Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

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Messaggio  Banshee il Mar 7 Feb 2012 - 20:43

7. Decisioni e polemiche.


Con l’avvicinarsi della primavera e la certa prospettiva della ripresa delle operazioni su larga scala in tutta la Confederazione, per il 19 febbraio Davis ritenne opportuno procedere ad una riunione a Richmond del proprio Gabinetto, invitando Johnston a presenziare (118). Al meeting parteciparono il Segretario al Tesoro Christopher George Memminger, il Postmaster General John Henninger Reagan, il Segretario della Marina Stephen Russell Mallory, il Segretario di Stato William Montague Browne, ovviamente il Segretario alla Difesa Benjamin e l’Avvocato Generale della Confederazione Thomas Bragg (fratello del generale Braxton Bragg) grazie alle cui annotazioni tratte dal diario, conosciamo i dettagli di quell’importante riunione. Prima dell’arrivo di Johnston, che si presentò solo nel primo pomeriggio, prese la parola il presidente Davis. Dopo aver esposto la difficile situazione in cui sembrava dibattersi la causa sudista, egli ammise che il tentativo di controllare ogni parte del territorio era fallito e “che occorreva diminuire l’estensione delle nostre linee”, non disponendo la Confederazione di uomini a sufficienza per occuparle e difenderle tutte efficacemente (119). Era il primo seme della nuova strategia che Davis intendeva adottare per il futuro: concentrazione delle forze nei punti maggiormente esposti, sacrificando se necessario parte del territorio; e in ciò forse aveva contribuito l’osservazione dell’ingegnosa difesa in profondità adottata da Lee sulle coste della Georgia e delle due Caroline. Indi il presidente passò ad analizzare la situazione sul fronte virginiano e concluse che un arretramento dalle posizioni di Manassas e della valle dello Shenandoah appariva necessario e utile; a queste conclusioni Davis fu indotto dalle recenti operazioni anfibie federali vicino a Wilmington, nel North Carolina, condotte con successo dal generale unionista Burnside (che aveva occupato l’Isola di Roanoke) e che potevano costituire fonte di grave pericolo per Richmond stessa, palesandosi la possibilità che le forze federali risalissero da là verso la Virginia, vanificando così la presenza dell’armata di Johnston più a nord. Su un punto tutti i presenti convennero: la capitale confederata doveva essere difesa ad ogni costo, se non altro perché alla periferia della città si trovavano le Tredegar Iron Works, officine e industrie che sole nel Meridione - in attesa che la riconversione del primigenio apparato manifatturiero sudista alle esigenze della guerra producesse i primi, tangibili risultati - potevano garantire l’indispensabile fabbricazione del materiale bellico, senza il quale ogni speranza di indipendenza della nazione confederata sarebbe svanita ben presto nel nulla. Quando venne il turno di ascoltare l’opinione di Johnston, nel frattempo sopraggiunto e introdotto ai presenti, il generale virginiano affermò che sotto un profilo strategico una ritirata dalla linea di Centreville-Manassas appariva auspicabile: in base alle informazioni in suo possesso sui piani operativi di McClellan, era possibile che costui stesse organizzando uno sbarco federale ad Aquia, interponendosi così tra la sua armata e Richmond. Occorreva pertanto evitare di essere tagliati fuori dalle linee di comunicazioni con la capitale (120). Su un punto, pare, fu assai chiaro: il ripiegamento non sarebbe avvenuto immediatamente, anche a causa delle condizioni delle strade, ancora piene di fango per le piogge invernali e le gelate notturne e quindi praticamente ridotte ad acquitrini intransitabili; anche se Johnston non precisò il periodo, tutti intesero che sarebbe iniziato solo a primavera. Si era ormai fatta sera. Davis dopo essersi perso in una miriade di particolari (come sua abitudine) ritenne opportuno sciogliere il concilio con l’intesa che il giorno seguente i lavori sarebbero ripresi. Johnston, congedatosi si diresse verso un hotel nel centro di Richmond, ove risiedeva la moglie Lidya, per farle visita. Sennonché nell’atrio dell’edificio, Johnston s’imbatté casualmente nel colonnello William Dorsey Pender del 6° North Carolina, il quale non appena lo riconobbe, si avvicinò e chiese se le voci che aveva udito - e che erano, aggiunse, ormai di dominio pubblico - circa un’immanente ritirata dell’armata da Manassas, corrispondessero a verità. Johnston, inorridito all’idea che quanto testé discusso nella riunione del governo Davis potesse essere già trapelato, tentò di negare che fosse mai stata decisa o preparata una simile evenienza, senza peraltro convincere del tutto Pender (121). In realtà costui si era limitato a fare una semplice equazione: la presenza di Johnston in città non poteva che significare che il generale era stato richiamato per importanti decisioni e vista la situazione di inferiorità numerica della sua armata, queste non potevano che tradursi in un arretramento. Era un episodio - ripetutosi più volte in circostanze diverse nei giorni seguenti, come vedremo a breve - che avrebbe avuto un peso importante nel futuro delle relazioni con Davis (122).
Il giorno successivo, senza fare cenno dell’accaduto, alla ripresa del concilio Johnston espose parte dei suoi piani, discutendo a lungo la questione della rimozione dell’artiglieria pesante posizionata sulle alture che dominavano il basso corso del Potomac. A causa del loro peso e della mancanza di adeguato supporto logistico per il trasporto, spiegò Johnston, i cannoni sarebbero stati quasi certamente abbandonati. La riunione terminò nel primo pomeriggio, con il generale determinato a retrocedere (con il consenso generale) su di una nuova posizione che avrebbe dovuto essere scelta in base ad una ricognizione più accurata del terreno, controllo che lo stesso Johnston si riprometteva di compiere a breve: ma certamente, almeno così intese e annotò Thomas Bragg, grosso modo dietro il fiume Rapahannock, anche se Johnston fu assai vago e dichiarò di non conoscere bene la zona 123).
Tre anni dopo Davis, nel proprio memorandum preparato per il congresso confederato, Lee mentre questi si accingeva a richiamare Johnston al comando dell’Armata del Tennessee su raccomandazione del parlamento sudista, scriverà, ricordando quell’episodio, di essere rimasto stupefatto per quell’affermazione e che la sua confidenza nelle capacità del generale cominciò a declinare proprio allora: un comandante che pur avendo manifestato a più riprese l’inidoneità della linea tenuta a Manassas-Centreville e avendo avuto l’opportunità per mesi di studiare la topografia della zona, non era stato in grado di indicare con certezza il luogo della sua ritirata, dichiarandosi ignorante delle caratteristiche del terreno alle sue spalle, non dava certo a intendere di avere le idee molto chiare e manifestava un’inettitudine inspiegabile se non supponendo la sua totale inadeguatezza come capo militare (124). Certo è che Johnston nell’occasione dimostrò di essere piuttosto confuso: per uno stratega che faceva della ritirata e della manovra ritardatrice il proprio credo operazionale, si trattava di una grave mancanza; problema che si sarebbe poi manifestato ancor più chiaramente nel corso della campagna di Atlanta.
Ad ogni buon conto, fattasi ormai sera, Johnston decise di trattenersi presso la capitale per la notte e di partire solo il giorno seguente. Invitato ad una cena a cui parteciparono numerosi politici e membri del Congresso confederato, la conversazione cadde sulle prospettive della guerra che i presenti giudicarono infauste per la causa sudista. Incalzato dagli astanti, che erano quasi tutti avversari politici di Davis, a Johnston fu chiesto se vi fosse qualche remota possibilità di vittoria con un Segretario alla Guerra come Benjamin, da loro giudicato incompetente; dopo aver riflettuto per un breve momento, Johnston rispose negativamente (125). Due settimane più tardi, il parere di Johnston fu citato da un deputato nel corso di un acceso dibattito parlamentare, come prova evidente dell’inadeguatezza del Segretario alla Guerra. Il destino di Benjamin era segnato: a fronte di un voto del Congresso che lo avrebbe certamente silurato, Davis preferì sostituirlo con il ben più capace George W. Randolph. Johnston aveva avuto la sua vendetta.
Il giorno seguente, infine, egli fece ritorno a Centreville con il treno; durante il viaggio, incontrò un suo amico di vecchia data che mostrò di essere a conoscenza delle intenzioni di Johnston e domandò quando sarebbe cominciato il ritiro da Manassas. Ancora una volta Johnston, sempre più basito per la continua fuga di notizie, fu costretto a negare l’evenienza. Il giorno seguente a Manassas, poi, egli modo di appurare che un ufficiale dell’armata risultava essere perfettamente informato di quanto discusso a Richmond, avendolo appreso dalle confidenze, come disse lui stesso, fatte dalla moglie di un membro del governo ad amici. Da quell’istante, Johnston si riprometteva di osservare un rigido silenzio sui propri piani e sulle mosse da farsi per l’avvenire: neppure il presidente ne sarebbe stato informato.
Ad ogni buon conto, giunto ai propri quartieri il generale virginiano era deciso a porre in esecuzione la progettata ritirata non appena i settentrionali avessero dato segnali di muoversi verso la sua linea difensiva. Il compito che attendeva Johnston, non era dei più semplici. Il problema principale era rappresentato dall’enorme quantità di materiale che era stato accumulato nei depositi di Manassas e Centreville; gli è che a forza di richieste e lamentele, l’armata di Johnston era stata rifornita negli ultimi tempi di ogni genere di manufatti, dalle coperte agli zaini, dalle giberne alle divise: tant’è che lo stesso generale era dovuto intervenire presso lo stato maggiore confederato per chiedere di interrompere quel flusso ininterrotto di beni. In tutto, si trattava di 3.240.354 libbre di scorte di vestiti, calzature e cibo e quant'altro occorresse ad un'armata. Inoltre, presso l’impianto di produzione e conservazione della carne eretto, come detto, presso Thoroughfare Gap, Johnston scoprì con sgomento che si trovavano accumulate 1.510.819 libbre di carne di maiale e 1.195.914 libbre di carne di manzo (126). Johnston affidò ogni istruzione per il completamento del trasporto del materiale oltre il fiume Rapidan agli ufficiali del suo stato maggiore e si mise a studiare i percorsi con i comandanti divisionari, assegnando a ciascuno la propria strada. Quanto ai cannoni posti sulle alture a sud di Washington, dopo un rapido esame della situazione, si appurò che 45 di essi erano troppo pesanti per essere trasportati e se ne dispose la distruzione al momento stabilito per l’inizio della ritirata. All’epoca il suo comando comprendeva 47.617 “effettivi” (127), di cui 5.934 nella Valle dello Shenandoah sotto il comando di Jackson, 2.460 soldati a Leesburg (a parecchi chilometri di distanza in direzione nord-ovest) affidati a D.H.Hill, lungo il basso Potomac 7.596 uomini comandati da Whiting, oltre ai 26.211 a Centreville a disposizione dello stesso Johnston. Già oltre il Rapidan si trovavano i restanti 5.956, agli ordini di Holmes. Johnston - da sempre ostile all’idea strategica della dispersione delle forze, un altro problema di cui vedremo gli effetti in seguito - pertanto dispose che ad eccezione delle truppe di Jackson, tutti gli altri comandi avrebbero dovuto riunirsi in un’unica massa oltre il Rapidan e cioè sostanzialmente attraverso la linea ferroviaria sino a Gordonsville, mentre Johnston avrebbe stabilito il proprio quartier generale a Rapahannock Station.
Infine il 5 marzo, il generale Whiting informò Johnston circa “un’attività inusuale” delle truppe federali che si trovavano di fronte a lui a Dumfries (128) ; il comandante dell’armata confederata non si preoccupò neppure di accertare la fondatezza di tale notizia e ordinò di iniziare le operazioni di ritirata per il mattino del giorno 7. Entro due giorni l’intera armata al completo si trovava oltre il Rapidan.
Il ripiegamento e la sua esecuzione da parte di Johnston si prestano a tre considerazioni.
In retrospettiva esso fu ordinato precipitosamente, senza avere in alcun modo controllato la veridicità di quanto riferito da Whiting: in effetti i federali non avevano alcuna intenzione di insidiare le posizioni né dello stesso Whiting né di Johnston, trattandosi, molto probabilmente di semplici esplorazioni in forza, come tante ne avvenivano all’epoca; ben altri piani, come si vedrà, animavano la mente di McClellan. Eppure a Johnston, che conosceva Whiting da molto tempo e lo riteneva il suo subordinato più promettente, cui una promozione era stata negata solo per le sue intemperanze verbali con l’alto comando confederato che lo avevano condotto nei mesi precedenti ad essere quasi degradato a semplice maggiore, doveva essere noto come il medesimo fosse persona particolarmente eccitabile e impressionabile. William Henry Chase Whiting, allora trentasettenne, era stato un eccezionale studente ai tempi dell’Accademia Militare di West Point (al punto che il suo punteggio finale costituirà per lustri il record assoluto tra i diplomati) ed era unanimemente giudicato un ingegnere militare di straordinarie qualità, oltre ad essere amatissimo dai suoi soldati (che lo chiamavano affettuosamente “Little Billy”), ma possedeva gravi problemi psichici, alternando momenti di euforia eccessiva (di qui le sue sparate) ad altri di cupo pessimismo. James Longstreet ricorderà di Whiting che “sebbene possedesse una mente brillante e altamente affinata, il lato più oscuro dell’immagine era sempre più imponente con lui” (129). In breve era una personalità che oggi definiremmo depressa o border-line. Johnston, come già era stato per i casi di Kirby-Smith, Van Dorn e G.W. Smith, non si poteva certo dire fosse un buon conoscitore di uomini e di ufficiali.
In secondo luogo occorre notare che la ritirata si risolse in un disastro senza proporzioni sotto un profilo logistico. Dopo la guerra, Edward Porter Alexander osservò un po’ vagamente che per quanto si fosse proceduto alla distruzione di una parte dei beni a causa del pessimo stato della tratta ferroviaria, “tutto considerato il movimento fu decisamente un successo, tanto quanto [fu] giudizioso” (130) . Ma le fonti dell’epoca ci restituiscono un quadro ben diverso. Secondo il rapporto del tenente-colonnello Robert G. Cole, allegato dallo stesso Johnston nelle sue memorie, a Manassas e Centreville dovettero essere abbandonati, distrutti o lasciati deperire beni per complessive 1.434.316 libbre (131). Quanto alla carne accumulata a Thoroughfare Gap, 200.000 libbre furono distribuite alla popolazione circostante prima di dar fuoco agli impianti e 169.000 libbra furono gettate nelle fiamme (132). Complessivamente oltre 2 milioni di libbre di cibo, coperte, tende, giberne e altro materiale furono distrutte, abbandonate o lasciate marcire intenzionalmente; vale a dire, circa il 35% di quanto faticosamente messo insieme per sostenere un’armata di 50.000 uomini, in quattro mesi di lavoro. Commenterà poi il generale Early che la perdita di una quantità così grande di cibo “ci imbarazzò per il resto della guerra e ciò tanto più con il diminuire delle scorte”, per quanto egli poi non censurasse Johnston a cui riconosceva merito per gli sforzi compiuti (133) . All’epoca, proprio all’interno della stessa armata, peraltro, non mancarono voci che chiamavano in causa direttamente Johnston e la sua competenza nella supervisione del ripiegamento; scrivendo alla moglie, un ufficiale confessò che “la distruzione di beni di ogni specie fu terribile; pancetta, farina, sale, lardo, selle, scarpe, vestiti erano i beni principali (…) tutti sono indignati da questa cattiva gestione e il Gen[erale] J[ohnston] è l’incolpato principale. Temo sia stato maldestro in questa materia e ha permesso ai suoi subalterni di trascurare il loro dovere”(134). Certo è che se Johnston avesse agito con più calma e senza l’impressione che un inesistente nemico stesse avanzando, avrebbe potuto compiere tutto quanto, senza perdere una sola libbra di prezioso materiale. Ma appunto qui stava il difetto principale, propria dell’uomo e dello stratega : l’estrema propensione a ritirarsi in fretta e furia per il timore di essere colto di sorpresa da un’offensiva del nemico, offensiva che non solo non era imminente, ma che neppure rientrava nei programmi unionisti. McClellan, infatti, già da tempo aveva pianificato una colossale operazione anfibia che lo avrebbe condotto, indisturbato, sulla punta della Penisola posta a oriente di Richmond: a Fort Monroe, a poche decine di chilometri dalla capitale confederata. Come commentò anni dopo Jefferson Davis, non senza qualche ragione, Johnston “ fuggì, senza un uomo che lo inseguisse”(135). La storia si ripeteva: dopo Harpers Ferry, Manassas-Centreville; e si sarebbe ripetuta molte altre volte.
Peraltro lo stesso Davis, che non fu informato né della data della ritirata né del luogo prescelto per il ripiegamento - per ragioni di segretezza, come spiegò Johnston - appresa dalla stampa la notizia, andò su tutte le furie per non aver ricevuto alcuna preventiva comunicazione da parte del generale. Anni dopo egli accuserà Johnston (in gran parte falsamente, occorre dire) di aver eseguito un movimento che non era stato mai neanche lontanamente ipotizzato e che sorprese comunque tutti quanti i membri del governo, perché assai anticipato rispetto a quanto fatto capire agli stessi nel corso della riunione di metà febbraio. In realtà, come detto, Davis era irato semplicemente perché tenuto all’oscuro di tutto. Sulla questione ci pare il caso di far chiarezza, anche in considerazione delle conseguenze che essa ebbe sui rapporti tra i due specie nel prosieguo della guerra. Se Davis riuniva in sé, de facto, le cariche di Comandante in Capo e Generale in Capo degli eserciti confederati, come già chiarito, egli non pretese mai di elaborare direttamente la condotta operazionale su di un teatro. Ben conscio dell’impossibilità di dirigere a priori da Richmond il movimento delle truppe nei lontani teatri dell’Ovest o, più da presso, in Virginia, senza avere accurate informazioni circa terreno e disposizione del nemico e consapevole dell’assurdità di avere tali dati in “tempo reale” (attese le difficoltà dell’epoca nella trasmissione di notizie), Davis garantì sempre ai suoi comandanti il “potere discrezionale che è essenziale per il successo delle operazioni sul campo” (come scrisse egli stesso proprio al generale Johnston, rassicurandolo) (136) . Per se stesso, egli riservava il ruolo di proporre “gli scopi e le vedute generali” come supporto e guida per i suoi comandanti (137) . Va da sé che quanto più i suoi generali si rivelavano abili, tanto più la sua figura si mostrasse con loro nella penombra: Davis non era alla ricerca di semplici collaboratori a cui impartire ordini, ma di uomini che, grazie alle loro qualità, garantissero la vittoria delle armate sudiste. Vi fu (come già si è visto) al termine della battaglia di Manassas, un brevissimo periodo di tempo, quasi ore, in cui, forse, il presidente confederato sembrò ansioso di dirigere personalmente la condotta della guerra sul teatro virginiano: ma si era all’inizio del conflitto e il suo atteggiamento sembrava più animato dal bisogno di affiancare all’autorità militare operazionale il proprio sostegno, che da una reale volontà dirigista. In realtà, una volta assicurate al generale le linee guida generali, costui era libero di agire e tradurre sul campo quelle direttive generali che forniva Davis, come meglio credesse; ad una precisa condizione, però: che non si tenesse il presidente all’oscuro delle decisioni adottate. Era, questo, un principio per lui irrinunciabile: e non tanto perché egli fosse geloso delle sue personali prerogative, a nostro modo di vedere, ma perché era intimamente convinto della superiorità del potere civile e politico su quello militare, come ben ebbe modo di ricordare al generale Beauregard nel 1861 (138). Una visione perfettamente aderente al dettato costituzionale americano che era stata pensato (e impresso sulla carta) avendo in mente l’esperienza rivoluzionaria e la figura di Washington, ma che si sposava pure con la teoria clausewitziana sulla guerra come continuazione della politica con altri mezzi. Del resto, all’epoca in cui aveva ricoperto la carica di Segretario alla Guerra, proprio intorno a tale importante questione, si verificò una querelle con il generale Scott che produsse un interminabile scambio di corrispondenza tra i due, alle volte particolarmente infuocata, con scambio di accuse e persino insulti: si può bene dire, dunque, che il problema, non concernesse le personali ambizioni del presidente Davis, ché egli, da questo punto di vista, per sé non ne aveva, ma che costituisse, piuttosto, una questione di principio (139). E sotto tale aspetto, non si poteva certo censurare il suo pensiero. Tuttavia esso era destinato a incidere profondamente nei rapporti con Johnston che faceva, viceversa, della riservatezza e della difesa delle proprie prerogative come comandante militare un punto fermo: anche in questo caso sfuggiva al generale virginiano il più ampio profilo politico del conflitto. In una società profondamente democratica come quella sudista appariva impensabile che le esigenze militari, non finissero comunque per essere subordinate ai bisogni della nazione e, soprattutto, alle decisioni assunte in sede politico-costituzionale: ragion di stato e strategia militare erano due necessità solo apparentemente concidenti tra loro, che in realtà esigevano di essere armonizzate.

