Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

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Messaggio  Banshee il Sab 28 Gen 2012 - 18:47

R.E.Lee ha scritto:Grande ricostruzione Banshee e grande narrativa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Very Happy Very Happy Very Happy Complimenti!!!!!!!!!!!!!!!!
E vai !!!!!!!!!!!!
Avanti così !!!!!!!!!!!!!!! Joseph Eggleston Johnston: un enigma? - Pagina 2 730441 Al diavolo l'Università!! Che ci vai a fare!!!


Lee study study study

Ringrazio l'amico R.E.Lee per i complimenti. Purtroppo riprenderò l'esposizione solo tra una settimana causa vari impegni. Concluderò la prima parte relativa al periodo di comando in Virginia con l'analisi dell'inverno 1861-62 segnato da numerose polemiche con lo stato maggiore confederato, la decisione di ritirarsi verso Richmond, le questioni strategiche relative alla difesa di Yorktown e il contrasto con la visione strategica di Lee, Williamsburg, Seven Pines e le polemiche seguite a quella battaglia.

P.S. Ho corretto la parte relativa alla conferenza delle sera del 21 luglio contenente un errore di cui mi scuso.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 28 Gen 2012 - 20:45

Banshee ha scritto:5.- "Un colpo inferto a lui solo".

E’ stata prospettata anche una terza ipotesi, basata sull’inimicizia che sarebbe sorta tra le consorti del presidente e del generale; dapprima buone amiche, a causa di alcuni banali apprezzamenti e incidenti, il loro rapporto si sarebbe deteriorato, sino a sfociare in una rottura: e Davis sempre molto attento alla reputazione della moglie, non avrebbe tardato a vendicarsi di Lidya Johnston, umiliando il marito; in realtà, si tratta di una tesi a dir poco stravagante, di cui conviene parlare per completezza espositiva e nulla più: di fatto, in una lettera privata risalente alla primavera del 1862 scritta da Varina Howell Davis, costei esprimeva grande affetto nei confronti della moglie di Johnston; il che dimostra come i rapporti tra loro, quantomeno sino all’epoca, fossero assai buoni (83) .


(8.- CONTINUA)


Del contrasto tra la moglie di Johnston e la moglie di Davis ne parla anche lo scrittore John Jakes nel libro "Amore e Guerra", il quale fa parte della trilogia "Nord e Sud".

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Messaggio  Banshee il Sab 28 Gen 2012 - 21:18

Caro Custer,
ho solo accennato al presunto contrasto anche per non tediare troppo i lettori. Sostanzialmente, scendendo più nel dettaglio l'ipotesi avanzata da Govan e Livingood si basa su di un passo del diario di Mary Chestnut. E' datato 8 agosto 1861 e fa riferimento ad un contrasto tra il Presidente e Johnston e al fatto che dopo tale contrasto la moglie di Johnston avrebbe smesso di chiamare la moglie del Presidente "reginetta del West", abitudine che aveva precedentemente, alludendo ironicamente all'aspetto fisico, non proprio aggraziato per gli standard della Virginia, di Varina Howell Davis. Il fatto però è che si fa riferimento ad una data in cui il ontrasto non era ancora scoppiato. Quindi o il passo è apocrifo (cioè è stato inserito successivamente, forse dopo la guerra, come abitudine di Mrs. Chestnut) o fa riferimento a tutt'altra questione. Ma fondamentalmente si tratta di una sciocchezza.
Si sa poi che il 3 ottobre 1861, quindi successivamente al contrasto, le due donne ebbero un incidente mentre si trovavano a passeggio su di una carrozza (lo riporta un giornale di Richmond). Ma la natura dell'incidente non è ben chiara e in ogni caso la data non collima. La lettera della primavera del 1862 in ogni caso smentisce ogni ipotesi.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 28 Gen 2012 - 21:31

Banshee ha scritto:5.- "Un colpo inferto a lui solo".

Al riguardo, due leggi erano state votate dal Congresso confederato il 6 e 14 marzo 1861. Con la prima, oltre a predisporre un regolamento generale sugli ufficiali di linea e di campo, sottufficiali, graduati e truppa, si autorizzava la nomina di quattro brigadieri generali nell’Esercito confederato (78) . Sennonché, accortosi poi il Segretario alla Guerra che ciò avrebbe potuto indisporre gli ufficiali a causa della contemporanea presenza di altri militari con gradi superiori nominati negli stati di appartenenza (come si è visto la Virginia aveva creato il grado di maggior generale e lo aveva attribuito a Lee) si decise la creazione del grado di (full) General con un emendamento approvato il 16 maggio e se ne aggiunse un quinto (79). Il 14 marzo, con la seconda legge, invece si predisposero i criteri per le loro nomine, oltre a varie modifiche . L’articolo 5 di tale ultima disposizione, prevedeva che agli ufficiali che si fossero già dimessi dall’Esercito degli Stati Uniti o lo facessero entro i sei mesi successivi per entrare nell’Esercito degli Stati Confederati doveva essere attribuita una commissione di nomina con medesima data, “[ic]in modo che il rango per anzianità degli ufficiali di ciascun grado dovrà essere determinato in base alla precedente commissione nell’Esercito degli Stati Uniti, detenuta prima della seessione degli Stati Confederati dagli Stati Uniti” (80) .

(8.- CONTINUA)

Faccio notare come il Congresso Confederato cercasse di assicurare- sia nel caso delle nomine degli ufficiali, come in altri casi- quella che viene definita come "continuità dello Stato".

Ps. Ringrazio ancora una volta Banshee che con la sua interessante disamina su Johnston, fatta peraltro a 360°, ci offre tanti spunti di confronto su vari aspetti della ACW.

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Messaggio  Banshee il Sab 28 Gen 2012 - 21:39

George Armstrong Custer ha scritto:
Banshee ha scritto:5.- "Un colpo inferto a lui solo".

Al riguardo, due leggi erano state votate dal Congresso confederato il 6 e 14 marzo 1861. Con la prima, oltre a predisporre un regolamento generale sugli ufficiali di linea e di campo, sottufficiali, graduati e truppa, si autorizzava la nomina di quattro brigadieri generali nell’Esercito confederato (78) . Sennonché, accortosi poi il Segretario alla Guerra che ciò avrebbe potuto indisporre gli ufficiali a causa della contemporanea presenza di altri militari con gradi superiori nominati negli stati di appartenenza (come si è visto la Virginia aveva creato il grado di maggior generale e lo aveva attribuito a Lee) si decise la creazione del grado di (full) General con un emendamento approvato il 16 maggio e se ne aggiunse un quinto (79). Il 14 marzo, con la seconda legge, invece si predisposero i criteri per le loro nomine, oltre a varie modifiche . L’articolo 5 di tale ultima disposizione, prevedeva che agli ufficiali che si fossero già dimessi dall’Esercito degli Stati Uniti o lo facessero entro i sei mesi successivi per entrare nell’Esercito degli Stati Confederati doveva essere attribuita una commissione di nomina con medesima data, “[ic]in modo che il rango per anzianità degli ufficiali di ciascun grado dovrà essere determinato in base alla precedente commissione nell’Esercito degli Stati Uniti, detenuta prima della seessione degli Stati Confederati dagli Stati Uniti” (80) .

(8.- CONTINUA)

Faccio notare come il Congresso Confederato cercasse di assicurare- sia nel caso delle nomine degli ufficiali, come in altri casi- quella che viene definita come "continuità dello Stato".

Ps. Ringrazio ancora una volta Banshee che con la sua interessante disamina su Johnston, fatta peraltro a 360°, ci offre tanti spunti di confronto su vari aspetti della ACW.

Verissimo. La stessa costituzione della CSA del resto ricalcava quasi letteralmente quella degli USA.

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Messaggio  Banshee il Sab 28 Gen 2012 - 21:53

Aggiungo che il segno più tangibile della continuità sotto diversa bandiera è stata la nota (e controversa) decisione di dividere il Sud in dipartimenti e distretti militari, secondo una logica e una tradizione propria degli USA.

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Messaggio  Banshee il Gio 2 Feb 2012 - 11:01

