Bonham poteva essere impiegata per tale scopo, non avendo preso parte ai combattimenti, una nuova pausa seguì: i due generali ancora esitavano; allora, il colonnello Thomas Jordan, aiutante di Beauregard, si rivolse al presidente confederato chiedendogli se intendesse emanare lui stesso delle direttive per un’avanzata istantanea di Bonham. Davis annuì. Sennonché mentre Jordan, una volta sedutosi, già aveva iniziato a trascrivere gli ordini del presidente, qualcuno (forse lo stesso Jordan o Edward Porter Alexander, anch’egli presente) osservò che quel capitano Hill era conosciuto con il soprannome di “crazy Hill” sin dai tempi dell'Accademia Militare per la sua eccitabiltà e forse, dopotutto, non era così attendibile. Al presidente, venne alla mente che il capitano Hill era effettivamente stato un cadetto a West Point e dopo una breve indagine (non è chiaro se con Hill presente o meno) fu accertato che costui non era stato a Centreville, ma si era diretto verso Cub Run, un fiumiciattolo affluente del Bull Run, che si trovava più a sud rispetto alla cittadina virginiana. Dopo un pò di sconcerto, Davis avrebbe ordinato che il giorno seguente, di buon mattino, si procedesse ad un inseguimento in forze e, secondo quanto scrisse lo stesso presidente confederato dopo la guerra, Beauregard e Johnston approvarono la sua direttiva (70); il che diede il via ad un polemica che resta tuttora irrisolta: appreso quanto affermato da Davis nelle sue memorie, Beauregard negò decisamente che il presidente avesse ordinato un’avanzata per il giorno seguente, avendo tutti quanti concordato di disporre una ricognizione verso Centreville, mentre Johnston affermò addirittura di non essere stato presente in quel preciso momento e che comunque nessun ordine venne impartito (71); sta di fatto che, il giorno dopo nulla fu fatto a causa di una pioggia torrenziale che si abbatté nei pressi e in quelli successivi, dopo un’altra conferenza con il presidente e Beauregard nella sera del 22, Johnston si limitò a un timido avanzamento su Centreville. Mesi e anni dopo, specie a seguito la pubblicazione di una delle prime biografie del generale Thomas “Stonewall” Jackson ad opera del suo ex-capo di stato maggiore Robert Lewis Dabney nel 1866, divamparono le polemiche sul mancato inseguimento dei federali, i quali, come si seppe poi, erano effettivamente in piena rotta (72) . L’opinione pubblica del Sud, prima e dopo la cessazione delle ostilità, giunse persino a sostenere che la Confederazione aveva gettato via la più grande opportunità di vincere la guerra dell’intero corso del conflitto. Fu davvero così? Una serena valutazione a posteriori dei fatti, ci pare possa escluderlo. In primo luogo, eccezion fatta per alcuni reggimenti, le forze sudiste si trovavano in un caos persino superiore a quello dei federali: si sarebbe poi visto che ci volle almeno un giorno prima di riordinare le fila; inoltre, all’armata confederata mancavano sufficienti forze di cavalleria per condurre un inseguimento efficace: ed effettivamente l’organizzazione di una poderosa massa autonoma di cavalleggeri era ancora di là dal venire, preferendosi all’epoca ancora l’utilizzo a pezzi e bocconi di singole unità reggimentali che erano sparpagliate qua e là; un'occasione che la cavalleria francese nell'età napoleonica, sia detto incidentalmente, non si sarebbe lasciata sfuggire, ma del tutto impraticabile per i sistemi e le dottrine militari americane di metà secolo. Infine e soprattutto, le forze federali trovarono rifugio all’interno del campo trincerato di Washington che, sebbene non ancora completato, costituiva una poderosa difesa contro cui l’armata confederata, priva com’era di ogni equipaggiamento pesante per sostenere un assedio, avrebbe potuto ben poco, esponendosi a possibili contrattacchi: strategicamente dunque, si sarebbe rivelata una mossa inutile, se non addirittura pericolosa. Anche un immediato inseguimento come quello predisposto da Johnston (ma mai eseguito) nel tardo pomeriggio del 21, avrebbe potuto condurre alla cattura di un numero maggiore di prigionieri o materiale bellico federale e nulla più.
Senza dubbio la vittoria di Manassas segnò lo zenith delle fortune militari di Johnston. Si doveva a lui se i primi, determinanti rinforzi furono inviati sulla sinistra confederata. Fu grazie alla sua perspicacia che Beauregard si convinse ad abbandonare il bizzarro piano d’attacco elaborato. Giunto nel momento critico della battaglia in prima linea, Johnston riannodò le fila dei sudisti che stavano cedendo e con grande sagacia dispose le poche forze a disposizione nei punti più in pericolo. Infine il posizionamento delle brigate Elzey e Early al momento e luogo giusti, determinarono la rotta federale. Certo, il valore dei soldati confederati, l’abile difesa iniziale dell’ala sinistra sudista da parte del generale Evans all’alba, il sacrificio del colonello Bartow (caduto alla testa dei suoi uomini, nel tentativo di contenere gli unionisti) e l’indomita resistenza di Jackson sulla Henry House Hill furono fattori altrettanto importanti; si può anche osservare come Johnston si fosse limitato a reagire alle iniziative unioniste e che non comprese davvero che la manovra aggirante fosse l’attacco principale elaborato da McDowell, credendo trattarsi dell’avanguardia dell’esercito di Patterson. Ma, fu Johnston, in ultima analisi, a vincere la battaglia.