Nel contempo, il giorno 8 marzo, un evento di rilievo era accaduto. La prima corazzata della storia, la nave confederata Virginia, aveva solcato le acque della rada di Norfolk per dirigersi verso la baia di Hampton Roads, all'estuario del fiume James, ove aveva affondato o messo fuori combattimento un buon numero di vascelli unionisti, senza praticamente riceverne danno alcuno: come osservato da Shelby Foote "tra mezzogiorno e il tramonto di quel solo giorno, la Virginia aveva reso obsolete le navi del mondo" intero (140). Sebbene il vantaggio tattico dei meridionali fosse stato poi in gran parte annullato il giorno seguente dall'inaspettato arrivo della nave corazzata unionista Monitor (non meno temibile e rivoluzionaria per i concetti dell'epoca), nondimeno sotto il profilo strategico lo strapotere marittimo dell'Unione sembrava destinato ad essere controbilanciato. Cinque giorni più tardi, un'altra circostanza destinata a cambiare il volto della guerra, era intervenuta: il generale Robert Edward Lee era stato richiamato a Richmond. A lui era stato affidato il ruolo di consigliere personale del presidente e di condurre insieme a Davis le operazioni militari della Confederazione (141). Due pedine importanti erano ora schierate sul teatro virginiano: come e dove sarebbero inserite nel quadro strategico-operazionale e in quale modo avrebbero interagito con l'operato di Johnston, era da vedere.

118. La riunione avrebbe dovuto aver luogo alcuni giorni prima, ma Johnston chiese un breve rinvio in quanto il generale G.W. Smith, suo secondo in comando, era caduto malato, a causa di uno de suoi misteriosi attacchi.
119. Diario di Thomas Bragg, p. 154, presso la Southern Historical Collection, University of North Carolina, Chapel Hill.
120. Ibidem; J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p.96.
121. Ibidem, p. 97.
122. Lettera di William Dorsey Pender alla moglie Fanny Pender, 21 febbraio 1862, in W.W. Hassler (a cura di), One of Lee's Best Men. The Civil War Letters of General William Dorsey Pender, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1965, p.114.
123. Diario di Thomas Bragg, cit. p. 157
124. Il memorandum datato 18 febbraio 1865 è in OR, ser. I, vol. 47, pt.2, pp.1304-1311. Non fu mai spedito da Davis, il quale ne inviò una copia ad una amico e questi la conservò fortuitamente.
125. Cfr. la testimonianza del deputato e politico Henry S. Foote in Id., War of the Rebellion: or Scylla and Charybdis, New York: Harper & Brothers, 1866, p. 356
126. Per tutte le cifre, cfr. S.H. Newton,Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, cit.,p. 48.
127, Più oltre diremo della questione dei numeri confederati e tracceremo una distinzione tra effectives (effettivi) present for duty (presenti per il servizio attivo) e altre sottigliezze, per quantificare le cifre dei soldati, diminuendole o accrescendole a seconda della necessità. Sottigliezze di cui Johnston era maestro, ben degno di un altro noto contafrottole, vale a dire McClellan.
128. J.E.Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p. 102.
129. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit. p. 113.
130. E.P. Alexander, "Sketch of Longstreet Division" in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., IX, p. 516; vedi anche in termini elogiativi, R. Taylor, Destruction and Reconstruction, cit, p. 35.
131. J.E. Johnston, Narrative of the Military Operations, pp. 98-99 e nota relativa.
132. OR, ser. I, vol. 5, p.1086.
133. J. Davis, The Rise and Fall of the Confederate Government, cit., vol.1, p. 468.
134.Lettera di T.L. Preston alla moglie, 13 marzo 1862 presso i Preston-Davis Papers, University of Virginia, Charlottesville, Virginia.
135. Lettera di J. Davis a L.B. Northrop, 29 aprile 1878.
136. Davis a J. E. Johnston, 6 marzo 1862 in L.L. Crist et alii (a cura di) The Papers of Jefferson Davis,cit., vol. 8, pp. 81-82.
137. J. Davis a J. E. Johnston, 28 febbraio 1862, ibidem, p. 69.
138. J. Davis a P.G.T. Beauregard, 30 ottobre 1861 in A. Roman, The Military Operations of General Beauregard in the War Between the States 1861-65, cit., vol.1, p.165.
139. Sull’argomento cfr. C.W. Eliott, Winfield Scott: The Soldier and the Man, New York: Macmillan, 1937, pp. 655-658.
140. S. Foote, The Civil War: A Narrative, 3 voll., New York: Random House, 1958-1974, vol. 1, p. 255; si veda anche S. Romeo, La corazzata sudista CSS Virginia, su http://www.storiamilitare.altervista.org/CSSVirginia.htm.
141. Per i particolari, cfr. D.S. Freeman, R.E.Lee: A Biography, 4 voll., New York: Charles Scribner's, 1934-35, vol. II, pp. 1-7.