Ci si può domandare, semmai, perché Davis abbia atteso così a lungo prima di sottoporre all’approvazione del Senato l’elenco dei full Generals e, soprattutto, per quale motivo non abbia informato Johnston delle proprie decisioni precedentemente al settembre 1861: in fondo l’autorizzazione alla designazione dei cinque ufficiali era stata approvata dal congresso confederato a maggio; e già a luglio, come dimostrava la famosa lettera ricevuta da Johnston a Manassas Junction, costui era stato elevato, seppur informalmente, alla relativa carica. Del resto, una fitta corrispondenza con il quartier generale a Richmond, dopo la battaglia di Manassas, testimoniava che Davis era ben informato delle opinioni di Johnston al riguardo. In effetti, questi già da tempo riceveva comunicazioni da Lee (il quale, come si ricorderà, all’epoca ricopriva ancora il ruolo di supervisore delle forze armate confederate stanziate in Virginia) in materia di ordinaria amministrazione circa stato delle truppe, armamento, nomina degli ufficiali et cetera: si trattava, nella sostanza di disposizioni puramente di routine, persino banali e che, insomma, non erano certamente destinate a intromettersi nelle prerogative del comandante d’armata. Sennonché qualcuno presso lo stato maggiore a Richmond aveva posto un tratto di penna sulla parola “Virginia” dall’intestazione “Quartier Generale delle Forze Armate della Virginia” sulla corrispondenza e ora appariva come se Lee agisse n qualità di comandante supremo delle forze armate e diretto superiore di Johnston. Costui, assai urtato, il 29 luglio si era rivolto direttamente a Cooper, sostenendo che egli non poteva obbedire a tali ordini “poiché essi sono illegali”; solo Cooper e unicamente ove costui avesse agito direttamente per conto di Jefferson Davis, suggeriva Johnston, aveva tale autorità: come a significare che egli come generale di rango più alto nella Confederazione non poteva che ricevere ordini dal presidente stesso. Letta la missiva, Davis la siglò con la parola “insubordinato” (80). Cinque giorni prima, poi, si era presentato a rapporto da Johnston un suo vecchio amico, il tenente-colonnello Dabney H. Maury; allo sconcerto del generale, Maury aveva mostrato una lettera sottoscritta Lee con cui egli veniva trasferito presso lo stato maggiore di Johnston. Quest’ultimo, appreso il contenuto della missiva montò letteralmente su tutte le furie, esclamando con indignazione: “questo è un oltraggio!”; poi, calmatosi, aveva abbracciato Maury, ed esprimendogli tutta la sua stima, si era giustificato per la reazione spropositata, spiegando di ritenere illegittimo un simile ordine “poiché supero in rango Lee”. La sera stessa Johnston scrisse a Cooper, protestando per quella che riteneva l’ennesima intrusione nelle proprie prerogative e spiegando che per l’incarico al quale doveva essere destinato Maury, aveva già selezionato il maggiore Thomas G. Rhett; pertanto egli “non poteva ammettere il potere di nessun ufficiale dell’Esercito di annullare [un] mio ordine (…) essendo io stesso il Generale di rango supremo dell’Armata Confederata”. Anche in quella circostanza, il presidente aveva vergato la lettera con la parola “insubordinato” in calce alla stessa (81). Appare dunque evidente come Davis sin dalla fine di luglio fosse a conoscenza dell’opinione di Johnston in materia di grado e rango. Perché allora non disse nulla? La spiegazione più plausibile è che Davis prima di procedere alle nomine e sottoporle all’attenzione del Senato confederato, stesse attendendo l’arrivo di A.S. Johnston a Richmond. Costui ,che era stato nominato prima della guerra a capo del Dipartimento federale del Pacifico (vale a dire in sostanza, la California) aveva sin da subito espresso la volontà di aderire alla Confederazione, ma si trovava a dover affrontare un lungo e periglioso viaggio prima di giungere nella capitale sudista; un annuncio prematuro della sua nomina, attesa la possibilità di una sua cattura o di un incidente, avrebbe potuto rivelarsi nefasto per il presidente anche perché l’opinione pubblica non avrebbe tardato a sottolinearne l’ingenuità; quanto all’immagine della neonata confederazione e al morale della popolazione, il colpo sarebbe stato durissimo. Se dunque queste erano le intenzioni di Davis, egli poteva essere incolpato da J.E.Johnston di aver voluto in un certo qual modo favorire l’altro Johnston, violando la normativa approvata che prevedeva, come visto, che la commissione per i full Generals dovesse essere conferita per tutti loro nella medesima data (82).

Fatto sta che dopo la ricezione da parte di Davis della lettera, i rapporti tra i due mutarono sensibilmente sul piano formale: alle parole affezionate sino ad allora impiegate nella corrispondenza tra i due (come “mio caro amico ” “mio presidente carissimo”) si sostituirono formule fredde e formali di saluto e congedo. Sino a che punto il rapporto venne incrinato è difficile da stabilire, ma appare probabile che esso non ne fu compromesso in modo definitivo: i due continueranno a collaborare, senza mai più tornare sulla questione; ma una profonda crepa che sarebbe diventata voragine in seguito, si era prodotta. Certo è che, come acutamente osservato da Richard Taylor nel dopoguerra, “la mente del Generale Johnston fu influenzata così negativamente dal dissidio con il Presidente Davis [circa il rango] … tanto da ottenebrare la sua capacità di giudizio e impedirne il suo utilizzo” (83) .
Al di là dei rispettivi torti e ragioni, la vicenda tradiva i gravissimi limiti di carattere di Johnston. Per quanto egli fosse senza dubbio persona acuta e possedesse discrete qualità come soldato, in lui la somma dei difetti superava quella dei pregi: la straordinaria suscettibilità circa la propria reputazione, la pervicace gelosia delle sue prerogative (supposte o reali che fossero), l’abnorme egocentrismo che lo contraddistingueva finivano con il limitarne le capacità, o peggio, per il condizionarne l’agire, impedendogli di prendere ogni iniziativa per il timore di fallire o di essere giudicato un perdente. Ad un eroismo personale nell’esporsi in prima linea, non corrispondeva insomma quel coraggio morale che distingue e caratterizza le gesta dei grandi condottieri e quella forza d’animo di saper assumere su di sé ogni responsabilità per le scelte compiute, anche quelle meno popolari, propria degli uomini di carattere. Si è detto che il concetto di onore e reputazione così come all’epoca concepiti, specie nel Sud del nuovo continente, possano in parte giustificare l’atteggiamento di Johnston: l’approvazione o disapprovazione altrui, ancor più del valore personale o dell’autostima, erano fondamentali nel codice squisitamente patriarcale e agricolo del Meridione per determinare meriti e demeriti; e questo è certamente vero. Ma una nazione che sorga dal nulla, un governo e popolo che si battano per la propria libertà e indipendenza e un afflato autenticamente rivoluzionario esigono ben altro: che personalismi e ambizioni private siano cancellati e sostituiti dalla devozione ad un ideale comune e più alto. In fondo, Johnston, al di là di ogni altra questione, non capì mai nulla della dimensione politica del conflitto e delle esigenze che la Confederazione aveva, subordinandole costantemente alle proprie concezioni personali come uomo e alla propria visione strategica come generale, come vedremo: in questo tradendo un estremo limite. Nella primavera 1868, Lee, conversando con William Allan (che era stato ufficiale nello stato maggiore del generale Jackson) alludendo a quanto fosse disdicevole per un ufficiale anteporre “un proprio vantaggio o la propria reputazione” al dovere e alla difesa della patria, indicò il generale Joe Johnston come esempio negativo e “quanto fu erroneo e poco appropriato” il suo comportamento (84). Un giudizio che calzava a pennello. In realtà un autentico senso dell'onore, scevro da ogni personale tornaconto, avrebbe dovuto condurre Johnston ad un'unica decisione: rassegnare le proprie dimissioni. Irrevocabilmente.



(80) Cfr. V.H. Davis, Jefferson Davis: Ex President of the Confederate States of America. A Memoir by His Wife, cit., vol. 2, pp. 139-140.
(81) Ibidem, p. 138-139.
(82) In tal senso, S.E. Woodworth, Lee & Davis at War, cit. pp.54-55.
(83) R. Taylor, Destruction and Reconstruction: Personal Experiences of Late War, cit., pp.44-45.
(84) Cfr. W.Allan, "Conversations with R.E.Lee", in G. W. Gallagher (a cura di), Lee the Soldier, Lincoln: University of Nebraska Press, 1996, p.15.

(9-CONTINUA)


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Messaggio  Banshee il Gio 2 Feb 2012 - 14:47

6.- Sitzkrieg.

Come visto, Johnston dopo Manassas si era mosso verso Centreville con estrema cautela; si era poi portato su Fairfax Court House, a soli 20 km. dalle rive del Potomac: oltre, Washington. Peraltro egli aveva affidato al generale di brigata William H.C. Whiting, il compito di occupare le alture che dominavano il fiume, al fine di minacciare il traffico navale per mezzo di batterie pesanti. Di fatto quei pochi chilometri, costituiranno l’unico movimento offensivo (si fa per dire) compiuto da Johnston nel corso dell’intera guerra: uno statistico potrebbe esercitarsi a lungo sul dato, notando che in 26 mesi di comando effettivo sul campo, Johnston avrebbe compiuto qualcosa come 10 chilometri di avanzata all’anno o, altrimenti detto, neppure un chilometro nel corso di un mese. A Fairfax era stata disposta una riorganizzazione dell’Armata del Potomac (così designata dopo la fusione dell’Armata dello Shenandoah, con quella di Beauregard) su due corpi, affidati allo stesso Beauregard (grosso modo, 24.000 uomini) e al maggiore generale Gustavus Woodson Smith (circa 15.000), appena giunto in Virginia e considerato unanimemente ufficiale di grandi doti. Johnston, in particolare, stimava Smith come un’eccezionale mente militare, ritenendolo addirittura “adatto per il comando in capo” dell’armata (85); in realtà per quanto assai dotato e brillante (come testimoniavano il suo curriculum accademico a West Point e la sua condotta nel corso della guerra contro il Messico) Smith non avrebbe tardato a manifestare gravissimi problemi psichici e fisici che lo debilitavano a tal punto che, allorquando fosse sottoposto allo stress di un impegno operativo sul campo di battaglia, era solito cadere a letto in preda a misteriosi attacchi nervosi (86). Ai primi di ottobre fu deciso di tenere una conferenza con il presidente Davis per valutare le prospettive strategiche confederate sul fronte orientale. Alla conferenza a cui parteciparono i tre generali, tutti convennero che un’offensiva immediata appariva preferibile, prima che le forze unioniste, ora al comando del generale McClellan, si riorganizzassero completamente. Il compito di esporre a Davis il piano offensivo, fu affidato da Johnston e Beauregard (il quale ne era l’autore) al generale Smith, ben sapendo quanto il presidente stimasse quest’ultimo (87). Nella sostanza esso prevedeva che l’armata, eccezion fatta per un piccola parte che avrebbe dovuto rimanere sul posto a scopo diversivo, varcasse il Potomac e si spingesse nei dintorni di Washington, tagliando le vie di comunicazione della capitale con il resto del paese. Una volta che questa fosse stata isolata, si immaginava (e sperava) che McClellan sarebbe stato costretto a dare battaglia in campo aperto in condizioni di inferiorità e con un esercito demoralizzato e sarebbe stato perciò battuto. Presa Washington la guerra sarebbe certamente finita in poco tempo. Dopo aver ponderato l’idea, Davis chiese a Smith quante forze sarebbero occorse per la riuscita dell’impresa. Smith stimò che 50.000 “veterani” sarebbero stati sufficienti. Quando toccò a Beauregard e Johnston esprimere il loro parere, costoro affermarono che sarebbero serviti almeno 60.000 soldati. Smith, interrogato da un Davis sempre più perplesso, circa il modo di reclutare altri 20.000 uomini, indicò nelle guarnigioni della Georgia e delle Caroline possibili riserve da cui attingere: la perdita temporanea di quelle zone, sarebbe stata ricompensata dalla vittoria finale sull’Unione. A quelle parole, Davis si irrigidì e disse di non poter offrire che altri 2.500 uomini nell’immediato: il presidente non avrebbe potuto sguarnire alcuni punti della confederazione a vantaggio di altri, pena la dissoluzione della neonata nazione; quanto alle munizioni e armi fece notare che gli attesi carichi di materiale bellico dall’Europa non erano ancora giunti. A questo punto i comandanti concordarono sull’impossibilità di procedere ad offensive con le truppe a loro disposizione. Anche l’idea di Davis di procedere a limitate puntate offensive per distruggere isolati gruppi d’armata unionisti oltre il Potomac fu rigettata in blocco. Intorno alla mezzanotte, infine il concilio di guerra si sciolse senza un nulla di fatto (88) .
Occorre dire che il piano aveva una sua logica, anche se era molto rischioso: si trattava, in un certo senso, di giocarsi tutto in un colpo solo invece di attendere di essere lentamente soverchiati dal superiore numero dei nemici. Ma, come sempre allorquando era Beauregard a ideare le sue grandiose manovre,appariva anche molto approssimativo e poco realistico, considerato che prima di far giungere i rinforzi necessari, sarebbero occorse non meno di due o tre settimane e che l’invasione del Maryland sarebbe stata affidata a non più di 55.000 effettivi. McClellan al 15 ottobre era già riuscito ad assemblare notevoli forze in Pennsylvania e Maryland, pari a 133.200 uomini: il che avrebbe significato agire in grave disparità numerica.