69. E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, cit. p. 48.
70. Per i particolari della conferenza, cfr. J. Davis, The Rise and Fall of the Confederate Government, 2 voll., New York: Appleton, 1881,vol. 1, pp.352-56, che riporta la preziosa testimonianza sulla conferenza, datata 18 aprile 1873, del colonnello Jordan; si veda anche E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, cit., p. 49 che situa la conferenza alle ore 23.
71. A. Roman, The Military Operations of General Beauregard in the War Between the States 1861-65, cit., vol.1, pp.114-116; J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., p.252.
72 R.L. Dabney, Life and Campaigns of Lieut.-Gen. Thomas J. Jackson (Stonewall Jackson), Richmond: Blelock, 1866, p. 226. Secondo tale versione Jackson, incontrato Davis sul campo di battaglia avrebbe esclamato “Li abbiamo sbaragliati! Corrono come cani! Datemi 10.000 uomini e io prenderò Washington domani!” . L’episodio è confermato da numerose fonti con testimonianza diretta; vedi ad esempio H. McGuire, “General Thomas J. Jackson, reminiscences of a Surgeon” in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., vol. XVIII, p. 303; J.S. Mosby, The Memoirs of Colonel John S. Mosby, Boston: Little & Brown, 1917, pp.66 e 81. Alexander, p.48, op. cit., fornisce una versione leggermente diversa: “Li abbiamo sbaragliati! Corrono come pecore! Datemi 5.000 uomini e prenderò Washington domani!”.

(7:-CONTINUA)


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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  R.E.Lee il Sab 28 Gen 2012 - 18:12

Grande ricostruzione Banshee e grande narrativa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Very Happy Very Happy Very Happy Complimenti!!!!!!!!!!!!!!!!
E vai !!!!!!!!!!!!
Avanti così !!!!!!!!!!!!!!! Al diavolo l'Università!! Che ci vai a fare!!!


Lee study study study
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Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Sab 28 Gen 2012 - 18:39

5.- "Un colpo inferto a me solo".