(13.-CONTINUA)


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Messaggio  Banshee il Mar 14 Feb 2012 - 23:17

Avrebbero i due generali collaborato? Solo il tempo poteva dirlo e non avrebbe tardato a porli l’uno di fronte all’altro.
Intanto una cosa appariva già chiara a chi per ventura avesse avuto modo di colloquiare con Lee o di leggerne la corrispondenza. Se Johnston privilegiava un approccio strategico generale di tipo “fabiano”, Lee era di idee diametralmente opposte. Già il 16 marzo, nello scrivere al generale Holmes, dopo aver osservato che la condizione delle strade in Virginia, ancora ricoperte di fango e melma per le recenti piogge, rendevano improbabile un’imminente offensiva unionista sulle posizioni confederate nella Virginia centrale, proseguì sottolineando “che esso avanzerà sulle nostre linee non appena potrà, io non ho dubbio. Ritardare i suoi movimenti, cercare di frantumarne l’azione se possibile, attaccarlo nel modo più svantaggioso per lui e se, fattibile, respingerlo indietro, sarà vostro compito e sforzo. Non rientra negli intendimenti del Governo abbandonare ogni porzione di territorio che possa essere tenuta (…) Io credo che non vi sarà necessità di retrocedere oltre”(142). Nelle intenzioni di Lee, gli unionisti, dunque, andavano affrontati e combattuti là dove si trovavano o palesavano, senza cedere un metro di terreno, sfruttandone le esitazioni ed errori, tentando di dividerli per mezzo della manovra. Retrocedere significava lasciare l’iniziativa al nemico, il quale disponendo di forze maggiori “può minacciare diverse sezioni [del nostro paese] e avanzare rapidamente su di una, mentre la concentrazione delle nostre truppe può essere eseguita solo su di una linea di ritirata. Più a lungo, tuttavia, esso può essere tenuto su di una linea avanzata e con più certezza il concentramento sarà efficace” (143) . Inoltre il vantaggio sudista di disporre di un enorme spazio e territorio (apparentemente, però, come detto), era bilanciato dalla superiorità logistica federale. Per costoro, rifornire le truppe anche a molti chilometri di distanza, non era così problematico, né drammatico quanto si sarebbe dimostrato l’approvvigionamento di un numero inferiore di uomini a poca distanza per i meridionali. Cedere terreno, in definitiva, non aveva alcuno scopo se non quello di favorire il nemico che poteva scegliere quando, dove e come colpire, obbligando gli uomini della Confederazione a disperdersi ovunque nel futile tentativo di parare ogni colpo, ma in ultima analisi sempre più su di una linea difensiva, sino a quando la manovra si sarebbe trasformata in assedio. E con l’assedio, ogni libertà di manovra sarebbe venuta meno e la sconfitta ineluttabile; come confesserà a Early nell’estate 1864 “dobbiamo distruggere questa armata di Grant, prima che essa arrivi fino al fiume James. Se arriverà là, diverrà un assedio e allora sarà solo questione di tempo” (144). Già, il tempo. Una differente concezione dello spazio, ma anche del tempo divideva Lee da Johnston. A parere del primo, allungare la durata della guerra invece di avvantaggiare la causa confederata, avrebbe giocato a favore dei settentrionali, i quali, disponendo di un potenziale umano molto superiore, quasi illimitato, crescevano di numero di giorno in giorno. Non solo. Lee era perfettamente consapevole delle enormi potenzialità dell’industria nordista e dell’inferiorità del primitivo tessuto manifatturiero confederato: con gli anni il divario sarebbe inevitabilmente aumentato, con nuove invenzioni e tecniche che avrebbero reso sempre più importante il contributo del “fronte interno”della produzione di armi, vestiti e beni. Una partita che era già persa in partenza per il Sud. Tanto più che il dominio dei mari unionista avrebbe condotto senza dubbio allo strangolamento della Confederazione: con l’occupazione progressiva dei porti sudisti, anche quell’ultima, quasi disperata, linea di rifornimento del Sud sarebbe svanita. Dopo le vittorie di Fredericksburg (dicembre 1862) e Chancellorsville (maggio 1863) per quanto egli avesse comandato con impareggiabile sagacia militare i suoi uomini, Lee confesserà di sentirsi depresso più che mai per le sorti della guerra. Disfatte le armate di Burnside e Hooker, il governo unionista, riordinate le schiere, immessi nuovi organici, gliene avrebbero lanciata contro un’altra ancora più forte, mentre i ranghi delle sue fila si assottigliavano, senza poter essere rimpiazzati (145). Il tempo lavorava a favore dell’Unione e l’unica via per sconfiggere il Nord era quello di batterlo ripetutamente sino a fiaccarne la volontà, senza attendere che potesse riprendersi da una precedente sconfitta. Non si sarebbe mai potuta annientare sul piano militare l'Unione, né pensare a conquistarla, questo no; ma si potevano demoralizzare, pensava Lee, il popolo e l’opinione pubblica settentrionali mostrandogli che il gioco non valeva la candela, per mezzo di audaci offensive portare la guerra sul suolo unionista e lì ripagare della stessa moneta il nemico, facendogli assaggiare le medesime sofferenze che la gente a Sud del Potomac aveva provato. Altro che generale legato alle vecchie concezioni settecentesche o ottocentesche dell’arte della guerra. Altro che condottiero succube della mentalità napoleonica, ancora schiavo del feticcio della battaglia decisiva. Lee aveva capito, precorrendo i tempi di molti anni, che una guerra tra fratelli nemici poteva essere vinta solo imponendo la propria risolutezza e determinazione all’altro, fiaccandone la volontà di combattere e di resistere, mostrando al nemico che qualunque sacrificio, qualsiasi prezzo avrebbe richiesto il conflitto, il Sud non avrebbe avuto timore a pagarlo: di più, lo avrebbe a sua volta imposto al nemico, provocandogli una sorta di trauma, battendolo sul suo stesso suolo. Chi avesse cura di studiare la corrispondenza e gli scritti di Lee, specialmente quelli diretti a Davis, non potrà fare a meno di apprezzare quanto il grande virginiano avesse compreso l’importanza di far intendere all’intera nazione confederata, alla sua popolazione, alla sua patria come anzitutto occorresse che ogni sforzo, anche il più semplice e modesto, fosse rivolto verso il bene comune ultimo: il sostentamento delle armate confederate che da sole potevano garantire come il sogno irredentista di libertà e indipendenza divenisse realtà. Al tempo stesso, Lee sapeva che solo una strategia basata sull’offensiva avrebbe riscosso entusiasmo nel popolo e nell’opinione pubblica e ne avrebbe destato la forza di volontà (146). Mentre Johnston, al di là della bontà o meno della sua proposta strategica difensivo-passiva, tendeva a fornire una risposta unidimensionale al conflitto, tipicamente e prettamente militare secondo lo schema ottocentesco jominiano, Lee si era immedesimato completamente nella visione clausewitziana della guerra come manifestazione più ampia dei bisogni della nazione che il comandante doveva comprendere e necessariamente seguire per vincere il conflitto. In questa dicotomia era destinato a inserirsi, giocoforza il presidente Davis, come vedremo: e dalla sua risposta alle due diverse prospettive, dipendeva in ultima analisi, quale strada sarebbe stata percorsa.
Ad ogni buon conto, una settimana dopo il completamento dell’arretramento dalla linea di Manassas-Centreville, Davis si recò a Fredericksburg per visitare Johnston e i nuovi trinceramenti che indiscutibilmente e come dovette ammettere il presidente “possedevano grandi vantaggi naturali” (147). I rapporti sembravano essere tornati in piena armonia. All’incontro fu stabilito che una parte delle truppe di Johnston (in tutto due brigate) fosse spedito a tamponare l’offensiva che interessava le coste del North Carolina: New Bern era caduta da poco e Burnside sembrava deciso a dirigersi verso nord-ovest, minacciando Richmond. Richiesto di scegliere l’ufficiale che avrebbe comandato le truppe da spedire colà, Johnston indicò senza esitazioni il maggior generale T.G. Holmes, ufficiale che egli apprezzava assai poco e che, oltretutto, per data di nomina era più anziano di G.W Smith, suo protégé : di conseguenza costui divenne comandante del distretto (148).
L’attesa del momento e punto in cui avrebbe colpito l’annunciata offensiva unionista, sembrò rotta improvvisamente il 24 marzo da una richiesta di soccorso proveniente dal generale maggiore John B. Magruder, comandante della piazzaforte di Yorktown sulla Penisola ad est di Richmond, tagliata a nord dal fiume York e a sud dal fiume James; le truppe federali parevano esser sbarcate in gran numero (almeno 35.000 uomini, stimava Magruder) presso Fort Monroe, isolata roccaforte federale posta sulla punta estrema della penisola (149). Occorrevano, quindi, urgenti rinforzi. Restava da stabilire se si trattasse dell’attacco principale e se il suo obbiettivo fosse l’investimento delle linee confederate a Yorktown (e di conseguenza, Richmond), oppure fosse una manovra diversiva per richiamare parte delle forze confederate sulla penisola e contemporaneamente avanzare da Manassas verso il Rapidan e l’armata di Johnston quivi schierata, vero bersaglio dell’offensiva; restava una terza possibilità: forse era un’operazione anfibia il cui scopo ultimo era la presa di Norfolk sulla penisola adiacente a sud, ove si trovava ancorata la temibile corazzata Virginia, difesa dalla guarnigione del generale maggiore Benjamin Huger, con oltre 10.000 uomini; in mezzo il fiume James, come detto, interamente navigabile, che giungeva sino a Richmond, attraversandola. Levata di mezzo la nave confederata, che da sé sola garantiva il vantaggio strategico sulle acque del fiume, nulla più avrebbe potuto separare gli unionisti dalla conquista della capitale confederata o, quanto meno, dallo sbarcare a tergo di essa e cingerla d’assedio. Da ultimo non si poteva neppure escludere che Fort Monroe fosse solo una tappa intermedia per trasferire le truppe ancora più a sud e tentare di prendere il porto di Savannah nel South Carolina.
Era un enigma da decifrare e in base alle informazioni disponibili risultava ancora più complicato. La valutazione di Magruder, basata su voci di seconda mano e informazioni raccolte hic et inde, restituiva una cifra tutto sommato modesta circa il contingente federale a Fort Monroe. In realtà, si trattava dell’Armata del Potomac unionista al gran completo: oltre 120.000 uomini, 44 batterie d’artiglieria di ogni tipo e specie, quasi 16.000 quadrupedi, oltre all’enorme parco vagoni della sussistenza richiesto da un simile esercito. Il comando supremo a Richmond sembrò esitare in quell’occasione; ma, alla fine Lee, ponderato il tutto, si decise a spedire un paio di reggimenti dell’Alabama oltre ad altri 1.000 reclute non ancora irreggimentate e prive di armi, di rinforzo a Magruder: in tutto 2.500 uomini da aggregare ai circa 10.000 che costui aveva già sotto di sé. Nel contempo egli allertò sia quest’ultimo che Huger di tenersi pronti a muovere l’uno in difesa dell’altro a seconda di dove si sarebbe manifestato l’attacco “fino a quando qualche conclusione possa essere assunta circa il punto di attacco [unionista] , sarebbe manifestamente inappropriato accumulare in entrambi l’armata per opporsi ad esso ” (150); quanto a Johnston, il 27 marzo gli ordinò di inviare 10.000 uomini a Richmond (151). Era anche un rischio calcolato, tipico della strategia Lee: confidando nella possibilità di dilazionare l’avanzata del nemico per il tempo necessario, egli aveva mosso tutte le forze per un’eventuale concentrazione simultanea sul punto dell’offensiva unionista. La condotta “costituiva un esempio particolarmente interessante di riconcentrazione provvisoria per sbarrare il passo un’offensiva non ancora sviluppata” come notato da Douglas Southall Freeman (152). Più semplicemente, osserviamo noi, con mossa acutissima, precorrendo i tempi Lee aveva fornito la stessa risposta geniale che diede il Feldmaresciallo Walther Model di fronte alla grande offensiva sovietica dell’estate 1944: la costituzione di una riserva mobile da inviare sul settore maggiormente minacciato, in attesa che i piani del nemico si svelassero completamente.