85. Lettera di J.E. Johnston a Jefferson Davis, 18 febbraio 1862, presso i Joseph E. Johnston Papers, Swem Library, College of William and Mary, Williamsburg, Virginia.
86. Cfr. J. D. Welsh, Medical Histories of Confederate Generals, Kent, OH: The Kent State University Press, 1995, pp. 199-200.
87. Per la paternità di Beauregard del piano, cfr. P.G.T. Beauregard, “The First Battle of Bull Run”, in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., pp.221-222; A. Roman, The Military Operations of General Beauregard in the War Between the States 1861-65, cit., vol.1, p. 137.
88. Cfr. Memorandum del generale G.W. Smith redatto in data 31 gennaio 1862 in OR, ser. I, vol.5 pp. 884-886; J. Davis, The Rise and Fall of the Confederate Government, cit., vol.1, pp.449-50, che offre alcune significative differenze, come il numero degli uomini richiesti, pari a 80.000; concorda con il testo trasmessoci da Smith, J.E. Johnston, Narrative of Military Operations during the Civil War cit. pp. 75-76.
89. Per le cifre unioniste v. R. Luraghi, Storia della guerra civile americana, Torino: Einaudi, 1966, p. 376.

(10.-CONTINUA)


Ultima modifica di Banshee il Gio 16 Feb 2012 - 13:53, modificato 2 volte
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Messaggio  George Armstrong Custer il Gio 2 Feb 2012 - 17:19

Banshee ha scritto:Ci si può domandare, semmai, perché Davis abbia atteso così a lungo prima di sottoporre all’approvazione del Senato l’elenco dei full Generals e, soprattutto, per quale motivo non abbia informato Johnston delle proprie decisioni precedentemente al settembre 1861: in fondo l’autorizzazione alla designazione dei cinque ufficiali era stata approvata dal congresso confederato a maggio;

Caro Banshee,
ottima osservazione! Forse Davis si era reso conto in che razza di ginepraio si sarebbe cacciato e quindi ha cercato di procrastinarlo il più possibile.
Personalmente, ritengo che tutta la faccenda sia stata gestita male e abbia comportato conseguenze nefaste per la Confederazione.

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Messaggio  Banshee il Gio 2 Feb 2012 - 17:47

Caro Custer,
concordo, la faccenda fu gestita senz'altro male da Davis. Tuttavia l'applicazione della legislazione in materia era ineccepibile e le conseguenze nefaste nei rapporti tra il presidente e Johnston sono da ascrivere in massima parte all'estrema suscettibilità di quest'ultimo. Però, attenzione: le conseguenze nefaste riguardarono solo il rapporto tra i due; ma come tenterò di dimostrare quella crepa che si era aperta divenne voragine a seguito della diversa strategia che i due credevano dovesse applicarsi. Piuttosto, mi domando (e ti domando): come mai Luraghi non accenna minimamente alla faccenda???

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Messaggio  Banshee il Ven 3 Feb 2012 - 12:54

Al di là della praticabilità o meno del piano, ciò che emerse con chiarezza fu l’assoluta inconciliabilità tra la visione strategica di Beauregard e quella di Davis. Invitato dal periodico “Century Magazine” a collaborare dopo la fine del conflitto (insieme a molti altri ufficiali di ambo le parti) per commentare i principali scontri e avvenimenti della guerra civile, nella stesura di un polemico articolo sulla prima battaglia di Manassas, Beauregard sostenne che “mai nessun popolo è entrato in guerra per l’indipendenza con più vantaggi relativi dei confederati” spiegando che “il Sud con le sue grandi risorse materiali,[sic!] i suoi mezzi difensivi costituiti da montagne, rive, ferrovie e telegrafo, con l’immenso vantaggio delle linee interne”sarebbe stato screditato per il suo fallimento se ciò si fosse potuto giustificare solo in base a fattori materiali, alludendo alla disparità numerica ed economica tra le due sezioni. No, sostenne Beauregard, solo l’atteggiamento eccessivamente cauto del “capo del Governo”, la sua passività e l’incapacità di concepire i vari teatri di guerra come un’unica parte del tutto, determinarono la sconfitta della Confederazione. L’eccessiva timidezza di Davis, il suo modo di condurre la guerra estremamente cauto e la dispersione delle forze un po’ ovunque in difesa del territorio, non permisero di concentrare le forze in un punto per sferrare un attacco decisivo che avrebbe avuto esito positivo, anche grazie allo sfruttamento delle linee interne da parte delle forze confederate. Più volte, egli aggiungeva, questo atteggiamento eccessivamente passivo condusse a disastrose conseguenze, come nell’estate del 1863 a Vicksburg o, ancora, un anno dopo, allorquando Grant alla testa delle truppe unioniste, attraversò il James e cinse d’assedio Richmond. In più occasioni, continuava Beauregard, aveva esposto al Presidente le proprie vedute e proposto azioni offensive direttamente contro Washington, in due diverse occasioni (vale a dire, dopo la prima battaglia di Manassas e nella conferenza di ottobre) ricevendone però un rifiuto per questioni evidentemente personali, alludendo così al dissidio creatosi con Davis a causa dall’invidia scatenatasi in quest’ultimo per la sua vittoria a Manassas. Significativamente, egli concludeva, in quattro anni di lotta il presidente non ritenne mai opportuno riunire i suoi principali comandanti d’armata per cercare di elaborare una strategia comune contro il nemico (90) . Non è certo questa la sedes materiae per analizzare la bontà o meno delle proposte di Beauregard (alcune delle quali facevano a pugni con la logica più elementare, oltreché con la realtà) e la sua complessiva visione strategica.