Paradossalmente, però, il successo di Manassas, si trasformò per il generale virginiano in una sconfitta personale. Nei giorni successivi, il merito della vittoria fu attribuito dall’opinione pubblica a Beauregard: era lui, “il Napoleone in grigio”, che aveva disfatto le giubbe blu, chiosavano i giornali di tutto il Sud. E vi fu persino chi nel Mezzogiorno intitolò delle danze al generale creolo (73) . Del resto, il presidente Davis promosse immediatamente Beauregard a General (full), su suggerimento, peraltro, dello stesso Johnston: il che parve ai più significare come la responsabilità dell’affermazione fosse da attribuirsi in gran parte, se non del tutto, al generale creolo. Un’ombra che peserà per molto tempo su Johnston, sempre assai suscettibile in tema di reputazione, se terminata la guerra, nel tentativo di correggere quella che pareva un'opinione comune, egli dovrà precisare che “la battaglia fu condotta da me. Le brigate di Bee e Jackson furono inviate sulla sinistra da me. Io decisi che la battaglia doveva essere là e diressi ogni misura per sostenerla” (74) .
Fu forse questo: una questione di prestigio e onore personali. O forse fu la segreta convinzione che, come la lettera di Davis del 21 luglio sembrava indirettamente confermare, la Confederazione lo avesse posto in cima alla graduatoria degli ufficiali confederati per rango di nomina e quindi di anzianità, con il grado di General (full) e che ora qualcuno lo avesse tirato giù da quel piedistallo su cui egli già si vedeva issato, assumendo (a torto come già in parte visto e come meglio si spiegherà a breve) di essere l’ufficiale di rango maggiore dell’intero Sud; o forse, invece, anni di battaglia contro la burocrazia centrale per ottenere il riconoscimento di un semplice (e tutto sommato, banale) grado onorifico, lo avevano persuaso che il nemico si trovasse tra le sue stesse fila: non a Washington, ma a Richmond. O forse, infine, l’idea di trovarsi dietro Lee per l’ennesima volta, era divenuta insopportabile per lui. Forse più semplicemente furono tutte queste circostanza assieme. Non si saprà mai con certezza. Sappiamo solo che il 10 settembre 1861, per Johnston tutto cambiò improvvisamente. Quel giorno, ricevuta la comunicazione sulle nomine degli ufficiali a (full) Generals della Confederazione (su proposta di Jefferson Davis, approvata dal Senato confederato il 31 agosto) Johnston scoprì di essere stato inserito al quarto posto, con il seguente ordine: Samuel Cooper, con rango a far data dal 16 maggio 1861; Albert Sidney Johnston con rango a far data dal 30 maggio 1861; Robert Edward Lee con rango a far data dal 14 giugno 1861; Joseph Eggleston Johnston con rango a far data dal 4 luglio 1861; Pierre Gustave Toutant Beauregard con rango a far data dal 21 luglio 1861 (75) . Letta la lista, la furia di Johnston esplose. Presa carta e penna compose di getto una lunga lettera (oltre 2000 parole) piena di critiche e accuse al presidente confederato, dai toni e contenuti ben oltre i limiti dell’insubordinazione e, dopo due giorni di profonda meditazione, la inviò senza modifiche a Jefferson Davis (76) . Johnston esordì esprimendo “la sua sorpresa e mortificazione” nell’aver appreso l’ordine delle designazioni, per poi dichiarare “ora e qui (…) la mia pretesa che, indipendentemente da queste nomine del Presidente e la loro conferma [da parte] del Congresso, io [solo] ancora detengo legalmente il rango di primo generale nelle Armate della Confederazione Sudista”. A suo dire, la legislazione vigente avrebbe dovuto collocarlo in cima alla lista delle nomine, seguito da Cooper, A.S. Johnston, Lee e Beauregard. Poiché ciò non era stato fatto, egli ne deduceva che le nomine costituivano “un colpo inferto a me solo”. Rimarcando come la scelta compiuta da Davis sarebbe stata giudicata dal pubblico e dalla stampa come una disapprovazione del suo comportamento (qui riferendosi probabilmente alla ritirata da Harpers Ferry e al mancato inseguimento dopo la vittoria di Manassas) Johnston si vedeva obbligato a difendere la propria reputazione come soldato e come patriota, mentre uomini che ancora non avevano combattuto contro il nemico (come Lee, A.S. Johnston e Cooper che egli non nominò apertamente, ma ai quali senza dubbio alluse) si trovavano ora a sopravanzarlo. Letta la missiva di Johnston, Davis, che pare fosse preda di uno dei suoi tanti malanni in quei giorni, replicò al generale con poche, lapidarie, fredde parole: “ho appena ricevuto e letto la vostra lettera del 12 ultimo scorso. Il suo linguaggio, è come voi dite, inusuale; le sue argomentazioni e dichiarazioni completamente unilaterali, le sue insinuazioni tanto infondate quanto disdicevoli” (77). L’iniziativa di Johnston fu senza dubbio una follia, sia sotto il profilo formale che sostanziale. Quanto al primo, accusare direttamente Davis, che era uomo già di per sé caratterialmente alquanto permaloso e poco incline alle critiche, di una qualche sua responsabilità personale e con toni del tutto fuori luogo, significava imputarlo di aver violato consapevolmente i legittimi diritti del generale virginiano. Se, come mostrato dai rapporti e dalla corrispondenza intercorsi tra i due sino a quel momento, Johnston si fosse rivolto a Davis con toni amichevoli e conciliatori, non v’è dubbio che avrebbe trovato nel presidente ampia comprensione, oltre a risposte concrete. Ma ancor più sotto l’aspetto della sostanza, Johnston