142. OR, vol. 5, p. 1103.
143. Lettera di Lee al generale Breckinridge, 17 marzo 1864, in OR, vol. 33 p. 1239.
144. Cfr. H. Heth “A letter from General Henry Heth” in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., IV, pp. 153-154.
145. J.W.Jones, Personal Reminiscences of General Robert E. Lee, New York: Appleton, 1875, p.40.
146. Cfr. G.W. Gallagher, The Confederate War, passim.
147. OR,ser. I, vol. 5, p.1086.
148. OR, ser. I, vol. 11, pt.3, p.392.
149. Ibidem, pp.388, 392-93.
150. OR, ser. I, vol. 9 pp.450-51; vol.11, pt. 3, pp.393-94, 395-96.
151. Ibidem p.405.
152. D.S.Freeman, R.E.Lee: A Biography, cit., vol. II, p. 14.

(14.-CONTINUA)


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Joseph Eggleston Johnston: un enigma? - Pagina 3 Empty Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Mer 15 Feb 2012 - 20:43

Johnston era di parere diverso e non mancò di farlo notare a Lee: per lui la concentrazione delle forze era assolutamente indispensabile e urgente, qualunque fosse l’obbiettivo nemico. Privarlo di parte delle unità prima ancora di sapere e di determinare il punto di attacco unionista costituiva un errore (153). In realtà, il pensiero di Johnston nasceva dalla sua personale avversione per quella che lui giudicava, senza però comprendere appieno la problematica, una pericolosa frammentazione delle forze: “io sono un nemico della troppa dispersione delle forze” si lamentava già nel gennaio 1862 (154) ; e più tardi scriverà a proposito della campagna di Vicksburg “l’esercito invasore non può essere battuto senza la concentrazione delle forze Confederate” (155) . Sul piano più strettamente strategico operazionale, la sua adesione incondizionata alle teorie seicentesche o settecentesche che consigliavano di operare per masse di forza quanto più compatte sulla difensiva, per Johnston significava concepire l’arte della guerra secondo schemi del tutto obsoleti, basati più sulla scelta della posizione geografica naturale più forte (un fiume, una montagna) per attendervi il nemico, piuttosto che elaborare una manovra strategica operazionale propria del pensiero militare successivo e in particolare di età napoleonica (che quegli schemi aveva spazzato via), che consigliava, invece, di attuare una dispersione apparente delle unità, per poi ricongiungerle improvvisamente sul campo di battaglia; del tutto assente in lui, poi, era l’apprezzamento delle possibilità offerte dallo sfruttamento delle linee interne per poter coprire un più vasto arco di terreno e operare veloci congiungimenti nei punti critici. Era una differenza sostanziale, anzi fondamentale non solo con il pensiero di Lee, ma anche con la concezione che erano andati svuluppando molti altri condottieri americani, come Sherman, Thomas o Grant, sicché comprendere tale problematica è, in un certo senso, capire il motivo dei fallimenti di Johnston nel corso della sua condotta nei vari teatri di guerra nei mesi e anni successivi. Johnston, a differenza, appunto, di Lee che ne fu maestro ineguagliato e insuperabile, sembrava aver dimenticato totalmente la lezione di Napoleone (che pure Johnston conosceva assai bene, amandone citare anche i particolari più minuti delle campagne e battaglie), allorquando il grande condottiero corso si era trovato ad affrontare un nemico superiore di forze. Nella campagna d’Italia (1796-1800) specialmente, ma anche nel corso delle leggendarie campagne di Ulma (1805) o Jena (1806) contro Austria e Prussia rispettivamente, Napoleone aveva mostrato che l’azione per linee interne, partendo dalla famosa “posizione centrale”, poteva portare – se ben concepita e sviluppata – alla divisione delle forze nemiche che avrebbero dovuto operare concentricamente per linee esterne e a batterle separatamente; schema perfettamente riuscito a Lee nella campagna che aveva condotto alla seconda battaglia di Manassas o al trionfo di Chancellorsville. O ancora più audacemente, attraverso la manovra sur les dérrieres (o sulle retrovie del nemico), che, attraverso un ampio movimento strategica avvolgente, costringeva l'avversario a venire fuori dalle proprie linee per dare battaglia alle condizioni imposte, come nelle intenzioni di Lee durante la campagna dei sette giorni o nella magistrale manovra che si era poi chiusa con la tragica sconfitta di Gettysburg; o da Grant nella vittoriosa campagna di Vicksburg e, ancora, nell'estate del 1864 con la pianificazione dell’attraversamento del James, che lo aveva portato ad insidiare direttamente Richmond. Tutto ciò era assente nella strategia ritardatrice di Johnston basata sull’occupazione di ottime e forti posizioni difensive, concezione che consegnava però totalmente nelle mani del nemico l’iniziativa, il quale non aveva altro da eseguire che aggirarle, per farne cadere ogni potenzialità, come capirà Sherman nel 1864. Ma non precorriamo i tempi.

Per il 3 aprile Lee, messe insieme le informazioni della cavalleria di Stuart posizionata sul Rapidan (che parlavano di trasporti nemici diretti verso la Penisola) e di Magruder che aveva spedito vedette e avamposti un po’ ovunque (che riferivano di continui transiti di navi dirette a Fort Monroe) aveva divinato esattamente le intenzioni di McClellan e tosto due brigate furono spedite da Norfolk e dal North Carolina a Yorktown, mentre Johnston fu invitato a inviare altri 10.000 uomini a Richmond; la divisione del generale D.H.Hill che già si trovava a Richmond fu posta in marcia per unirsi a Magruder (156) .
In apparenza, avrebbe potuto essere un’esitazione pagata cara se non fosse che McClellan si determinò, dopo una breve esplorazione in forze delle linee confederate a Yoktown condotta il 5 aprile, a cingerla d’assedio in modo sistematico, fidando sul potenziale della potente artiglieria federale.
In realtà l’esitazione di McClellan era dovuta all’eccellente lavoro di mascheramento condotto nei giorni precedenti da Magruder, il quale aveva fatto marciare incessantemente parte dei suoi uomini nelle boscaglie che circondavano le posizioni unioniste, dando così l’impressione di disporre di un numero superiore di effettivi rispetto a quello effettivamente alla mano (157). Inoltre, per quanto la linea difensiva eretta intorno a Yorktown possedesse, come si dirà, alcuni difetti di concezione e fosse ben lungi dall’esser stata completata, essa nondimeno, offriva alcuni innegabili vantaggi, come l’allagamento artificiale delle zone prospicienti il fiume Warwick, il quale partendo dal fiume York, costituiva un ostacolo impenetrabile per quasi metà della lunghezza della linea trincerata confederata e aveva dimezzato lo spazio da difendere, rendendo impossibile un assalto sul fianco destro confederato: e sotto tale profilo, ancora una volta, il lavoro di Magruder e dei suoi ingegneri era stato eccellente, vista la scarsità di manodopera negra disponibile e del numero relativamente basso di soldati a disposizione. Fatto sta che McClellan (e i suoi collaboratori) stimarono in circa 20.000-25.000 il numero dei nemici (anche grazie alle poche truppe inviate da Lee che si rivelarono preziosissime nella circostanza) e calcolarono, con ragione, che un assalto diretto compiuto sulle trincee confederate sarebbe costato la vita ad almeno 10.000 federali: la superiorità numerica del proprio esercito sarebbe stata compensata dalla difficoltà di scagliare l’armata al completo in uno spazio così ristretto come quello prospiciente le linea Yorktown-Warwick (158) .
Per il giorno 11 aprile Magruder disponeva di 31.5000 uomini e Johnston aveva ricevuto disposizioni di abbandonare immediatamente le posizioni stabilite sul Rapidan, lasciando dietro di sé solo poche migliaia di truppe al comando del generale maggiore Richard S. Ewell a controllare le truppe federali ancora colà presenti. Il piano di Lee aveva funzionato perfettamente. Johnston raggiunse Richmond nella mattina del 12 aprile e Davis lo informò immediatamente che egli era stato posto al comando del dipartimento della Penisola comprendente i distretti di Yorktown e Norfolk. Di fatto, l’intero teatro operazionale virginiano era ora nelle sue mani. Johnston, che voleva rendersi conto con i propri occhi della situazione venutasi a creare lassù, chiese a Davis di poter effettuare nei giorni immediatamente seguenti un esame approfondito dell’intera zona. Davis acconsentì e il generale virginiano, accompagnato dal fidato Whiting, partì il giorno seguente per la Penisola senza por di mezzo il tempo. All’arrivo, gli si fece immediatamente incontro il generale D.H.Hill, il quale già si trovava lì da qualche giorno e che quindi aveva già avuto modo di esaminare lo stato delle difese. Esse sostanzialmente si poggiavano su tre cardini: la piazzaforte-cittadina di Yorktown affacciata sul fiume York a settentrione, la linea di trincee che da qui si dipartiva orizzontalmente sino a raggiungere il fiume Warwick (detta anche “linea Warwick” appunto) con cinque fortini principali, ossia Fort Magruder o ridotta bianca, la ridotta detta rossa, quella denominata Dam n.1 o Garrow's Point, le imponenti opere costruite intorno a due fattorie abbbandonate (Wynn's Mills e Lee's Mills), e infine il fiume Warwick stesso che da sé solo, come detto, costituiva un ostacolo naturale e che sfociava nel fiume James a sud. Immediatamente dietro il fiumiciattolo Warwick, si trovava poi il promontorio di Mulberry Island, anch'esso dotato di un'estesa fortificazione a protezione dell'imbocco del fiume James, detta Fort Crafford. Le opere intorno a Yorktown consistevano essenzialmente in uno spalto con riporto in terra alto tra 1,50 e 2,50 mt , con potenti batterie di cannoni rigati pesanti rivolte verso il fiume JYork, mentre, come non mancò di far notare D.H.Hill, i cannoni rivolti verso la fanteria unionista a est erano molto meno numerosi e per la maggior parte ad anima liscia. Anche le opere in terra che guardavano verso oriente erano meno poderose e i rifugi per gli artiglieri ancora da completare. Gli è che la piazzaforte eretta intorno a Yorktown, era stata ideata per battere d’infilata il fiume York e impedire alle navi unioniste di passare lo stretto di Gloucester Point, posto sulla penisola prospiciente Yorktown a nord, ove i confederati avevano eretto un’altra temibile piazzaforte fornita di cannoni rigati a lunga gittata e servita da una guarnigione di circa 1.500 uomini. Inoltre, emerse che i cannoni disponevano in media di soli 65 colpi ciascuno e che una linea di alberi posta a un chilometro di distanza in corrispondenza della linea di avanzata su Yorktown da parte di truppe provenienti da Fort Monroe, copriva la visuale agli artiglieri sudisti, impedendo loro di poter controbattere con efficacia ad un eventuale fuoco sulla posizione dalle trincee federali: per quanto possa apparire incredibile, le asce per tagliare gli alberi benché ordinate, non erano mai state inviate da Richmond (159) . Dopo aver ascoltato la relazione, Johnston, chiese a D.H. Hill quanto avrebbe potuto reggere la piazzaforte, una volta iniziato il bombardamento unionista. “Circa due giorni” rispose quest’ultimo. Johnston lo guardò sorpreso e replicò “Supponevo circa due ore” (160) . Johnston volle interrogarlo più a fondo sulle prospettive strategiche e gli chiese cosa suggerisse per il prosieguo della campagna. Hill non ebbe dubbi: si concentrassero tutte le truppe a Yorktown , abbandonando le città di importanza strategica del South Carolina e della Georgia nelle mani del nemico e distruggendo le linee ferroviarie del North Carolina; ”dobbiamo combattere sul campo e avere fiducia nella baionetta. Se avessimo 100.000 uomini qui, potremmo marciare fuori dalle trincee a catturare McClellan, a meno che egli non possieda un cavallo alato” (161) . Poscia, Johnston si diede ad esaminare le trincee che dipartivano da Yorktown. Ciò che vide non lo soddisfò. I primi 350 metri eran stati ben realizzati ma terminavano in un punto morto: una palude che impediva che le truppe potessero rinforzarsi tra loro. Più avanti esaminò il primo ridotto, chiamato Fort Magruder e lo trovò ottimamente costruito, con spalti alti quasi 2,00 mt. e difeso da tre potenti cannoni rigati: ma esso era più basso di una posizione federale che si trovava sulla sua linea di tiro e pertanto era facile che potesse cadere sotto il tiro obliquo degli unionisti. Il resto della linea fino alla successiva ridotta di Wynn’s Mill (circa 2.500 metri verso sud) era indiscutibilmente ben trincerato, ma le gallerie scavate si interrompevano continuamente e quindi eventuali rinforzi chiamati da un punto all’altro della linea, erano costretti a percorrere il terreno in continuo saliscendi e allo scoperto del fuoco unionista (162) . A Wynn’s Mill, Johnston incontrò il generale di brigata Jubal A. Early, il quale con acuto spirito di osservazione fece presente che il vero difetto stava nell’impossibilità di sviluppare contrattacchi in quel settore a causa dell’allagamento del terreno e della costruzione di argini e bacini d’acqua artificiali per impedire i movimenti offensivi del nemico.
Per Johnston, fu abbastanza. Incontrato brevemente Magruder (che egli disprezzava, del tutto a torto) il quale fece un breve rapporto sulla situazione sottolineando che le opere erette erano ancora largamente incomplete a causa del numero relativamente basso di uomini a sua disposizione, il generale virginiano – piuttosto incredibilmente – decise di non continuare l’ispezione delle linee che giungevano sino al fiume Warwick e più oltre, Mulberry Island. Peggio ancora, Johnston annullò le progettate visite a Gloucester Point, a Williamsburg (nelle retrovie della Warwick Line, come vedremo) a Norfolk e a Jamestown Island (quest'ultima affacciata sul fiume James all’imbocco con la terraferma, ospitava un altro punto di fuoco trincerato) e se ne ritornò a Richmond pronto a riferire quanto aveva visto e quanto credeva dovesse farsi: abbandonare immediatamente Yorktown e Norfolk, concentrare tutte le truppe disponibili in un punto non meglio precisato intorno a Richmond e lì dare battaglia all’esercito di McClellan.
Era davvero indifendibile Yorktown? Nient’affatto.