Piuttosto, qui conviene esaminare il pensiero di Davis al riguardo, proprio perché gran parte del rapporto con Johnston, come apparirà chiaro nei mesi e anni successivi, ne risulterà condizionato. La Costituzione confederata, del tutto simile, sotto questo profilo, a quella degli Stati Uniti d’America (che ricalcava largamente , con alcune lievi differenze), statuiva che il Presidente della Confederazione rivestisse il ruolo di Comandante in Capo delle forze navali e terrestri: pertanto il 28 febbraio 1861 era stata promulgata la legge che autorizzava Davis “ad assumere il controllo di tutte le operazioni militari in ogni Stato” (91) . In sostanza, al presidente confederato veniva affidata la determinazione della strategia nazionale della guerra. A differenza, però, della tradizione federale (integralmente recepita nell’Unione, che mantenne tale struttura inalterata), la Confederazione, per scelta espressa di Davis, non ebbe dapprima un Generale in Capo a cui affidare la conduzione della strategia militare, che dunque restava nelle interamente sue mani, in quelle del Segretario alla Guerra e dell’Aiutante Generale, che avrebbero dovuto, in teoria, affiancarlo, aiutarlo e consigliarlo nelle scelte; ma di fatto, il presidente confederato già di per sé accentratore per natura e per indole di rado disposto ad ascoltare le altrui opinioni, finì con il lasciare poco spazio all’iniziativa dei suoi consiglieri, i quali per vero risultarono anche del tutto inadeguati (con l’eccezione probabilmente dei Segretari alla Guerra George Wythe Randolph nel periodo e James Alexander Seddon) (92) . Solo assai tardi, vale a dire nel gennaio 1865, la carica di Generale in Capo fu assunta dal generale Lee. Vero è che lo stesso Lee a partire dal marzo del 1862 rivestì la funzione di consigliere militare del Presidente (carica da cui, formalmente, mai recedette) e che successivamente, nel 1864, il generale Braxton Bragg, abbandonato il comando dell’Armata del Tennessee, ricevette l’incarico di “condurre le operazioni militari sotto la direzione del Presidente”: ma entrambi difettavano della necessaria autorità per dare alla loro posizione un autentico potere, tale, cioè, da guidare liberamente le operazioni sul piano strategico militare e operazionale (93) . “Noi non perseguiamo alcuna conquista, nessun ingrandimento, nessuna concessione di alcuna specie dagli Stati con i quali eravamo remotamente confederati. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati soli” dichiarò Davis al Congresso provvisorio confederato nell’aprile del 1861 (94) . Tale precisazione, di carattere propagandistico, forse più rivolta all’Unione ma specialmente ai governi esteri piuttosto che ai membri del Congresso, nella sua semplicità, sembrava delimitare con estrema precisione lo scopo ultimo della strategia nazionale meridionale: se presa alla lettera essa indicava una condotta, a prima vista, puramente difensiva, addossando direttamente all’Unione la parte dell’aggressore e alla Confederazione quella dell’aggredito. Ha osservato a tal proposito James McPherson che: “con un governo in funzione e un potente esercito già mobilitato o in mobilitazione nel maggio del 1861, la Confederazione abbracciava 750.000 miglia quadrate nelle quali non un singolo soldato nemico era rintracciabile salvo a Fort Monroe all’imbocco del fiume James e a Fort Pickens su di un’isola al largo di Pensacola. Tutto ciò che la Confederazione doveva fare per vincere la guerra era difendere ciò che già aveva” (95) . Sennonché si trascura un fatto. All’apertura delle ostilità la Confederazione, si trovava in evidente posizione di inferiorità rispetto all’Unione. Lincoln iniziò la guerra con enormi vantaggi: il suo intero governo era già stato formato, l’armata unionista era meglio preparata potendo contare sull’adesione della maggior parte dei quadri e del personale dell’esercito federale, la disparità tra risorse economiche e di potenziale umano era tale che l’Unione poteva permettersi di perdere uno o più scontri senza sopportarne il rischio. Soprattutto, Lincoln non doveva formare un’identità comunitaria nazionale. La controversa questione della creazione di un nazionalismo confederato (o meglio: della sua inesistenza) trascende i limiti del presente contributo (96) ; epperò non sarà inutile ricordare che quale che sia la risposta che hanno fornito gli studiosi al riguardo, un fatto pare certo: prima dell’inizio della secessione, non esisteva nel Meridione una comunità che potesse dirsi nazione nel senso completo del termine. Sostenere che tra Nord e Sud con il tempo si fossero create due distinte realtà e due differenti civiltà, è ovvio: ma da qui ad affermare che il Meridione presentasse un modello nazionale omogeneo contrapposto a quello Settentrionale, ce ne corre. Indipendentemente, cioè, da ciò che esso divenne dopo l’inizio delle ostilità, il territorio sudista costituiva, secondo una definizione assai azzeccata, un Herrenvolk democratico: ossia l’essenza di un gruppo democratico unito dalla razza e dalla difesa del sistema schiavistico. Tutto ciò poteva spiegare la spinta secessionista, ma le profonde differenze all’interno di questo stesso ceto (nel senso sombartiano del termine), ne tradivano l’inadeguatezza a forgiare nell’immediato uno stato nazionale. Qui non si aveva a che fare, insomma, con un popolo formatosi e unitosi già da tempo, il quale, trovandosi poi sotto l’occupazione di una nazione straniera, rivendichi il proprio diritto all’indipendenza. Anche assumendo che le tre principali nozioni (semmai ne esistano di più significative tra le tante proposte) che concorrono a formare il concetto di “nazione” - ossia la comunità d’intenti, il clima e l’identità tra istituzioni - siano utilizzabili per tentare di definire il nazionalismo sudista, esistevano tanti “Sud”: gli stati del profondo Sud differivano da quelli della fascia intermedia e dell’alto Sud. Alcune regioni del Mississippi, della Florida, della Georgia e dell’Alabama per formazione morfologica e clima, non avevano sviluppato un’economia di tipo schiavistico simile a quella degli stati sudisti più settentrionali. A sua volta, ciascuno stato conteneva al suo interno un microcosmo assai più eterogeneo di quanto si possa credere: l’Alabama, la Virginia, la Georgia, il North Carolina, ad esempio possedevano zone tra loro del tutto diverse per spirito, cultura, idee, tradizioni, economia e aspetti climatici. Ancor più evidenti le differenze tra Est e Ovest del Mezzogiorno. Se a ciò si aggiunge la forte tradizione localistica e autonomista propria dello spirito sudista, il quadro appare molto più complesso e frastagliato di quel che appaia di primo acchito.
In poche parole, proprio la necessità impellente di far sorgere una nazione dal nulla, per di più in tempi di guerra, creandone anche le basi burocratiche, giustificano la condotta di Davis nelle fasi iniziali del conflitto, stretto com’era tra queste e la presenza di una forte leadership negli stati componenti la Confederazione (specialmente il North Carolina e la Georgia) che vedeva con sospetto il tentativo del presidente della Confederazione di accentrare quanto più possibile poteri e risorse presso il governo centrale e che mal tollerava di rinunciare ad ogni controllo sulle milizie statali e sulla giurisdizione militare o sulla strategia stessa, lamentando spesso che le operazioni belliche erano condotte senza tener conto delle realtà locali o delle minacce che si palesavano presso i singoli stati (97). Davis, dunque, dopo un primo periodo caratterizzato dall’assenza di precise direttive, di fronte all’aumento della pressione unionista in più punti, optò per una condotta strategica orientata sostanzialmente su una difesa statica e territorialmente decentrata, posta sulle frontiere naturali quasi capillarmente per mezzo di guarnigioni o postazioni fisse, per assicurare l’integrità dei confini della Confederazione e, ad un tempo, una risposta adeguata alle spinte localistiche. Fu il momento certamente più negativo per le sue fortune e per quelle dell’irredentismo sudista: del resto, “chi difende tutto, difende niente” ammoniva una massima di Federico il Grande. La contemporanea offensiva su più fronti porta alla parcellizzazione delle forze sudiste ovunque si paventi il pericolo, con la creazione di enclaves federali lungo la costa orientale (North e South Carolina) e quella del Sud (New Orleans). La tragica caduta di Fort Donelson e Fort Henry, con la cattura di un numero enorme di soldati confederati, segnò il culmine di tale visione e ne decretò il definitivo fallimento: ma attribuirne la responsabilità tout court a Davis, viste le esigenze e difficoltà del momento, appare arduo. Nel marzo del 1862, rispondendo a un critico, preso atto del tracollo militare in cui si dibatteva la Confederazione, Davis riconoscerà in modo aperto (e con una franchezza che gli fa onore) il proprio errore nell’aver voluto adottare una difesa statica e capillare del territorio: “Riconosco lo sbaglio del mio tentativo di [voler] difendere tutta la frontiera,le coste e l’interno; ma dirò a [mia] giustificazione, che se avessimo ricevuto le armi e munizioni che a buona ragione attendevamo, il tentativo avrebbe avuto successo e i campi di battaglia sarebbero stati sul suolo nemico. Voi sembrate essere caduto nel comune errore di supporre che io abbia scelto di condurre la guerra su un sistema <<puramente difensivo>>. Il vantaggio di scegliere tempo e luogo di attacco è troppo evidente perché sia stato abbandonato, ma i mezzi mancavano. Senza risorse militari, senza le officine per creare esse, senza la possibilità di importarle, [la] necessità non [una] scelta ci ha obbligato a occupare forti posizioni e dappertutto per confrontare il nemico senza riserve. Il paese supponeva le nostre armate più numerose di quanto fossero, e le nostre munizioni per la guerra più estese di quanto si sono rivelate. Ho preferito stare in silenzio innanzi ai rimproveri, poiché replicare con un’esatta esposizione dei fatti avrebbe mostrato la nostra debolezza al nemico” (98) . Si tratta di un documento notevolissimo per lucidità, che non solo spiegava l’operato del comando supremo confederato sino ad allora, ma affermava esplicitamente la necessità e i vantaggi di assumere l’iniziativa quando ciò fosse praticabile.

90. Cfr. P.G.T. Beauregard, “The First Battle of Bull Run” cit., pp. 222-26.
91.Cfr. Constitution of the Confederate States, article II, sect.2,.; An Act to Raise Provisional Forces for the Confederate States of America and for Other Purposes in J.M. Matthews (a cura di), The Statutes at Large of the Provisional Government of the Confederate States of America 2 voll., Richmond: R.M.Smith, 1864, vol. 1, p. 43.
92. George Wythe Randolph nel periodo dal 18.3.1862 al 15.11.1862 e James Alexander Seddon dal 21.11.1862 al 5.2.1865.
93. H. Hatthaway & A. Jones, How the North Won. A Military History of the American Civil War, Urbana: University of Illinois Press, 1983, pp. 107-08
93. In questo senso A. Jones,Confederate Strategy from Shiloh to Vicksburg, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1961, p.17;
94. J. Davis, Discorso al Congresso Provvisorio Confederato, 29 aprile 1861 in D. Rowland (a cura di), Jefferson Davis, Constitutionalist: His Letters, Papers and Speeches, 10 voll., Jackson, Miss.: Mississippi Department of Archives and History,1923, vol.5, p.84.
95. J. McPherson, “Was the Best Defense a Good Offense? Jefferson Davis and Confederate Strategies”, in G.S. Boritt (a cura di), Jefferson Davis’s Generals, cit. p. 162; nello stesso senso Id., Ordeal by Fire, New York: Alfred A. Knopf, 1982, pp.183-84.
96. Sull’inesistenza di una nazione confederata vedi ad es. D.M. Potter, The South and the Sectional Conflict, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1968, pp.68-78; Richard E. Beringer et alii, Why the South Lost the Civil War, , Athens: University of Georgia Press, 1986, spec. pp. 74 ss.; R.F. Weigley, A Great Civil War, Indiana: Indiana University Press, 2000, p. 9; in senso contrario, con ragione a nostro avviso, G.W. Gallagher, The Confederate War, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1997, pp.61 ss.
97. Il tema della contrapposizione tra fautori dei diritti locali e governo centrale all’interno della Confederazione è vastissimo. Si vedano comunque tra i più significativi: F.L. Owsley, State Rights in the Confederacy, Chicago: University of Chicago Press, 1925; G.L. Tatum, Disloyalty in the Confederacy, Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press, 1934; E.M. Thomas, The Confederacy as a Revolutionary Experience, Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall, 1971; P.D. Escott, After Secession: Jefferson Davis and the Failure of Confederate Nationalism, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1978; D.G. Faust, The Creation of Confederate Nationalism: Ideology and Identity in the Civil War South, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1988; G.C. Rable, The Confederate Republic: A Revolution against Politics, Chapel Hill, NC: University of North Carolina Press, 1994.
98. Jefferson Davis a William M. Brooks, 13 marzo 1862, in OR, ser. IV, 1, pp.998-99.