appariva in torto. Al riguardo, due leggi erano state votate dal Congresso confederato il 6 e 14 marzo 1861. Con la prima, oltre a predisporre un regolamento generale sugli ufficiali di linea e di campo, sottufficiali, graduati e truppa, si autorizzava la nomina di quattro brigadieri generali nell’Esercito confederato (78) . Sennonché, accortosi poi il Segretario alla Guerra che ciò avrebbe potuto indisporre gli ufficiali a causa della contemporanea presenza di altri militari con gradi superiori nominati negli stati di appartenenza (come si è visto la Virginia aveva creato il grado di maggior generale e lo aveva attribuito a Lee) si decise la creazione del grado di (full) General con un emendamento approvato il 16 maggio e se ne aggiunse un quinto (79). Il 14 marzo, con la seconda legge, invece si predisposero i criteri per le loro nomine, oltre a varie modifiche . L’articolo 5 di tale ultima disposizione, prevedeva che agli ufficiali che si fossero già dimessi dall’Esercito degli Stati Uniti o lo facessero entro i sei mesi successivi per entrare nell’Esercito degli Stati Confederati doveva essere attribuita una commissione di nomina con medesima data, “in modo che il rango per anzianità degli ufficiali di ciascun grado dovrà essere determinato in base alla precedente commissione nell’Esercito degli Stati Uniti, detenuta prima della secessione degli Stati Confederati dagli Stati Uniti” (80) . Johnston dunque calcolava, “per legge” come affermò lui stesso riferendosi a quella norma, di essere l’ex ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, con grado più alto essendo stato nominato brigadiere generale di staff nel 1860, mentre Cooper (colonnello di staff, dal 1852) A.S. Johnston (colonnello di linea, dal 1855) Lee (colonnello di linea, dal 1861) Beauregard (maggiore di linea) erano chiaramente suoi inferiori (81) . Johnston ignorava (o faceva finta di ignorare) come un precetto inserito nella legge del 6 marzo 1861, l’articolo 29, disponesse che nel calcolo per l’attribuzione del grado agli ufficiali, per un verso, non si doveva tenere conto delle nomine ottenute per brevetto (fatti salvi i casi di ufficiali nominati nelle corti marziali o nelle commissioni di inchiesta) e per un altro che l’anzianità e il rango per il comando di unità di linea dell’esercito confederato, dovessero essere determinati in base all’incarico più alto ottenuto nelle corrispondenti unità di linea in cui l’ufficiale avesse precedentemente operato: in sostanza, in base al grado permanente ed effettivo conseguito nell’Esercito degli Stati Uniti (82) . Sotto questo profilo, mentre Cooper (colonnello di staff, ma capitano di linea) poteva essere nominato in cima alla lista per anzianità di nomina (1852) in quanto nell’Esercito confederato avrebbe assunto un ruolo puramente amministrativo, con esplicito divieto di poter comandare unità di linea data la sua tarda età (era nato nel 1790), l’ordine corretto era A.S. Johnston (colonnello di linea, dal 1855) Lee (colonnello di linea, dal 1861) Johnston (tenente-colonnello di linea, dal 1855) Beauregard (maggiore di linea). Anni dopo Jefferson Davis, giustificherà la propria scelta sostenendo, appunto, che essendo l’incarico di Quartiermastro Generale un ufficio che per legge nell’Esercito degli Stati Uniti comportava l’assoluta impossibilità di assumere un comando di linea, il relativo grado di staff non aveva alcun rilievo nella determinazione della graduatoria degli ufficiali a cui sarebbe spettato un comando operativo. Quanto a Lee, l’ex presidente, forse con una punta di perfidia, sottolineò che quegli aveva superato sistematicamente Johnston sin dai tempi di West Point e nell’esercito degli Stati Uniti aveva ricoperto sempre incarichi di linea con nomina per anzianità precedente a quelle di Johnston: da ultimo, rimarcava Davis, essendosi ambo i generali arruolati nell’esercito della CSA provenendo dall’esercito dello stato della Virginia, Lee sopravanzava ancora una volta Johnston per anzianità di grado conferitogli nell’Old Dominion, come già visto (82) . Si trattava, insomma di una sottile questione di minuzie legali, in cui peraltro il presidente era maestro e che almeno formalmente, davano a lui ragione. Una cosa appariva e appare chiara: qualunque fosse la motivazione che aveva animato Davis, essa non aveva nulla a che vedere con motivi d’astio personale o con ripicche per pregresse vicende, come alcuni sostenitori di Johnston tentarono di far credere, alludendo ai tempi di West Point o all’epoca della nomina del generale virginiano all’ufficio di Quartiermastro Generale, circostanze di cui si è già detto. E’ stata prospettata anche una terza ipotesi, basata sull’inimicizia che sarebbe sorta tra le consorti del presidente e del generale; dapprima buone amiche, a causa di alcuni banali apprezzamenti e incidenti, il loro rapporto si sarebbe deteriorato, sino a sfociare in una rottura: e Davis sempre molto attento alla reputazione della moglie, non avrebbe tardato a vendicarsi di Lidya Johnston, umiliando il marito; in realtà, si tratta di una tesi a dir poco stravagante, di cui conviene parlare per completezza espositiva e nulla più: di fatto, in una lettera privata risalente alla primavera del 1862 scritta da Varina Howell Davis, costei esprimeva grande affetto nei confronti della moglie di Johnston; il che dimostra come i rapporti tra loro, quantomeno sino all’epoca, fossero assai buoni (83) .