153. OR, ser.I, vol. 11, pt. 3, pp. 401, 405, 419-20.
154. Johnston al generale Thomas Jackson, 17 gennaio 1862, in OR,, ser. I, vol. 5, p. 1085.
155. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p.221.
156. OR,, ser. I, vol. 11, pt. 3, pp. 419-20, 424-25, 426-27.
157. Per questa e altre tecniche adottate da Magruder per sviare McClellan, si veda l’eccellente biografia di T. M. Settles, John Bankhead Magruder. A Military Reappraisal, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 2009, pp. 171-172.
158. R.H. Beatie , Army of the Potomac: McClellan’s First Campaign, March-May 1862, New York: Savas & Beatie, 2007, vol.3, pp. 283,292-93,321-339.
159. OR, ser. I, vol.11 pt.1 pp. 316,317, 337; vol.11, pt.3, pp. 438, 439, 441-42.
160. Lettera di D.H. Hill a J.E. Johnston, 25 maggio 1862, presso la Robert Morton Hughes Collection, Old Dominion University, Norfolk, Virginia.
161. OR, ser. I, vol. 11, pt. 3, pp. 441-442.
162. Ibidem, p. 432


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Messaggio  Banshee il Gio 16 Feb 2012 - 17:05

Gli è che come fece intendere Magruder a Johnston, le fortificazioni erette, erano lungi dall’essere completate, ma sarebbe stata sufficiente un po’ di buona volontà e di capacità ingegneristica, per rendere formidabili le linee confederate. Nelle due settimane successive, ricevuti i rinforzi, Magruder e i comandanti dei rispettivi settori di propria iniziativa, muteranno lo stato delle difese in modo tale che essa “per la fine del mese (…) sarebbe stata trasformata in una delle più forti posizioni difensive della guerra (…) essa impiegava una difesa in profondità, cosa che fu comparativamente rara nella Guerra Civile, in due punti chiavi [ Lee’s Mills e Wynn’s Mills]. I confederati fecero largo impiego di traverse per la protezione tanto della fanteria quanto dell’artiglieria ed utilizzarono trincee per la comunicazione, camminamenti protetti, rifugi antibomba e ostacoli d’acqua”(163) . Allorquando, un mese più tardi circa, Johnston abbandonò la Warwick Line, gli ingegneri unionisti ebbero modo di analizzare con cura le opere erette dai confederati e ne rimasero impressionati. John Gross Barnard, capo ingegnere dell’Armata del Potomac notò con ammirazione che ogni genere di ostacolo offerto dalla natura dei luoghi era stato applicato con maestria e che le trincee e ridotti offrivano una vista maestosa e imponente, oltreché un’ottima difesa (164) . In un’eccellente disamina tattico-strategica dell’assedio di Yorktown pubblicata nel 1878, il tenente-colonnello unionista John C. Palfrey, anch’egli esperto ingegnere e che fu testimone diretto degli eventi essendo in servizio presso l’armata federale di McClellan, osservò come le difese colà esistenti apparivano “formidabili” e che solo un costoso assalto diretto della fanteria presso il ridotto “bianco” o “rosso”, avrebbe potuto aprire una breccia nelle linee trincerate sudiste, senza peraltro comportare la caduta dell’intera linea. Quanto al fuoco dell’artiglieria, secondo il suo giudizio, esso, da solo, non avrebbe mai potuto far sloggiare i confederati se questi fossero stati determinati a resistere e neppure avrebbe messo a tacere la loro artiglieria. Basandosi sull’esperienza di Vicksburg e Fort Wagner, stimò che sarebbe occorso non meno di un mese per avere ragione dei confederati, con enorme dispendio di energie e un salasso di vite umane terribile, senza peraltro sconfiggere definitivamente Johnston, il quale avrebbe comunque potuto ritirarsi lungo la penisola indisturbato (165) . Una valutazione ampiamente condivisa anche dallo storico Earl J. Hess nella prima parte della sua trilogia dedicata alle fortificazioni e trinceramenti sul fronte orientale, a giudizio del quale “McClellan fu fortunato, in altre parole, che Johnston invece di un comandante più risoluto, fosse al comando dall’altra parte del fiume Warwick” (166). In realtà Johnston, secondo la sua mentalità, era giunto a Yorktown senza alcuna intenzione di esaminare con serietà la situazione, tant’è che, negligentemente e secondo il suo vezzo consueto, dopo aver ispezionato solo metà della linea difensiva e averla giudicata aprioristicamente indifendibile, annullò anche la programmate visite alle altre piazzaforti erette lungo tutto la Penisola e alle altre località di interesse strategico come Norfolk o Gloucester Point. Insomma, Johnston “era nelle condizioni di guardare ogni cosa nella luce peggiore possibile” e scovare qualsiasi difetto e scusa pur di non dover affrontare il nemico (167) . Dopo aver bombardato il comando supremo confederato per tre settimane, pregandolo di riunire tutte le forze, come visto, posto di fronte alla possibilità di doversi confrontare con gli unionisti su di un vero campo di battaglia, ora trovava quell’idea insopportabile. Se si fosse attardato a Gloucester Point (vera chiave di volta dell’intero sistema difensivo) avrebbe scoperto che le opere colà erette erano praticamente inespugnabili a causa del terreno paludoso e sabbioso che non avrebbe mai permesso lo sbarco di attrezzatura pesante per l’assedio e che il fuoco d’infilata delle batterie costiere confederate quivi posizionate, unito a quello proveniente da Yorktown, avevano indotto il comandante della flotta unionista, ammiraglio Louis M Goldsborough, già preoccupato dalla presenza della Virginia, ad annullare ogni prospettiva di aggiramento della linea Warwick mediante trasporto di truppe lungo il fiume York, giudicando che solo una volta caduta Gloucester Point, un paio di battelli carichi di truppe e nulla più avrebbero avuto la possibilità di scampare al fuoco sudista (168) . Se egli si fosse preso la briga di esaminare più nel dettaglio la stessa linea difensiva eretta da Magruder, avrebbe scoperto che a guarnirla si trovavano già ben 85 pezzi d’artiglieria pesante e 55 cannoni da campo e che i difetti segnalati erano facilmente eliminabili con un po’ di sforzo: in sole 30 ore di lavoro, nei primi giorni di aprile, le donne di Richmond erano state in grado di rifornire la piazzaforte di oltre 30.000 sacchetti di sabbia; in breve, a giudizio unanime di soldati e ufficiali confederati, dopo solo due settimane di lavoro essa era divenuta pressoché imprendibile (169). E neppure Johnston avrebbe potuto reclamare a sua scusante di avere di fronte un comandante determinato: scrivendo a Lee, qualche giorno dopo, egli osserverà con malcelato disprezzo che “nessuno eccetto McClellan avrebbe esitato ad attaccare” immediatamente Magruder, giungendo persino ad affermare in un impeto di involontaria autoironia che “la linea difensiva [di Yorktown] è di gran lunga miglior per lui che per noi” (170) ; Johnston, che aveva conosciuto bene McClellan prima della guerra, come già sottolineato, sapeva che il suo avversario, un po’ come lui stesso, era uomo cauto sino all’eccesso, che evitata rischi inutili ogni qual volta fosse stato possibile e che quindi, non avrebbe mai lanciato un’offensiva prima di aver completato le opere per l’assedio, lasciando molto tempo a disposizione del comandante confederato. Se solo avesse girato il capo e controllato con meno spocchia lo stato dei luoghi, avrebbe scorto che una lunga, ininterrotta tratta trincerata si trovava immediatamente alle spalle della prima linea e che pertanto, ogni parte era eccellentemente collegata all’altra, eliminando quello che pareva a prima vista il difetto principale della posizione confederata (171). Se si fosse degnato di recarsi a Norfolk, avrebbe udito dalla voce dei vertici della marina confederata che la sola presenza della corazzata Virginia aveva gettato nel panico i vertici militari unionisti a tal punto, che questi non pensavano affatto ad aggirare la linea Yorktown-Mulberry Island mediante sbarchi sul fiume James, ma solo a pattugliare la zona intorno a Fort Monroe, terrorizzati com'era dall’idea che il mostro marino sudista potesse comparire da un minuto all’altro. Se avesse avuto una visione strategica più ampia, avrebbe compreso che imbottigliare McClellan per almeno due mesi sull’estrema punta della Penisola, avendo costui come unico collegamento con l'Unione quello marittimo, avrebbe potuto generare scenari prima inimmaginabili: passare all’offensiva nella Virginia centrale, minacciare Washington stessa, tra i tanti. Tutto ciò avrebbe potuto (e dovuto) fare Joe Johnston, ma non fece, o meglio, non volle fare. Peggio ancora, egli era ora convinto che una ritirata avrebbe risolto ogni problema: i suoi certamente, quelli della Confederazione in misura molto minore.

E così il giorno seguente, di buon mattino, Johnston volle incontrare Davis e dopo una catastrofica relazione sulle condizioni della difesa a Yorktown, illustrò al presidente la sua proposta strategica: quanto approntato da Magruder, avrebbe solo ritardato McClellan. ma una volta che costui avesse piazzato il suo parco artiglieria per l’assedio, avrebbe smontato i cannoni pesanti confederata pezzo per pezzo; a quel punto “noi non avremmo potuto impedirgli di aggirare le nostre posizioni, trasportando la sua armata su per il fiume e sbarcando alle nostre spalle o investendo Richmond” (172) ; pertanto si concentrassero alle porte di Richmond tutte le forze disponibili, comprese le guarnigioni di Norfolk, quelle sulla Penisola e a Gloucester Point e i soldati che ancora si trovavano intorno alla capitale, vale a dire le divisioni Longstreet e Smith appena giunte, insieme con le truppe delle guarnigioni della Georgia e delle due Caroline. Nella mente di Johnston “la grande armata così formata, sorprendendo quella degli Stati Uniti con un attacco mentre questa si aspettava di assediare Richmond, avrebbe quasi certamente vinto; e il nemico sconfitto ad un centinaio di miglia da Fort Monroe, il posto ove rifugiarsi, sarebbe difficilmente sfuggito alla distruzione. Una vittoria di questo genere avrebbe deciso non solo la campagna, ma la guerra” (173) . Tralasciando quest'ultima affermazione, che era una tipica fanfaronata johnstoniana postbellica, il piano così come concepito, si presta a tre osservazioni. In primo luogo, come già detto, l’idea che i federali fossero in grado di percorrere i fiumi York o James e aggirarlo mediante sbarchi alle sue spalle, era niente più che una semplice ipotesi, che con una maggior ponderazione da parte sua avrebbe potuto scartare agevolmente: anche ove l’artiglieria pesante che si trovava a Yorktown fosse stata resa innocua dal fuoco dell’artiglieria campale unionista, la presenza della guarnigione di Gloucester Point da un lato e quella della nave Virginia sull’altro, avrebbero impedito un tale proposito, come non aveva mancato di far osservare lo stesso ammiraglio nordista Goldsborough. Secondariamente, sgomberando Norfolk - e di conseguenza, dovendosi affondare la Virginia per impedirne la cattura - egli avrebbe reso disponibile il fiume James agli unionisti, i quali lo avrebbero immediatamente adoperato come base per le operazioni di rifornimento e logistiche (esattamente come accadrà al termine della campagna dei sette giorni), sicché anche una sconfitta federale alle porte di Richmond, ammesso che si verificasse, non avrebbe comportato la distruzione dell’armata di McClellan, come si illudeva Johnston, ma solo il suo temporaneo arretramento; in breve, il suo piano avrebbe solo condotto in carrozza l’armata unionista alle porte della capitale, senza mutare di una virgola la situazione attuale. Infine, che Johnston pensasse seriamente a confrontarsi con McClellan in campo aperto è più che dubbio, come dimostrava il comportamento sino ad allora tenuto e come avrebbero poi rivelato gli eventi: ha osservato a tal proposito Steven E. Woodworth che Johnston “non aveva nessuna intenzione di fare alcunché di questa sorta (…) egli era quella specie di generale che poteva esibire la sua persona temerariamente al fuoco nemico, ma che era paralizzato dalla paura al pensiero di esporre la sua reputazione alla disgrazia nella prova fondamentale del valore di un comandante dell’esercito - la battaglia campale. Per lui, domani era sempre un giorno migliore per combattere che oggi, e il giorno successivo era migliore ancora. Dal momento che difendere la Penisola significava un confronto immediato con l’armata nemica, Johnston preferiva ritirarsi, stando ben lontano dal nemico quanto più possibile e sperando all’ombra di Richmond di trovare più truppe - o quantomeno, più forza d’animo” (174).
Comunque, a quella proposta Davis non volle rispondere immediatamente, come sua caratteristica. Piuttosto, invitò Johnston a tornare verso le 11 del mattino presso la sua abitazione privata, lontano da occhi indiscreti e in modo da incontrare lui stesso, il Segretario alla Guerra Randolph e il generale Lee. Johnston intuendo (un po’ ossessivamente ) che si sarebbe trovato in inferiorità numerica, chiese di poter portare seco i generali G.W.Smith e Longstreet e ricevuto l’assenso di Davis, si mise a cercare i suoi subalterni. Recuperato Longstreet presso il comando dell’armata, Smith fu rinvenuto all’Hotel Spottswood in condizioni pietose: era appena collassato in seguito ad uno dei suoi attacchi nervosi; di conseguenza, Smith disse di non poter partecipare in quello stato, ma dietro insistenza di Johnston che fece presente la pericolosità della situazione, quegli, che aveva una specie di mania per mettere su carta le sue idee, si sedette a tavolino e redisse un memorandum, acconsentendo infine a presenziare. Ora sei uomini si trovavano seduti nella grande stanza per il ricevimento della White House confederata; a loro spettava di decidere i destini della Confederazione: quello che ne seguì, si sarebbe rivelato uno dei concili di guerra più drammatici, e al contempo, più bizzarri dell’intera guerra.