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Joseph Eggleston Johnston: un enigma? - Pagina 2 Empty Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Ven 3 Feb 2012 - 20:12

Con l’arrivo della primavera del 1862 e la prospettiva di nuove offensive unioniste sui vari fronti, preso atto del fallimento dei una strategia di difesa capillare sui confini confederati, Davis adotterà un nuovo principio guida, basato sulla difesa a oltranza del territorio non già sulla frontiera, ma laddove il pericolo si paleserà maggiore; non più dunque una difesa di natura statica, ma la ricerca della concentrazione delle forze armate, fondata sullo sfruttamento delle linee interne; in termini più generali, il tentativo di coordinare le masse armate sudiste disperse qua e là. Anche in questo secondo periodo l’enfasi sembra porsi sulla fase difensiva: ma l’abbandono di una difesa basata su posizioni fisse e disperse, permette ora di liberare energia per eventuali offensive.

La strategia di Johnston si poneva agli antipodi. Il generale virginiano aveva individuato nell’enorme spazio a disposizione della Confederazione, un grande vantaggio; nel corso di una conversazione nel dicembre del 1861 avvenuta a Centreville (alla presenza dei generali Ewell e G.W. Smith e dell’ufficiale di stato maggiore di Ewell, George Campbell Brown che prese nota della discussione), Johnston aveva osservato che “la vera politica della Confederazione era [quella] di salvare [la vita degli] uomini e combattere solo in condizioni vantaggiose – poiché possediamo territorio in abbondanza, ma non truppe da sprecare”(99) . Il Sud, dunque, poteva cedere ampie porzioni di terreno senza risentirne in modo significativo, guadagnando tempo e risparmiando le proprie esigue forze per attendere il momento più opportuno di colpire. Al contrario gli invasori unionisti si sarebbero necessariamente logorati; per un verso, infatti, essi avrebbero dovuto allungare le proprie linee di comunicazione, esponendosi così ad attacchi del nemico nelle retrovie; per un altro, dovendo far fronte a un enorme dispendio di energie e mezzi sotto il profilo logistico per rifornire il fronte, sarebbero stati costretti a retrocedere; per un altro ancora, la necessità di occupare i territori occupati mano a mano, avrebbe costretto il comando unionista a disperdere le proprie forze, vanificando il vantaggio numerico. In più sfruttando le linee interne, i confederati avrebbero sempre avuto dalla loro la possibilità di concentrare le proprie forze nei punti deboli dell’avversario, battendone isolatamente le colonne di invasione per mezzo di contrattacchi, purché si sapesse cogliere l’occasione (e, soprattutto, aggiungiamo noi, purché l’occasione si fosse presentata).
Perdere spazio per poi riconquistarlo successivamente, pareva a lui, si sarebbe rivelata una strategia medio tempore vincente; alla lunga il logorio del nemico avrebbe prodotto il resto: privi di vittorie sul campo, dispersi in zone prive di importanza o comunque bloccati in un territorio ostile, gli unionisti (e con loro il morale della popolazione e dell’opinione pubblica nordista) avrebbero ceduto mano a mano sino a giungere ad un compromesso. Era essenziale pertanto evitare costosi scontri con il nemico in campo aperto.

Tralasciando per il momento l’analisi di come, dove e quando Johnston avrebbe tradotto sul piano pratico e operazionale le sue idee (o meglio: come, dove e quando egli avrebbe evitato con qualsiasi scusa o ragione di fare alcunché) resta da chiedersi se una simile prospettiva strategica avesse una qualche logica e fosse davvero utile alla causa confederata. In realtà, essa era alquanto bislacca e si basava su di un completo travisamento della realtà sociale,economica, geografica e politica della Confederazione: se adottata dai vertici militari confederati avrebbe condotto al disastro il Sud nel giro di pochi mesi.
In primo luogo, Johnston, che pure aveva avuto una lunga esperienza come topografo e ingegnere prima della guerra e che lo aveva condotto un po’ ovunque nel Meridione, sembrava ignorare (una costante, come si vedrà, del suo agire) completamente la disposizione geografico - strategica di quell’ampio spazio di cui parlava e l’ubicazione dei territori realmente vitali per la Confederazione: sistemazione che, in realtà, riduceva ampiamente la superficie che essa poteva cedere senza problemi (100) . Il Texas, stato che poco dava all’economia sudista sia in termini di uomini che di risorse, e che rappresentava un teatro di guerra del tutto secondario in cui ambo le parti impegnarono poche migliaia di combattenti, da solo aveva un’estensione di 420.000 chilometri quadrati, ossia 1/3 dell’intero Sud. Se a ciò si aggiungono i territori altrettanto poco rilevanti di parte della Louisiana e del Mississippi situati ad ovest dell’omonimo fiume, la riduzione del complessivo territorio di significativa importanza della Confederazione giunge alla metà, come acutamente sottolineato anche da Archer Jones, secondo cui l’isolamento dei spazi dell’Ovest dal resto della Confederazione dopo la caduta di Vicksburg nel luglio 1863 ebbe “poca concreta importanza strategica dal momento che i Confederati avevano da tempo così pochi traffici attraverso [il Mississippi] che essi perdettero virtualmente nulla” (101) . Anche la Florida, ampie zone costiere del South Carolina, tutto il massiccio degli Appalaci risultavano privi di autentico valore.
In definitiva la sfera vitale della Confederazione, il suo cuore strategico si trovavano racchiusi in un quadrilatero irregolare di forma vagamente rettangolare che partendo dalla Virginia si estendeva da nord a sud sino ai confini della Florida, per poi proseguire verso ovest sino a New Orleans, mentre a nordovest i confini con il settentrione si spingevano dapprima come un nucleo attraverso il Tennessee sino al Kentucky per riconnettersi a est, superato il massiccio appalaciano e attraverso la Valle dello Shenoandoah, alla Virginia; i lati minori erano costituiti dal fiume Mississippi a ovest e dalle coste atlantiche a est. All’interno di questo ideale rettangolo, lo spazio di manovra era in realtà poco vasto, proprio perché i vertici di questa figura erano assai più ampi dei lati minori, con corridoi di invasione più numerosi, mentre la distanza da percorrere in linea retta da nord verso sud per giungere all’altro capo era, in effetti, mediamente di soli 500 chilometri, se si esclude la penisola della Florida. Peraltro i punti nevralgici del paese ossia le città di Richmond all’est e Atlanta all’ovest erano posti, rispettivamente, a soli 70 km dalla linea ideale del fronte virginiano e a 100 km dal confine con il Tennessee; insomma, come è stato notato “per una nazione il perseguimento con successo di una strategia di difesa necessita di una vasta e ricca zona centrale nella quale poter arretrare. Sfortunatamente per il Sud, il suo cuore era posizionato sulla sua frontiera” (102) . Sicché in sostanza, retrocedere ad oltranza avrebbe significato solo accompagnare per mano il nemico alle porte di questo cuore e offrire ad esso la possibilità di condurre le operazioni belliche sul suo terreno preferito: una guerra d’assedio. Esattamente ciò che accadrà a Johnston, tanto in Virginia, quanto in Georgia.

A ciò si aggiunga che il dominio unionista dei mari e dei corsi d’acqua che circondano o attraversano la Confederazione, riduceva ulteriormente lo spazio utile di manovra, moltiplicando, al contempo, i punti da cui lanciare, in posizione relativamente avanzata, eventuali offensive. I tre principali fiumi del Sud, ossia il Mississippi, il Cumberland e il Tennessee costituivano a tutti gli effetti tre lame conficcate nel cuore del Sud: il loro controllo non solo costituiva un ideale trampolino di lancio per offensive che partissero da posizione centrale, ma garantiva anche la possibilità di rifornire le truppe senza dover percorrere lunghi percorsi sulle strade assai accidentate del Sud; all’epoca un bastimento a vapore di medie dimensioni era in grado di trasportare oltre 50.000 uomini equipaggiati in soli due giorni: “lo svantaggio in questa guerra è che il nemico può trasferire un’armata dal Mississippi a Nashville prima che noi si sappia che è in movimento. Mentre un pari gruppo di nostre truppe non potrebbe compiere lo stesso movimento (…) in meno di sei settimane”come lamentava lo stesso Johnston (103) . Il fondo delle coste americane, piatto e sabbioso e quindi particolarmente adatto a vaste operazioni anfibie di sbarco, offriva, con la sua estensione, la possibilità teorica di moltiplicare in modo illimitato le aree di attacco in ogni punto considerato importante sotto il profilo militare, sicché in qualsiasi zona nevralgica gli unionisti erano in grado di evitare di dover percorrere molti chilometri via terra, evitando così pericolose estensioni delle loro linee di comunicazione.
Inoltre una strategia basata sull’arretramento, avrebbe significato la perdita del controllo sulla popolazione negra, con un inevitabile tracollo dell’economia sudista, mentre gli schiavi liberati, sarebbero andati a infoltire le fila unioniste. Gli è che nel Mezzogiorno, gli schiavi assicuravano la produzione di beni agricoli e di manufatti industriali, “liberando” una gran quantità di bianchi per l’arruolamento: erano dunque un dispensabile supporto per l’esistenza stessa del primitivo tessuto socio-economico meridionale. Sul piano più strettamente militare, poi, si rivelarono di grande ausilio, poiché furono impiegati in numero sempre maggiore per la costruzione di forti, bastioni e trincee laddove ve ne fosse necessità: specie sul fronte virginiano, grazie alla loro presenza, grandi opere di fortificazione furono realizzate attorno ai due principali centri politico-economici dello stato, vale a dire Richmond e Petersburg (104) . Alla fuga dalle zone controllate dalla Confederazione, peraltro, faceva seguito il loro arruolamento nelle file unioniste; sotto questo profilo si può dire che, sebbene considerati dai vertici militari federali indisciplinati e assai poco adatti ai campi di battaglia, e quindi utilizzati per lo più per compiti logistici e di controllo del territorio (quantomeno sino alla fine del 1864), non di meno il contributo della popolazione schiava liberata fu assai importante per la causa unionista. Nel complesso un totale di 7.122 ufficiali e 178.895 soldati - di cui si calcola che circa l’80% provenisse dai territori della Confederazione - inquadrati in 166 reggimenti con la denominazione di United States Colored Troops militeranno sotto la bandiera a stelle e strisce (105) . E proprio perché gli ex schiavi furono massimamente adibiti a compiti di sorveglianza delle retrovie o spediti nei servizi logistici, anche il teorico vantaggio di un allungamento delle linee di rifornimento unionista o la necessità da parte dell’invasore di adibire parte delle truppe al controllo delle zone occupate sottraendole alla prima linea, veniva meno. Sta di fatto che laddove il teatro di operazioni era stabilmente controllato da un’armata confederata, come nel caso della Virginia, il numero di schiavi che raggiunsero la libertà fu notevolmente inferiore (106) .
Sul piano politico, poi, una politica fabiana di continue, incessanti ritirate avrebbe condotto alla disgregazione della Confederazione come entità politica nel giro di brevissimo tempo, se, come visto, essa doveva, anzitutto garantire a tutti i suoi componenti una difesa del loro territorio per preservare la sua stessa esistenza. Del resto si sarebbe visto come nel corso della campagna della Georgia nel 1864, la strategia di arretramento adottata da Johnston comportò una crisi politica tra le autorità statali e il Governo che fu tra i fattori che determinarono la rimozione del generale dal comando dell’Armata del Tennessee.
Infine una strategia basata solo sulla difesa, avrebbe demoralizzato non solo le truppe (come avverrà nella campagna di Atlanta nel 1864 e in misura minore sul fronte virginiano nel 1862), ma anche l’opinione pubblica e il popolo confederato. Come ampiamente evidenziato dallo storico Gary W. Gallagher,le aspettative della gente comune sudista al pari di quelle dei giornali e dei politici, erano rivolte ad una strategia offensiva: quella il pubblico domandava, non continue ritirate che avevano solo come risultato il crollo della volontà di lottare nel Sud (107) .
Restava da vedere se le divergenze di opinione tra Davis e Johnston sulla strategia da adottare fossero compatibili, specie dopo che il presidente concluse che una difesa statica metteva in pericolo il futuro della Confederazione. Per l’intanto, abbandonata ogni velleità offensiva dopo l’ottobre 1861 (con gran sollievo dello stesso Johnston, che al meeting con Davis fece praticamente scena muta) con l’approssimarsi dell’inverno, stagione in cui tradizionalmente le operazioni belliche conoscevano una pausa, iniziava il periodo della sitzkrieg sul fronte virginiano: ma sarebbe stato un lasso di tempo comunque difficile per Johnston.