73. W.C. Davis, The Battle at Bull Run, A History of the First Major Campaign of the Civil War, cit. p. 248, T.H. Williams, P.G.T. Beauregard, Napoleon in Gray, Baton Rouge: Louisiana State University Press, pp. 91-92; D.S. Freeman, Lee’s Lieutenants: A Study in Command, cit., vol. I, p. 80.
74. J.E. Johnston, “Responsabilities of the First Bull Run” in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., p.250.
75. M.J. Wright, General Officers of the Confederate Army, New York: The Neale Publishing Company, 1911, pp. 9-11.
76. Il testo integrale della lettera è in OR ser. IV, vol.1, pp. 605-08. Una parte della missiva fu espunta immediatamente su suggerimento del fratello Beverly ed è riprodotta in S. H. Newton, Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, cit. pp. 212-13; per la datazione della lettera cfr. S.E. Woodworth, Lee & Davis at War, cit. nota 63 a p.344.
76. OR ser. IV, vol.1, p. 611.
77. OR ser. IV, vol.1, pp. 127-131.
78. OR ser. IV, vol.1, p. 326.
79. OR ser. IV, vol.1, p. 164.
80. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War , cit. pp. 70-73.
81. Cfr. S. H. Newton, Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, cit., pp.6-7.
82. Si veda V.H. Davis, Jefferson Davis: Ex President of the Confederate States of America. A Memoir by His Wife, cit., vol. 2, pp. 157-158 ove è riportata una lettera di Jefferson Davis a James Lyons datata 30 agosto 1878 con le relative argomentazioni.
83. Cfr. G. Govan & J.W. Livingood, A Different Valor: The Story of General Joseph E. Johnston, C.S.A., cit., pp.70-71; L.L. Crist et alii (a cura di) The Papers of Jefferson Davis, cit., vol. 7, p. 340 n.1.

(8.- CONTINUA)


Ultima modifica di Banshee il Lun 20 Feb 2012 - 13:53, modificato 2 volte
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