163. E.J. Hess, Field Armies and Fortifications in the Civil War: The Eastern Campaigns, 1861-1864, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 2005, p. 78.
164. OR, ser. I, vol. 11, pt. 1, p. 318.
165. Cfr. J.C. Palfrey, “The Siege of Yorktown” in Theodore F. Dwight (a cura di), Papers of the Military Historical Society of Massachussets, 14 voll. Boston-New York: Houghton, Mifflin & Co., 1895-1918, vol. 1, pp. 141-148.
166. E.J. Hess, Field Armies and Fortifications in the Civil War: The Eastern Campaigns, 1861-1864, cit., p. 92.
167. S.E. Woodworth, Lee & Davis at War, cit. p. 112.
168. S.W. Sears, To the Gates of Richmond: The Peninsula Campaign, New York: Ticknor & Fields, 1992, p. 31; vedi anche l’opinione del generale unionista Erasmus D. Keyes in OR ser. I, vol. 11, pt. 1, pp. 13-14; J.C. Palfrey, “The Siege of Yorktown” in Theodore F. Dwight (a cura di), Papers of the Military Historical Society of Massachussets, cit., vol. 1, pp. 136-140; R. Reed, Combined Operations in the Civil War, Annapolis: Naval Institute Press, 1978, pp. 145-147.
169. S .W. Sears, To the Gates of Richmond: The Peninsula Campaign, cit., pp. 26 e 44; per l’ampia memorialistica, lettere e diari, cfr. E.J. Hess, Field Armies and Fortifications in the Civil War: The Eastern Campaigns, 1861-1864, cit., p. 86.
170. Lettera di J.E. Johnston a R.E. Lee, 18 aprile 1862, OR, ser. I, vol. 11, pt.3, p.455.
171. Cfr. H.T. Douglas, “A Famous Army and Its Commander: Sketch of the Army of Peninsula and General Magruder”, in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XLII, p. 197.
172. J.E. Johnston, Narrative of the Military Operations, cit., pp. 112-113.
173. Ibidem.
174. S.E. Woodworth, “Dark Portents: Confederate Command at the Battle of Williamsburg” in W.J.Miller (a cura di), The Peninsula Campaign of 1862:Yorktown to the Seven Days, 3 voll., Campbell, CA: Savas Publishing Company, 1997, vol.3, p.3.

(15.-CONTINUA)


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Joseph Eggleston Johnston: un enigma? - Pagina 3 Empty Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  Banshee il Ven 17 Feb 2012 - 23:06

Davis diede immediatamente la parola a Johnston perché illustrasse i propri disegni. Quest’ultimo, quasi imbarazzato, la girò a Smith che riassunse la situazione a Yorktown per come l’aveva percepita dalle labbra di Johnston stesso, dopodiché suggerì, come visto, di abbandonare la Penisola e di unire tutte le forze per sconfiggere McClellan in campo aperto nelle vicinanze di Richmond; le forze dovevano comprendere tutte le unità presenti in Virginia, comprese quelle del generale Jackson nella Valle dello Shenandoah, oltre a quelle posizionate in Georgia e nelle Caroline. Introdusse però un’alternativa, tra lo sbalordimento di Johnston.
Richiamando il piano già discusso a ottobre, indicò in un’offensiva immediata oltre il Potomac una possibilità da non scartare: si lasciasse una modesta guarnigione a difesa di una Richmond assediata e si procedesse all’invasione immediata del Nord, catturando Washington o Baltimora oppure spingendosi sino a Philadelphia o New York. Dopodiché mise in mano al presidente il memorandum redatto per i particolari e lasciò che Davis lo leggesse a voce alta ed esaminasse (175) . Fatto ciò il presidente (mentre Smith e Johnston avevano formato un curioso siparietto, discutendo tra loro sull’offensiva che il primo ora riteneva la miglior soluzione e il secondo pensava invece fosse impraticabile) diede la parola a Longstreeet; costui che si trovava in grande imbarazzo, come sua indole, alla presenza di più persone (anche a causa di un difetto all’udito che lo rendeva quasi sordo) aveva appena cominciato ad esporre le proprie idee, sottolineando che McClellan si sarebbe mosso lentamente da Fort Monroe non avendo una tempra da combattente e che quindi era prevedibile che fino ai primi di maggio non avrebbe iniziato alcuna offensiva, quando fu bruscamente bloccato dal presidente, che lo avvisò di non sottovalutare il generale unionista. Piccato per l’improvvisa interruzione, decise che il suo parere non era desiderato e si chiuse in un mutismo completo per il resto del concilio, standosene in disparte ad ascoltare gli altri (176) .
Johnston si ritrovò improvvisamente solo a sostenere le proprie opinioni: Smith, esaurite le ultime energie, chiese di poter riposare nella piccola camera accanto e si stese sul divano colà presente, senza più rientrare nella sala riunioni, se non molte ore più tardi a cose fatte . Fu un gesto che Johnston non dimenticherà, come vedremo a suo tempo.
Indi, Davis diede la parola a Randolph. Costui si espresse in mondo assolutamente negativo circa il piano di Johnston, facendo osservare che ciò avrebbe comportato la perdita di Norfolk, una privazione che egli giudicava in prospettiva come fatale per il futuro marittimo della marina confederata. L’arsenale navale di Gosport Navy Yard che si trovava colà, alloggiava cantieri e attrezzature per la costruzione delle navi che una volta distrutti, avrebbero grandemente ridotto per il Sud la possibilità di allestire nuovi vascelli. Qui era stata realizzata la Virginia ed era stata approntata da poco la quasi gemella nave corazzata CSS Richmond. Ai suoi cantieri si doveva la conversione del vapore mercantile Patrick Henry che con i suoi 10 cannoni poteva minacciare il naviglio unionista; in breve, i bacini di carenaggio e arsenali di Gosport Nay Yard, erano troppo preziosi perché si abbandonassero senza condannare a morte certa il futuro del naviglio da guerra sudista. Inoltre, egli proseguì, la base navale ospitava anche un numero di cannoni (catturati un anno prima) ancora molto alto e l’impossibilità di trasportarli altrove avrebbe significato la loro perdita. Infine, osservò il Segretario alla Guerra, l’abbandono di Norfolk avrebbe comportato la fine la fine della CSS Virginia: questa infatti a causa della concezione con cui era stata costruita, per un verso non avrebbe potuto affrontare la navigazione sulla costa atlantica e raggiungere un porto sicuro e, dall’altro, a causa del pescaggio elevato non avrebbe potuto risalire il James per trovare rifugio sotto i cannoni dei forti che circondavano Richmond. Insomma avrebbe dovuto essere distrutta per non farla cadere nelle mani dei federali. Pertanto, insistette perché Yorktown fosse tenuta, spiegando che abbandonate le trincee sulla Penisola, Norfolk sarebbe automaticamente caduta: e presa una mappa mostrò che agli unionisti, sarebbe stato sufficiente risalire la penisola, lanciare dei ponti nel punto meno profondo del fiume e aggirare Norfolk, facendola cadere. A causa del pescaggio della Virginia, ancora una volta, questa non avrebbe potuto intervenire (177) .
A fronte di queste obiezioni Johnston tacque, preferendo riportare la discussione sull’impossibilità di difendere Yorktown. Mentre tutti i presenti convennero che un assalto diretto alle linee da parte di McClellan era persino auspicale, perché si sarebbe risolto in un disastro per il generale unionista, Johnston riuscì a dimostrare che il comandante unionista non avrebbe mai rischiato una simile impresa e avrebbe preferito adottare un approccio graduale alle trincee sudiste, sino a quando non avrebbe posizionato le sue poderose bocche da fuoco a tiro delle stesse. Restava dunque il problema della superiorità della tecnica d’assedio federale e e quindi, in prospettiva, della caduta delle linee, capitolazione che si dava per certa. In ogni caso, proseguì Johnston, una volta tolta di mezza l’artiglieria pesante sudista, un aggiramento lungo i fiumi York o James sarebbe stato facile da eseguire per i settentrionali e lui si sarebbe ritrovato in un cul-de-sac, isolato da Richmond e circondato dal nemico. Johnston aveva segnato un punto a suo favore. Ora egli pressò gli astanti, sentendo che stava per vincere la partita e sollevò due altri argomenti. Il clima tropicale e torrido sulla Penisola era fonte di continue infezioni e a causa del terreno paludoso la malaria prosperava: trasferire altri uomini, li avrebbe esposti a contagio sicuro. Inoltre, visto che l’allagamento di gran parte delle zone prospicienti le trincee aveva di fatto reso impossibile azioni offensive anche per i confederati, avere un numero superiore di effettivi non avrebbe fornito alcun vantaggio pratico. Meglio allora concentrarli dove avrebbero potuto infliggere seri danni al nemico.
A quel punto, Lee che aveva taciuto ascoltando le argomentazioni dei presenti senza profferire parola, intervenne e suggerì che la Penisola si prestava ad un’azione ritardatrice perfetta: il terreno sabbioso, le strade in condizioni appena transitabili, i numerosi corsi d’acqua anche di modeste dimensioni, la fitta vegetazione costituivano altrettanti formidabili ostacoli allo schieramento di un’armata superiore in numero; e a pensarci bene, il vantaggio federale nell’artiglieria non sarebbe stato annullato proprio a causa di quelle condizioni? Catturata l’attenzione dei presenti, Lee – il quale conosceva assai bene la zona per avervi prestato servizio negli anni prima della guerra e successivamente in qualità di supervisore delle forze armate della Virginia - stese una mappa e mostrò che vi erano almeno altri due punti in cui poter bloccare l’avanzata di McClellan, oltre a Yorktown. Se ben sfruttati potevano fornire l’occasione persino per contrattacchi devastanti. Il primo si trovava a circa quindici chilometri più da basso di Yorktown, presso Williamsburg, storica cittadina dell’Old Dominion antica sede del governo virginiano. Colà, su sua indicazione, nel 1861 il generale Magruder aveva fatto costruire una serie di fortificazioni fisse con un’opera principale, detta Fort Magruder, e tutto intorno ad essa una serie di piccole ridotte. Poi, tracciata una linea nell’aria in corrispondenza del fiume Chickahominy, che si trovava ancora più indietro, ormai nelle vicinanze di Richmond, suggerì che quivi si sarebbe potuta erigere una terza linea difensiva, non più basata su opere dell’uomo, ma della natura: il corso d’acqua correva in mezzo a paludi, stagni e acquitrini e il suo attraversamento da parte dell’armata federale avrebbe costituito una magnifica occasione per attaccare McClellan. Era un proposta basata sulla difesa metro per metro della Penisola: solo a costo di gravissime perdite da parte degli unionisti si poteva consentire il loro avanzamento. Non solo. Lee fece presente che Richmond non era pronta per un’eventuale difesa in tempi brevi. Il colonnello Charles Dimmock, comandante dell’ordinanza dello stato della Virginia, aveva solo da poco iniziato ad esaminare quanto compiuto sino ad allora dal comando del distretto di Henrico (da cui dipendeva la difesa della capitale) ma già si era accorto di un grave difetto. Le opere di difesa erano state erette troppo a ridosso della città, sicché il parco artiglieria d’assedio federale avrebbe potuto iniziare il bombardamento di Richmond indisturbato. In sostanza anche il vantaggio di operare su linee interne sarebbe stato annullato. Peggio ancora, solo 25 dei 218 cannoni pesanti promessi erano giunti e occorreva tempo perché gli altri arrivassero. Spostare le difese verso il Chickahominy come suggeriva lo stesso Dimmock richiedeva almeno alcune settimane. E tempo occorreva anche per riorganizzare efficacemente i reggimenti confederati. Di lì a soli due giorni, il Congresso confederato si sarebbe risolto ad un passo estremo: l’introduzione della coscrizione, la prima nella storia americana, che obbligava ogni uomo bianco di età compresa tra i 18 e i 35 anni a servire sotto le armi per la durata di tre anni. A parziale compensazione per quella che poteva apparire una misura coercitiva, si era previsto che gli uomini della truppa avrebbero provveduto mediante elezione a scegliere i propri comandanti di compagnia e reggimento: sicché l’intera armata sarebbe stata ben presto alle prese con una sorta di campagna elettorale i cui esiti avrebbero richiesto numerosi giorni. Solo una volta esaurita questa fase, essa avrebbe potuto riprendere piena funzionalità. E proprio in quanto la nuova legge sulla coscrizione obbligatoria avrebbe dato i primi frutti solo nelle settimane successive, con l’arrivo di migliaia di reclute nei centri di raccolta e addestramento, occorreva pazientare per poter disporre di quell’imponente massa. Anche se il voto definitivo sulla nuova normativa per il reclutamento non era stato ancora espresso, Lee sapeva bene che la sua approvazione sarebbe stata questione di giorni, se non di ore. Quanto al pericolo di aggiramento, Lee fece presente che con la corazzata Virginia ancora operante e le poderose bocche da fuoco posizionate a Jamestown Island (13 cannoni rigati) sul fiume James una tale evenienza non sussisteva. Circa l’idea di privare la Georgia e le due Caroline delle truppe stanziate là, Lee fu assai chiaro: i porti di Charleston e Savannah costituivano i due approdi più importanti per i violatori di blocco sudisti i quali, proprio in quel periodo, cominciavano a giungere numerosi sulle coste meridionali, con preziosissimi carichi di armi, munizioni, manufatti e attrezzature per la produzione degli stessi. Lasciarli alla mercé del nemico sarebbe stata una follia: a maggior ragione ora che Fort Pulaski era caduto; il che, sia detto incidentalmente, sfata la leggenda di un Lee devoto solo alla causa virginiana e impegnato nella difesa esclusiva del suo stato nativo. Del resto, osservò Lee, lo sforzo logistico di trasportare da quelle zone un numero ingente di uomini, avrebbe richiesto molte settimane, causa la ben nota debolezza strutturale della rete ferroviaria sudista (178). Ciò che probabilmente pensò e non disse Lee, era che McClellan si era ficcato in un bel pasticcio, isolandosi sulla punta estrema della Penisola: lui sì che era finito in un cul-de-sac: e già allora, forse, nella mente del generale confederato doveva essere balenata l'idea di sfruttare con audacia quella situazione. Jackson, nella Valle stava anch'esso studiando le mappe della zona abilmente preparate da Jedediah Hotchkiss. Lee e Jackson avrebbero ben presto incrociato le loro menti.