99 .Cfr. T. L. Jones (a cura di), Campell Brown’s Civil War, Louisiana State University Press, 2001, p. 141.
100. La miglior discussione di tale problematica è in R.G. Tanner, Retreat to Victory? Confederate Strategy Reconsidered, Wilmington, DE: Scholarly Resources Books, 2001, pp. 23-46.
101. A. Jones, Civil War Command and Strategy: the Process of Victory and Defeat, New York: Free Press, 1992, p.162.
102. J. L. Harsh, Confederate Tide Rising. Robert E Lee and the Making of Southern Strategy, 1861-1862 , Kent, OH: The Kent State University Press, 1998, p. 16.
103. J. E. Johston a J. Davis, 10 aprile 1863, Joseph E. Johnson Papers presso la Duke University Library, Durham, North Carolina.
104. In tema si veda J.H. Brewer, The Confederate Negro: Virginia’s Craftsmen and Military Laborers, 1861-65, Durham, NC: Duke University Press, 1969.
105. Per un’ottima sintesi si veda J.T.Glatthaar, “Black Glory: The African-American Role in Union Victory” in G.S. Boritt (a cura di), Why the Confederacy Lost, New York: Oxford University Press, 1992, pp. 133-162; più estesamente, D.T. Cornish, The Sable Arm: Negro Troops in the Union Army, 1861-1865, New York: W.W. Norton, 1966; J.M. McPherson, The Negro’s Civil War: How American Blacks Felt and Acted during the War for the Union, New York: Ballantine Books, repr. 1991; J.T.Glatthaar, Forged in Battle: The Civil War Alliance of Black Soldiers and White Officers, New York: The Free Press, 1990.
106. IJ.H. Brewer, The Confederate Negro: Virginia’s Craftsmen and Military Laborers, 1861-65, cit., p .15.
107. G.W. Gallagher, The Confederate War, cit. pp. 126-140.


(11.- CONTINUA)


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Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 4 Feb 2012 - 19:29

Banshee ha scritto:Caro Custer,
concordo, la faccenda fu gestita senz'altro male da Davis. Tuttavia l'applicazione della legislazione in materia era ineccepibile e le conseguenze nefaste nei rapporti tra il presidente e Johnston sono da ascrivere in massima parte all'estrema suscettibilità di quest'ultimo. Però, attenzione: le conseguenze nefaste riguardarono solo il rapporto tra i due; ma come tenterò di dimostrare quella crepa che si era aperta divenne voragine a seguito della diversa strategia che i due credevano dovesse applicarsi. Piuttosto, mi domando (e ti domando): come mai Luraghi non accenna minimamente alla faccenda???

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Lo stile di Luraghi è sempre stato alieno da ogni tipo di polemiche, anche se le medesime possano aver pesantemente influito nel corso della ACW.

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Messaggio  HARDEE il Sab 4 Feb 2012 - 21:27

Signori, buonasera!

Effettivamente il Professor Luraghi non polemizza, però pilota; il Generale Johnston viene scusato, mentre il Generale Hood condannato già nel titolo di alcuni capitoli della sua opera * : << Ridateci il vecchio Joe>>, ecc.

Il Professor Luraghi non dice "apertis verbis" che Hood fosse un maneggione e che silurò il suo superiore
(Gen. Johnston), ma lo insinua pesantemente; Banshee e Forrest ci aiutano a capire meglio i fatti e a fare luce sulla sconfitta della Confederazione e con questo non dico che concordo con le loro opinioni, ma li ringrazio per l’utile lavoro che hanno fatto e nel caso di Banshee anche per quello che sta facendo.


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*“Storia della Guerra Civile Americana”
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Messaggio  George Armstrong Custer il Dom 5 Feb 2012 - 11:14

Caro Hardee,
Luraghi rifugge dal raccontare le polemiche e le diatribe che hanno infestato l'alto comando Confederato, ma ciò non toglie che detto storico abbia le sue opinioni e che quindi, nei suoi scritti, le manifesti.

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Messaggio  HARDEE il Dom 5 Feb 2012 - 22:34

Caro Custer,

condivido ciò che hai scritto e trovo normale che gli Storici abbiano le loro opinioni,
ed è per questo che ne voglio sentire tante. I fatti li conosciamo, ciò che a volte ci sfugge è il perché
si svolsero in quel modo, se si poteva fare meglio o in altro modo.

Io mi pongo spesso questa domanda, : fra Johnston e Hood chi ebbe più rispetto per la vita degli uomini che furono ai loro ordini?


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Messaggio  Generale Meade il Dom 5 Feb 2012 - 22:52

HARDEE ha scritto:Caro Custer,

condivido ciò che hai scritto e trovo normale che gli Storici abbiano le loro opinioni,
ed è per questo che ne voglio sentire tante. I fatti li conosciamo, ciò che a volte ci sfugge è il perché
si svolsero in quel modo, se si poteva fare meglio o in altro modo.

Io mi pongo spesso questa domanda, : fra Johnston e Hood chi ebbe più rispetto per la vita degli uomini che furono ai loro ordini?


Hardee

Forse la domanda giusta è: - il fine giustifica i mezzi? -
E' giusto mandare al massacro i propri uomini inutilmente per un ideale?
E' giusto risparmiare i propri uomini da sicura morte, senza neanche tentare il passo estremo, sapendo di non farcela?

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Messaggio  HARDEE il Dom 5 Feb 2012 - 23:57

Generale Meade, buonasera.

Durante la Guerra d’Indipendenza Americana il conte Rochambeau, comandante della spedizione francese, rispose così al marchese di Lafayette che insisteva perché si attaccasse subito New York:

<< […] è ammirevole caro marchese, credere nell’invincibilità dei soldati francesi, ma io voglio confidarvi un segreto frutto della mia esperienza di quarant’anni di vita militare; i nostri soldati si battono valorosamente quando hanno fiducia nei propri comandanti. Ma essi la perdono ben presto quando s’accorgono di rischiare per un’ambizione personale.
Io posso vantarmi con gioia di aver saputo conservare intatta questa fiducia fino a ora perché posso riconoscere , dopo il più scrupoloso esame di coscienza , che fra i quindicimila uomini circa che sono morti o sono stati feriti ai miei ordini, nei diversi gradi della mia carriera, non ve n’è nemmeno uno che sia caduto per un mio capriccio >>.

La guerra è guerra e fin che si hanno i mezzi si deve combattere, il discorso è su come si combatte.

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Messaggio  Banshee il Lun 6 Feb 2012 - 11:06

Il 20 ottobre Johnston vide ampliare i propri poteri (a conferma dell’immutata fiducia riposta in lui da Davis all’epoca) venendo posto a capo del Dipartimento della Virginia Settentrionale, appena creato; da Johnston dipendevano i tre distretti di Aquia, assegnato al generale maggiore Theophilus H. Holmes, che controllava in posizione più arretrata il corso dei fiumi Rapahannock e Rapidan nonché la cittadina di Urbana (sede di possibili sbarchi unionisti alle spalle del fronte) quello della Valle dello Shenandoah, affidato alle capaci mani del generale di brigata “Stonewall” Jackson, nonché quello del Potomac, diretto nominalmente dal generale Beauregard, ma de facto da Johnston stesso comandato.