Ad ogni buon conto, la discussione continuò fino a sera tarda, sempre “più accesa” come ricorderà lo stesso Smith, con Lee e Johnston che si fronteggiavano apertamente e duramente punto su punto. Infine verso la mezzanotte Davis si ritirò brevemente per deliberare e un’ora dopo annunciò la propria decisione: Yorktown e la Penisola dovevano essere difese. Non sappiamo se e in quale misura, nella decisione del presidente influirono le recenti disavventure della Confederazione: la morte dell’amico Albert Sidney Johnston nella tragica sconfitta di Shiloh con la perdita del Tennessee, la resa della guarnigione sull’isola nr.10 nel Mississippi e lo strangolamento delle coste della Confederazione mediante operazioni combinate che stringevano il Meridione in spire sempre più strette. E’ probabile che per una strategia basata sostanzialmente sulla difesa del territorio con un livello di rischio basso propria del pensiero di Davis, la soluzione proposta da Lee potesse apparire più affidabile e meno avventurosa. Certo è invece il fatto che Davis non si presentò al concilio di guerra prevenuto: del resto egli non vi prese parte attiva, essendosi limitato ad ascoltare le opinioni che gli venivano offerte, di talché non intervenne mai per approvare o respingere l’una o l’altra delle tesi avanzate (179).

Fatto sta che gli ordini furono impartiti e la missione di Johnston appariva chiara. Vi avrebbe dato seguito? Nemmeno per sogno.



175. J.E. Johnston,Narrative of Military Operations, cit. p. 114 sostiene che Smith non aggiunse altro rispetto a quello che era stato discusso tra loro e non propose alcun piano offensivo. G.W. Smith in Confederate War Papers, New York: Atlantic Publishing & Engraving Company, 1883, pp. 41-42 restituisce la versione che abbiamo seguito.
176. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit. p. 66. Nelle sue memorie, Longtreet sosterrà che se gli fosse stato permesso di esporre la sua opinione, avrebbe suggerito un diverso piano d'azione, assai interessante. Egli avrebbe lasciato Magruder a Yorktown con qualche migliaio di uomini a sostenere l'assedio, mentre avrebbe condotto l'armata principale sul suolo nordista attraverso la Valle dello Shenandoah e là avrebbe minacciato Washington. Mentre non esistono conferme che effettivamente questo fosse il suo piano strategico, non ci pare si possa escludere che Longstreet avesse divisito tale idea.
177. U.S. War Department (a cura di) Official Records of the Union and Confederate Navies in the War of Rebellion, 30 voll. in due serie Washington: Government Printing Office. 1894, ser. I vol. 6 pp. 740-41; 604-05; ser. 2, vol. 2 pt. 2 pp 254, 255, 261-65; pt. 4, pp. 77, 716-17.
178. Cfr. J.E. Johnston,Narrative of Military Operations, cit. pp. 114-116; J. Davis, The Rise and Fall of the Confederate Government, cit. vol.2, pp.87-88; D. S. Freeman, R.E.Lee: A Biography, cit., II, p.18; ID., Lee's Lieutenants: A Study in Command, I, pp. 149-151; S.E.Woodworth, Davis & Lee at War, cit., pp. 113-117; S.H. Newton, Joseph E. Johnston and the Defense of Richmond, cit. pp. 93-110.
179. Che Davis fosse assolutamente aperto ad ogni consiglio e opinione è chiaro in base a quanto scrive G.W. Smith, Confederate War Papers, cit. pp. 41-42.

(16.- CONTINUA)


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Messaggio  Jubal Anderson Early il Dom 19 Feb 2012 - 11:17

Quasi mi dispiace interrompere il poderoso flusso di informazioni, ma sento il dovere di farlo per complimentarmi con Banshee per la qualità e la profondità del suo lavoro.
Sono veramente felice di poter imparare così tanto. Davvero ci sta rivelando dettagli e particolari di grandissimo interesse, e non solo su Johnston. Mi impressiona, inoltre, la ricchezza delle fonti e la precisione delle citazioni. Attendo il seguito.
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Messaggio  Banshee il Dom 19 Feb 2012 - 11:25

Ringrazio l'amico Early e contraccambiopienamente la stima per i suoi contributi che sono davvero molto intelligenti e ben documentati. Mi spiace solo dover procedere con una certa lentezza, ma così facendo credo di rendere il quadro più completo possibile.

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Messaggio  R.E.Lee il Dom 19 Feb 2012 - 11:57

Caro Banshee,
le cose fatte "di corsa" non vengono mai bene!! Very Happy Quel che stai facendo tu è una vera e propria "manna" di nuove conoscenze per tutti gli appassionati della CW ! Grazie a nome di tutti !

Oltretutto mi "balena" per la testa una riflessione: I destini di Johnston spesso si sono incrociati con dei teatri di operazione che hanno fatto la storia (e deciso ?) della Cw: Manassass, Campagna della Penisola, Vicksburg, Atlanta e Bentonville. Narrandoci la storia di Johnston riesci di concerto a sviscerarci anche grandi e piccoli eventi che si sono celati dietro i sipari di questi vitali teatri operativi.

E' indubbio che la storia di Johnston abbracciando tanti teatri di guerra, è quella che ci permette di approfondire tante situazioni legate alla Cw che poi si sono rivelate decisive per l'esito della stessa.....più di ogni altro Generale, credo.

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Messaggio  HARDEE il Lun 20 Feb 2012 - 15:20

In stretta collaborazione con l'associato Banshee verranno inserite delle cartine inerenti il teatro delle operazioni.

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Messaggio  Banshee il Lun 20 Feb 2012 - 15:25

Ringrazio l'amico Hardee per il suo eccellente lavoro cartografico senza il quale, molti aspetti per i lettori potrebbero sfuggire.

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Messaggio  Banshee il Mer 22 Feb 2012 - 10:01

8. Sulla Penisola.

Il 15 aprile, così deciso, l’armata diretta a Yorktown sfilò per le strade di Richmond tra due ali di folla plaudenti ed entusiaste: nessuno in cuor suo dubitava che quegli uomini avrebbero respinto gli odiati Yankees; i veterani di Manassas, di Ball’s Bluff, di Dranesville e di decine di piccoli scontri, accanto alle giovani reclute, la magnifica cavalleria di J.E.B Stuart a seguire con Johnston in testa alla colonna, impeccabile nella sua uniforme grigia, circondato dal suo stato maggiore, ritto su di uno splendido cavallo baio guidato con maestria nel caracollare al passo, il generale confederato appariva ai più giovani come un condottiero romano che si stesse dirigendo verso la gloria (180). Ma ahimè non era un Cesare a guidare quell’esercito e nemmeno un più modesto Marc’Antonio; neppure un Quinto Fabio Massimo, stratega a cui Johnston è stato spesso accostato. Era solo un uomo oppresso dal terrore di doversi confrontare con il nemico, di uscirne sconfitto e di doverne dar conto all’opinione pubblica; era un generale animato da un sordo risentimento per non essere stato ascoltato; era una persona sempre e solo disposta a vedere un solo lato delle cose. Quello più negativo.

Del resto, quali fossero le sue intenzioni reali ce lo svela Johnston stesso nelle proprie memorie:”il sapere che gli eventi sulla Penisola avrebbero presto costretto il governo confederato ad adottare il mio piano per opporsi all’armata Federale, mi riconciliò un po’ circa la necessità di obbedire all’ordine del Presidente” (181) . Con Cooper, il generale virginiano fu, se possibile, ancor più esplicito, annunciando la sua determinazione “di tenere la posizione quanto più a lungo sia possibile senza esporre le nostre truppe al fuoco della potente artiglieria federale”, ma non oltre (182). Invece di adoperarsi per aumentare l’efficienza delle difese o di studiare il terreno della regione della Penisola onde organizzare possibili controffensive, come gli era stato suggerito ed esplicitamente ordinato, Johnston passò le settimane successive, secondo la sua consueta abitudine, a tempestare Richmond di messaggi improntati al più cupo pessimismo, preannunciando l'intenzione di abbandonare la difesa non appena le batterie federali si fossero portate a tiro delle sue linee. L’attitudine di Johnston mostrava oltre ad una sconcertante disonestà intellettuale, anche un atteggiamento semi-infantile: se il comando supremo confederato credeva di potergli imporre la propria visione strategica si sbagliava di grosso e lui gliel’avrebbe mostrato.

Ad ogni buon conto, il giorno precedente l’arrivo di Johnston, il 16, la monotonia dell’assedio delle trincee confederate fu bruscamente interrotto da un tentativo unionista di aprire una breccia presso Lee’s Mill con una brigata del Vermont guidata dal generale "Baldy" Smith, appoggiata dal fuoco di ben 18 pezzi d’artiglieria. Dopo un iniziale successo, l’attacco era miseramente fallito, anche in virtù della reazione dei confederati guidati dal generale di brigata Howell Cobb, il quale aveva personalmente condotto l’11° e il 16° Georgia in un disperato contrattacco. Le perdite federali ammontarono a 165 tra morti, feriti e prigionieri. I sudisti avevano lasciato sul campo 90 uomini (183). Il tratto fu rinforzato e guarnito di cannoni. Anche quell’ultimo punto debole appariva adesso sicuro.