Oltre alla continua ansia per una possibile offensiva a sorpresa dell’Armata unionista del Potomac (che si sapeva crescere di giorno in giorno in numero) Johnston si trovava ora a fare i conti con la grave inefficienza dello stato maggiore confederato a Richmond, il quale, a sua volta, scontava le ben note debolezze strutturali dell’arretrato tessuto industriale del Mezzogiorno. Per sollevare il morale delle truppe, già sufficientemente provato da mesi di inattività e dalla tediosa vita nei quartieri invernali, era essenziale assicurare un costate afflusso di equipaggiamento, armi e cibo: nei tre mesi successivi il generale virginiano sarà impegnato in continue diatribe con i vari dipartimenti e uffici preposti alla logistica confederata (108). Nonostante gli sforzi di Johnston per migliorare e razionalizzare il trasporto su rotaia dei beni (anche con la costruzione di un nuova tratta che congiungesse Manassas Junction con Centreville) l’ottusa politica centralizzatrice disposta dal capo del Dipartimento della Sussistenza, colonnello Lucius B. Northrop - il quale pretendeva che ogni acquisto di generi alimentari fosse deciso a Richmond invece che in loco e da ogni angolo della Confederazione fossero spediti enormi quantitativi di cibo alla capitale e da qui smistati ai vari teatri di operazione - causò gravi inefficienze e carenze nella distribuzione del vitto (109). Risultato: le razioni alimentari, quando e se arrivavano, molto spesso risultavano ridotte. Alle incessanti rimostranze di Johnston, Northrop cercò di dare soluzione con la realizzazione di un impianto per la produzione e l’inscatolamento della carne a Thoroughfare Gap, località e nodo ferroviario posto a qualche chilometro da Centreville, più a sudovest; l’idea non era sbagliata, ma come osservò Johnston (il quale tentò di opporsi inutilmente alla sua costruzione), la località prescelta si trovava troppo vicina al fronte e in caso di ritirata se ne sarebbero dovuti distruggere i macchinari (110) . Con il colonnello Abraham Myers, che guidava il Quartermaster Departement, i rapporti non furono molto migliori: quest’ultimo, a fronte delle preoccupate relazioni di Johnston sullo stato di denutrizione di cavalli e muli in dotazione all’armata, ormai ridotti a scheletri, rispondeva con oscure e poco credibili raccomandazioni su una dieta corretta per gli animali, giungendo persino a suggerire di sostituire il fieno con inutili se non proprio deleteri palliativi (111). Quanto a Cooper, ossessionato com’era dal rispetto minuzioso dei regolamenti militari, non c’era da farci molto più conto : ogni occasione era buona per respingere le richieste di Johnston, facendogli notare che la forma non risultava corretta. Ma laddove si palesarono le difficoltà maggiori, fu senza dubbio nel rapporto con il nuovo Segretario alla Guerra Judah Phillip Benjamin, nominato nel settembre del 1861; silurato l’inetto Leroy P. Walker, Davis aveva pensato di sostituirlo con un suo amico personale e la scelta cadde su Benjamin che già rivestiva il ruolo di Ministro della Giustizia nel Gabinetto Davis e a cui il presidente era legato da antica conoscenza e confidenza. Si trattò di una decisione a dir poco sciagurata. Gli è che Benjamin, noto e stimato giurista, non solo era privo di ogni e qualsiasi pregressa esperienza come militare, ma risultava del tutto digiuno dalla conoscenza di questioni strategiche o logistiche. A ciò si accompagnava un carattere supponente e privo di tatto, che pretendeva di intrufolarsi in ogni disposizione e di assumere decisioni che competevano abitualmente ai militari. La sua mentalità cavillosa, tipicamente avvocatizia, poi, lo conduceva a polemizzare su ogni materia con lunghe lettere con cui riusciva, con straordinaria abilità, a ribaltare lo stato dei fatti, apparendo sempre dalla parte giusta. Con Johnston, che non tollerava ingerenze nella propria sfera di competenze, ben presto Benjamin venne ai ferri corti (“quel piccolo giudeo” lo definiva privatamente con un certo disprezzo Johnston, alludendo alle origini razziali del Segretario alla Difesa). Cosicché, ogni iniziativa del generale per migliorare la qualità della vita dei propri soldati, finiva con l’urtare la volontà di Benjamin che, a sua volta, contraccambiava di buon cuore la disistima per Johnston, considerandolo troppo cauto e timido. In sostanza, sosteneva Benjamin, rifornire l’armata di Johnston di soldati, armi o munizioni era fatica sprecata, poiché sarebbero stati inutilizzati: meglio preservarli per altri fronti più bisognosi e comandanti più pugnaci. Le sciagurate iniziative del Segretario alla Difesa, giunsero sino al punto di impartire ordini diretti agli ufficiali di Johnston, senza prima consultarlo o ad ordinare direttamente a intere compagnie di far rientro dal fronte per completare le licenze. In effetti, l’11 dicembre, il Congresso confederato, preoccupato per l’imminente scadenza dell’anno di servizio militare dei volontari, aveva approvato una norma con cui dietro promessa di arruolamento dei soldati per altri due anni, si garantiva agli stessi un premio di 50 dollari e una licenza immediata a casa di ben 60 giorni (112) . Il che aveva gettato comprensibilmente nel panico Johnston che temeva di vedere intere unità disgregarsi e pertanto aveva disposto di organizzare un programma che diluisse quanto più possibile nel tempo gli effetti della nuova legge, mentre Benjamin pretendeva che si desse immediata applicazione alla norma, sperando così di incentivare gli arruolamenti. Alla vicenda seguì, ovviamente, un aspro scambio di accuse tra i due.

Senza dubbio, però, l’iniziativa più infelice del Segretario alla Difesa fu quella che condusse Thomas “Stonewall” Jackson (nel frattempo divenuto maggiore generale), nei primi giorni di febbraio del 1862 sull’orlo delle dimissioni. Era accaduto che questi, continuamente osteggiato dal mediocre generale di brigata William W. Loring (un maneggione della peggior specie, che già aveva ostacolato Lee l’anno precedente, sempre in quella zona) nel corso della campagna invernale su Romney nel nord-ovest della Virginia, persa la pazienza, aveva preteso che lo stesso ubbidisse senza indugi ai suoi ordini, rimanendo acquartierato nei pressi della cittadina e rinviando ogni iniziativa a primavera e al miglioramento del tempo, mentre egli con la brigata “Stonewall” si sarebbe ritirato in posizione meno esposta a Winchester, in modo da poter controllare eventuali contro-offensive provenienti dal Maryland (113). La faccenda si era conclusa con il fallimento dell’attacco e, ora, un gruppo di ufficiali, capeggiati dallo stesso Loring, aveva trasmesso una petizione a Richmond chiedendo di poter procedere anch’essi su Winchester, definendo oltraggioso l’atteggiamento di Jackson e chiedendone sostanzialmente la destituzione. In realtà essi mal digerivano che Jackson godesse di una certa comodità (si fa per dire) nei quartieri invernali, mentre quelli lamentavano di essere costretti al gelo e alla neve delle montagne che circondavano Romney. Alcuni di loro, guidati dal colonnello William B. Taliaferro, si erano addirittura recati a Richmond per parlare direttamente con Davis della faccenda e sollecitarne l’intervento. Benjamin aveva immediatamente telegrafato a Johnston perché chiarisse di persona la situazione recandosi a Winchester, ma il generale aveva preferito spedire un ispettore in zona. Nel contempo, il presidente dopo aver ricevuto i rivoltosi, concluse che Jackson - da lui giudicato nell’occasione, incredibile dictu, come “totalmente incapace” - avesse commesso un errore strategico lasciando isolato Loring a Romney; pertanto Benjamin si sentì autorizzato a telegrafare a Jackson ordinandogli senza mezze misure di far retrocedere su Winchester le forze di Loring. Jackson stupefatto per quella che considerava giustamente un’intromissione inaccettabile, chiese di essere esonerato dal servizio, preferendo tornare a insegnare al Virginia Military Institute piuttosto che tollerare simili ingerenze. Era dovuto intervenire il governatore della Virginia, John Lechter (suo grande estimatore e amico) per convincerlo a ripensarci; ma più di tutti si spese Johnston il quale aveva usato tutta la propria influenza con Davis chiedendo che l’ordine fosse ritirato e Benjamin si astenesse da ulteriori interferenze; contestualmente scrisse a Jackson un’affettuosa lettera (involontariamente comica e certo un pò ipocrita se rapportata alla sua ben nota missiva del settembre precedente) con cui chiedeva al generale di ritirare le proprie dimissioni per il bene della patria (114) . Fu un intervento sotto ogni aspetto determinante, perché Davis appariva deciso ad accettare la richiesta di Jackson e a rilevarlo dal comando: per le fortune militari della Confederazioni sarebbe stato un colpo forse definitivo. Fatto sta che la vicenda si concluse con il ritiro delle dimissioni di Jackson, l’allontanamento di Loring dalla Valle dello Shenadoah (accompagnato dalla sua promozione a generale maggiore come ricompensa) anche se il presidente non a fece a meno di far notare a Johnston (con una certa doppiezza, giacché, come visto, egli aveva già deciso di supportare le pretese di Loring) che tutto sommato la responsabilità era sua poiché non aveva dato immediato seguito alle istruzioni di Benjamin e non si era recato personalmente nel nord-ovest per chiarire la situazione (116) . Non che Johnston avesse grande stima di Jackson, che, anzi, all’epoca definiva uomo dalle ordinarie qualità militari, ma che “possedeva un sublime entusiasmo” (117), anche se dopo la guerra sosterrà in maniera fasulla di aver intuito sin da allora alcune potenzialità in lui; un giudizio, peraltro, che egli - divorato senza dubbio da una certa dose di gelosia e invidia - manterrà sempre intatto anche successivamente, pur a fronte delle strabilianti imprese di Jackson nel corso dei mesi ed anni a venire, mettendone in dubbio le capacità come stratega e comandante indipendente e giudicandolo tutto sommato (e ovviamente), troppo audace (118). Molto più semplicemente, Johnston aveva assistito nei mesi e giorni precedenti al lento disgregarsi del proprio comando operativo a causa dell’allontanamento dei generali Edmund Kirby-Smith, Earl Van Dorn (due tra i più inetti ufficiali della Confederazione, ma entrambi tenuti nella più alta considerazione da Johnston per misteriosi motivi) e Beauregard verso i teatri di operazione dell’Ovest e temeva ora di perdere un altro ufficiale senza poterlo rimpiazzare. Il trasferimento di Beauregard (dovuto ad una lunga polemica con Davis di cui non occorre qui fornire i dettagli), in particolare, avrà a nostro personale giudizio, effetti assai deleteri su Johnston. Per quanto le audaci proposte del creolo difettassero di solide basi per riuscire, occorre dire che Johnston sembrava in un certo qual modo esserne succube e la sua naturale cautela pareva bilanciata dal carattere più temerario di Beauregard: insomma i due sembravano essere perfettamente complementari tra loro e laddove ad uno facesse difetto l’aggressività o la ponderatezza, l’altro vi avrebbe potuto por rimedio.
A febbraio, pertanto, Johnston fu costretto a procedere ad una riorganizzazione complessiva dell’armata, che nel frattempo aveva riportato a Centreville: a Smith furono affiancati i generali James Longstreet e Daniel Harvey Hill e ciascuno fu posto alla testa di una divisione di forza pressoché equivalente, ossia circa 12.000 uomini. Longstreet e Hill apparivano l’uno l’opposto dell’altro, anche fisicamente. Massiccio e imponente Longstreet, mingherlino e di statura medio-bassa Hill. Il carattere pure tradiva differenze abissali: Hill era audace e spericolato sino all’eccesso e aveva la tendenza a esprimere senza peli sulla lingua le proprie opinioni (molto spesso esagerando), mentre Longstreet appariva più riflessivo, quasi taciturno, e faceva della calma e della ponderazione sul campo di battaglia la sua caratteristica principale. Entrambi, però, avrebbero ben presto tradito difetti gravi come comandanti, specie se lasciati fare.

Tutto sommato nonostante da più parti siano state mosse critiche all’operato di Johnston durante l’autunno-inverno del 1861-62, tacciandolo di pressapochismo come amministratore e di aver lasciato che l’indisciplina si diffondesse tra i ranghi, si può ben dire che il generale virginiano, mal coadiuvato da un apparato burocratico ancora in fieri e che comunque sembrava ben poco disposto a collaborare, da un Segretario alla Difesa ostile e del tutto incapace e, infine, da un presidente imbufalito con lui per la mancata riorganizzazione delle brigate confederate con reggimenti provenienti dal medesimo stato di origine, riuscì a tenere unita l’armata senza farla demoralizzare oltremisura. Grazie ad un programma di esercitazioni continuo e al suo costante cospetto tra la truppa, con quotidiane visite alle varie unità, non solo Johnston riuscì a trasmettere un senso di appartenenza all’armata, ma si guadagnò la stima e il rispetto degli uomini. Peraltro grazie ad un ingegnoso sistema di mascheramento delle proprie forze e all’abile ausilio del generale W.H.C. Whiting (che cammuffò dei pezzi di legno in guisa di poderosi cannoni sulle alture di Dumfries) riuscì a ingannare a tal punto gli informatori nordisti che costoro credettero di aver a che fare con un’armata di 150.000 uomini dotata di centinaia di bocche da fuoco. Di più, per il momento, non si poteva chiedere al “vecchio Joe”.

108. Per un'analisi generale della logistica confederata, ci permettiamo di rimandare al nostro articolo "Tra incompetenza, abilità e difficoltà insormontabili: lo Stato Maggiore generale confederato" pubblicato su http://www.storiamilitare.altervista.org/logistica.htm .
109. Cfr. R.D.Goff, Confederate Supply, Durham: Duke University Press, 1969, pp. 18-19.
110. S. H. Newton, Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, cit., p.20.
111. “Il Segretario alla Guerra probabilmente stabilirà presto il proprio quartier generale in questo dipartimento” scriveva ironicamente Johnston il 9 novembre 1861 al generale Whiting; cfr. OR, ser. I, v.5, p.944.
112. Cfr. A.B. Moore, Conscription and Conflict in the Confederacy, New York: Macmillan, 1924, p. 7.
113.Per l'analisi strategica complessiva e i dettagli tattici cfr. T. M. Rankin, Stonewall Jackson's Romney Campaign, January 1-February 20, 1862, Lynchburg, VA: H.E. Howard, 1994.
114. Il testo della lettera è riprodotta in J.E.Johnston, Narrative of Military Operations, cit. pp. 88-89.
115. Il complesso dell'intricata vicenda (che qui abbiamo dovuto necessariamente sintetizzare) è analizzato nei dettagli con le relative fonti in D.S. Freeman, Lee’s Lieutenants: A Study in Command, cit., vol. I, pp.122-130; S.E. Woodoworth, Lee & Davis at War, cit., pp. 85-91.
116. Testimonianza di Jeremiah Morton, nelle note manoscritte di Jedediah Hotchkiss conservate presso la University of Virginia, Charlottesville.
117. C.Vann Woodword (a cura di), Mary's Chestnut Civil War, New York: Yale University Press, 1991, p. 351.

(12.- CONTINUA)


Ultima modifica di Banshee il Ven 17 Feb 2012 - 9:28, modificato 2 volte
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Messaggio  Banshee il Lun 6 Feb 2012 - 11:57

George Armstrong Custer ha scritto:Caro Hardee,
Luraghi rifugge dal raccontare le polemiche e le diatribe che hanno infestato l'alto comando Confederato, ma ciò non toglie che detto storico abbia le sue opinioni e che quindi, nei suoi scritti, le manifesti.

E' vero che Raimondo Luraghi ha scelto di usare un "basso profilo" nel narrare le vicissitudini dell'alto comando confederato e raramente è entrato nei dettagli delle beghe tra ufficiali. Ha preferito privilegiare gli aspetti più luminosi dei personaggi e delle vicende, per esaltarne il lato eroico; in fondo se uno riflette bene, sono quasi tutti competenti ed eroici. E' una scelta senza dubbio anche "editoriale" e sarebbe interessante sapere se la stesura originale fosse la medesima data alle stampe. Tuttavia, allorquando ha dovuto tratteggiare i rapporti tra Johnston e Davis, il quadro che ne risulta non appar del tutto obiettivo. In fondo il buono è sempre il generale e il cattivo il presidente. Una scelta più che discutibile, se mi è permesso e l'aver taciuto la vicenda (che avrebbe potuto riassumere in mezza pagina, dati gli scopi dell'opera) resta comunque una scelta parziale e di campo. Del resto che sotto sotto Luraghi ia rimasto a quelle posizioni senza mutare di una virgola il proprio giudizio ma anzi rinforzandolo è dimostrato dai successivi contributi di Luraghi (Cinque lezioni sulla guerra civile americana, La Spada e la magnolia).

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Messaggio  George Armstrong Custer il Lun 6 Feb 2012 - 13:49

Banshee ha scritto:...Tuttavia, allorquando ha dovuto tratteggiare i rapporti tra Johnston e Davis, il quadro che ne risulta non appar del tutto obiettivo. In fondo il buono è sempre il generale e il cattivo il presidente.

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In effetti, pur senza esprimere giudizi molto drastici su Davis in confronto al gen. Johnston, Luraghi, nella sua Storia della guerra civile americana, si limita a narrare il rapporto pessimo che esisteva tra i due - e le conseguenti (a suo dire) scelte sbagliate effettuate dal presidente Confederato- senza entrare in ulteriori dettagli, e pertanto, ad un lettore neofita della ACW, la diatriba esistente tra i medesimi sfugge nel contesto generale dell'opera del professore.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Lun 6 Feb 2012 - 14:01

Caro Banshee,
sto appunto risfogliando in vari punti la Storia della guerra civile americana del Luraghi dove il gen Joe Johnston viene più volte definito con termini quali "astuto" e "geniale", nonchè viene definito come il comandante Conf. più capace dopo Lee; secondo te, come mai il prof. ha assunto una tale posizione scevra da ogni dubbio?

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Messaggio  Banshee il Lun 6 Feb 2012 - 14:39

George Armstrong Custer ha scritto:Caro Banshee,
sto appunto risfogliando in vari punti la Storia della guerra civile americana del Luraghi dove il gen Joe Johnston viene più volte definito con termini quali "astuto" e "geniale", nonchè viene definito come il comandante Conf. più capace dopo Lee; secondo te, come mai il prof. ha assunto una tale posizione scevra da ogni dubbio?

Caro Custer,
in estrema sintesi (rimandando alle conclusioni del mio percorso all'interno del personaggio Johnston e alla nota bibliografica di chiusura per un esame più completo delle complesse questioni che sollevi) direi che Luraghi, al pari del resto della generazione di storici dell'epoca, si è adagiato al luogo comune che imperava e che tratteggiava Johnston come un ottimo comandante la cui rimozione segnò le sorti di Atlanta e della Confederazione, assegnando ad Hood la parte del cattivo. Tieni conto che all'epoca l'unica analisi critica della campagna di Atlanta era quella risalente al 1882 di Cox. Se all'epoca la posizione di Luraghi era comprensibile, negli anni successivi non lo sarà più.

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Messaggio  George Armstrong Custer il Lun 6 Feb 2012 - 14:55

Mi rendo conto che rischio di entrare nel campo delle mere speculazioni, ma non posso credere che Luraghi non si sia, nel tempo, aggiornato sulle ulteriori e recenti analisi storiografiche USA in materia. Forse, e ripeto, sto facendo solo delle congetture, il prof. non ha ritenuto di ribaltare completamente tutta la sua opera, effettuando un'analisi completamente diversa rispetto a quella che aveva fatto nella stesura del suo libro.

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Messaggio  Banshee il Lun 6 Feb 2012 - 16:04

A giudicare da un articolo che apparve su Tuttostoria qualche anno fa, direi che Luraghi si è sempre aggiornato in materia di guerra civile america. Resta da vedere se le sue convinzioni riguardo Johnston siano rimaste immutate.

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