Non appena giunto a Yorktown, Johnston provvide immediatamente a dividere le truppe in quattro grandi divisioni, ciascuna su sei brigate, non essendo stati ancora creati i corpi d’armata nell’esercito confederato. Nella cittadella fortificata di Yorktown, posizionò D.H.Hill con 12.634 uomini; al centro il fidato Longstreet con 13.816 soldati; a sud, lungo il fiume Warwick, Magruder con altri 17.302. Più dietro, in riserva, G.W.Smith con i restanti 10.592. In tutto, circa 56.500 “effettivi”, cioè quasi 61.000 PFD. Adesso, sull’intera Penisola, distaccati qua e là, Johnston disponeva grosso modo di 70.000 PFD. McClellan poteva schierarne quasi 112.000, più altri 12.500 che però dovevano rimanere a Fort Monroe (184).

A parte ciò, l’unica direttiva di rilievo che impartirà ai suoi ufficiali, sarà quella di informarlo sui progressi compiuti dal nemico nell’opera di avvicinamento progressivo delle trincee nordiste a quelle confederate, in modo da prevedere con ragionevole certezza il momento preciso dell’inizio del temuto bombardamento.
Quanto al resto, si occupò di tenere costantamente informata Richmond dei suoi disegni: ben 14 missive in altrettanti giorni. L'analisi della corrispondenza intercorsa con il comando supremo confederato appare sintomatica e mostra il suo totale scetticismo sulle prospettive della sua difesa, oltre ad una certa confusione di idee.
Il 21 aprile, richiesto di rinforzare con qualche reggimento il generale Charles W. Field che aveva assunto il comando delle poche truppe rimaste a Fredericksburg (mentre il generale Ewell con 6.000 baionette si stava unendo a Jackson e ai suoi 5.000 diavoli scatenati, in preparazione di quella che si sarebbe rivelata una delle azioni più audaci dell’intera guerra) per controllare le imponenti forze unioniste (40.000 uomini al comando di McDowell) colà ancora stanziate e che sembravano minacciare un’avanzata, rifiutò ogni collaborazione assumendo trattarsi di un “espediente per dividere queste forze” (186) . Ma poi, in completa contraddizione, sperando così di convincere Lee ad adottare le proprie vedute, osservava che “dovesse McDowell avanzare sulla capitale, [circostanza] che è certamente probabile, la nostra sola via, nella mia opinione è (…) assemblare nei dintorni di Richmond tante truppe quanto è possibile, quelle da Norfolk, dal North Carolina, South Carolina devono essere unite a quest’armata e quindi tentare di combattere il nemico prima che tutte le sue forze siano unite. Distaccare truppe da questa posizione potrebbe essere disastroso per quelle lasciate [qui] ”.(186). Il 24 aprile, informava la capitale, perché laggiù si preparassero e stipassero le razioni sui carri merce per rifornire i suoi uomini “nel caso in cui noi si sia costretti a retrocedere da questo luogo” (187). Tre giorni più tardi, ammoniva che McCllelan si stava “preparando (…) ad attaccare Yorktown con l’artiglieria pesante” e una volta iniziato il bombardamento “è certo che i nostri cannoni saranno presto distrutti” aprendo il fiume York alle navi unioniste che avrebbero sbarcato le truppe federali alle sue spalle “costringendomi a retrocedere” (188). Il 29 aprile, sempre più cupo, osservava che “dovesse l’attacco su Yorktown essere operato a breve, non potremo impedire la sua caduta, né potremo resistere più di qualche ora”; indi affermava di sospettare che “McClellan sta aspettando [l’arrivo] di navi da guerra corazzate per [attraversare] il fiume James. Esse gli permetterebbero di raggiungere Richmond tre giorni prima [che] a queste truppe sia permesso[di arrivare] nello stesso tempo. Dovesse essere consentita questa mossa, la caduta di Richmond sarebbe inevitabile. La battaglia per Yorktown, come ho riferito a Richmond, consiste in uno [scontro] di artiglieria, nel quale noi non possiamo vincere (…)” e pertanto egli era intenzionato ad “abbandonare a breve la Penisola (…)”(189). Il giorno successivo, infine, in totale contrasto, proponeva di lasciare Richmond al suo destino, di riunire tutte le forze presenti sull’intero teatro orientale per invadere il Maryland e cingere d’assedio Washington, mentre Beauregard ad Ovest avrebbe dovuto compiere un movimento simile penetrando nell’Ohio (190). Esaminando in retrospettiva questa massa confusa di richieste, appelli, lamentele e proposte in contrapposizione logica insanabile tra loro (un giorno l’obiettivo del nemico era il fiume James, il dì seguente diveniva lo York, in un'occasione egli consigliava di retrocedere, salvo poi suggerire subito dopo, bontà sua, di scatenare un’offensiva su tutti fronti), c’è da domandarsi seriamente quale strategia stesse realmente perseguendo Johnston, al di là di quella consueta di guadagnare tempo con ogni scusa possibile, sperando così evitare di dover affrontare il nemico.

Quella stessa giornata, il generale Hill lo informò che la batteria nr.1 unionista aveva cominciato ad aprire il fuoco sulle sue posizioni a Yorktown: si trattava di cinque Parrots da 100 libbre e uno ancor più mostruoso da 200, capaci di scagliare proiettili dal peso di 70 e 175 libbre rispettivamente, anche se le loro capacità erano limitate dalla lentezza con cui potevano essere ricaricati, occorrendo all’incirca un’ora per l’intera operazione. In realtà per quanto la terra tremasse e le bocche da fuoco eruttassero fiamme e fumo, il bombardamento unionista provocò la morte di alcuni cani randagi e nulla più. Ma per Johnston era un segnale preciso: le piazzole unioniste erano ormai completate e di lì a poco l’inferno si sarebbe scatenato.

180. Cfr. la testimonianza di John S. Wise, allora solo quindicenne, nel periodico The Circle, maggio 1908 p. 287.
181. J.E. Johnston Narrative of Military Operations, cit., p. 116.
182. OR ser. I, vol. 11, pt.1, p.275.
183. Cfr. R.H. Beatie, Army of the Potomac: McClellan’s First Campaign, March-May 1862, cit., vol.3, pp. 371-391; J.M. Moore, “That Dam Failure” in North & South Magazine, vol.5., nr.5, luglio 2002, pp.62-72.
184. Per gli effettivi di ambo le armate si veda OR ser. I vol. 11, pt. 3, pp. 479-484; D.S. Freeman, Lee's Lieutenants: A Study in Command, cit., I, p. 156 n.1.
185. OR, Ser.I, vol. 11, pt 3, p. 454.
186. Ibidem, p.456.
187. Ibidem, p.461.
188. Ibidem, p.469.
189. Ibidem, p.473.
190. Cfr. ibi., p.477.


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Messaggio  HARDEE il Mer 22 Feb 2012 - 11:57

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Messaggio  George Armstrong Custer il Mer 22 Feb 2012 - 12:13

Banshee ed Hardee, avete formato un ottimo sodalizio, complimenti!!!

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Messaggio  Banshee il Mer 22 Feb 2012 - 18:53

Per conseguenza, il 1° maggio egli convocò i suoi ufficiali e dispose che l’evacuazione della piazzaforte e dei trinceramenti fosse preparata seduta stante e iniziata alle prime luci dell’alba del giorno successivo. Al capo dell’ordinanza Alexander, diede ordine di spedire immediatamente a Richmond tutte le provvigioni di munizioni e polveri, suggerendo che tutto ciò che non fosse stato trasportabile, avrebbe dovuto essere gettato via. Ai suoi divisionari indicò l’ordine di partenza: Smith per primo, seguito da Magruder (in quel periodo sostituito dal generale maggiore David R.Jones), indi D.H.Hill e da ultimo Longstreet; ciascuno di essi avrebbe dovuto percorrere due diverse strade, come vedremo. La scelta rifletteva senza dubbio la confidenza che Johnston riponeva in Smith e Longstreet: il primo avrebbe dovuto assicurare che eventuali sbarchi lungo la penisola fossero respinti, mentre al secondo spettava il compito di evitare che gli unionisti attaccassero la coda della colonna. Per evitare sorprese lungo il fiume York, ben 53 piccole imbarcazioni sarebbero state affondate in modo da ostruire temporaneamente il corso d’acqua. Sull'altro fianco la corazzata Virginia sarebbe uscita sul James per quella che sembrava essere l’ultima sua missione. Al contempo, informò Richmond della sua decisione e telegrafò al generale Huger di tenersi pronto ad evacuare Norfolk nella medesima giornata; così pure fece con le guarnigioni di Gloucester Point, Mulberry Island e Jamestown Island. Il presidente rispose immediatamente con stupore, ma anche con comprensione; nel prendere atto della risoluzione di Johnston, scrisse Davis, lui stesso si sarebbe adoperato per tentare di rimuovere quante più attrezzature possibili dall’arsenale di Gosport Navy Yard, ma sottolineò come “il vostro odierno annuncio che voi vi ritirerete domani ci ha colto di sorpresa e deve comportare perdite enormi [di materiale] incluse navi da guerra non ancora completate. La salvezza della vostra armata ci concederà più tempo?” Anche Lee il giorno successivo tentò inutilmente di suggerire una lenta ritirata, consigliando a Johnston di retrocedere combattendo e sottolineando che “la sua avanzata [di McClellan] sulla terraferma può essere ritardata” (190) . Nessuna risposta arriverà: di fatto per un’intera settimana il presidente e i suoi collaboratori resteranno all’oscuro di ciò che sarebbe accaduto a Johnston e alla sua armata. Memore della lezione di Manassas-Centreville, Davis ora appariva preoccupato più per la perdita di prezioso materiale che della ritirata in sé: segno inequivocabile che la fiducia in Johnston come stratega era immutata, ma che a Richmond si era costernati al pensiero che una fuga precipitosa potesse comportare un'altra débacle logistica. Peraltro, Davis non aveva tutti i torti ad essere ansioso per le sorti dell’ordinanza confederata. Dietro di sé Johnston lascerà in mano nemica complessivamente ben 77 cannoni (56 a Yorktown e 21 a Gloucester Point) di cui 53 in stato da servire, oltre ad una discreta quantità di munizioni e polveri (191). Sennonché, il 2 la distribuzione delle disposizioni per l’immediata ritirata provocò il caos più completo nello stato maggiore confederato: incredibilmente, gli ordini per la partenza non contenevano indicazioni in merito ai percorsi destinati a ciascuna unità, sicché le truppe di D.H.Hill e Whiting si ritrovarono improvvisamente occupate in un ingorgo sulla medesima strada (192). A fronte di tale confusione, tutto fu rinviato alio die. Il giorno seguente infine, mentre un temporale si abbatteva sui due eserciti, Johnston venuta la mezzanotte diede ordine di sparare con tutta l’artiglieria che risultava non rimovibile per coprire la ritirata, mentre tra tuoni e fulmini l’esercito si metteva in marcia lungo le due principali strade che conducevano a Williamsburg (circa 15 chilometri più ad sud-ovest) ossia la Yorktown Road e la Hampton Road (detta anche Williamsburg Road). La marcia fu più simile ad un incubo che ad un ordinato ripiegamento. Le vie si erano infatti trasformate in enormi acquitrini fangosi a causa della pioggia battente che cadeva incessantemente sugli uomini, sul carriaggio dell’armata e sui traini per l’artiglieria. Innumerevoli gli sbandati e disertori; D.H.Hill riferirà alla moglie di aver contato non meno di 1.500 sbandati lungo la strada, oltre ad altre migliaia di uomini che si abbandonavano ad atti di saccheggio in tutta la contea; a centinaia coloro che semplicemente si fermavano, abbandonavano le proprie armi e restavano in attesa dell’arrivo degli unionisti, del tutto incuranti circa il loro destino (192) . Arretrare, secondo un antico precetto non scritto dell’arte militare, significava anzitutto demoralizzare l’armata e ora Johnston scontava quella regola. Riflettendo su quell’episodio, due anni più tardi un altro ufficiale confederato ricorderà amaramente quell’esperienza “ho paura che la tentazione [per Johnston] di ritirarsi da Vicksburg e bruciare le sue riserve sarà troppo forte (…) giacché come testimone diretto al riguardo io non posso mai dimenticare le sue <<magistrali ritirate>> da Manassas e Yorktown” (193). Di una cosa non si poteva certo accusare Johnston: di non essere stato perfetto tempista. McClellan avrebbe aperto il temuto fuoco esattamente il 6 maggio.

Come che sia, nella tarda sera del 3 maggio le unità sudiste, sfinite e affamate, cominciarono a radunarsi intorno alla cittadina di Williamsburg. Era solo una tappa intermedia, giacché l’obbiettivo di Johnston, come aveva svelato ai suoi ufficiali, era quello di riposizionare l’armata tra i fiumi Chickahominy e Pamunkey e là attendere gli eventuali sviluppi della situazione (194). Eppure la linea fortificata alla periferia della città eretta da Magruder un anno prima e che Lee aveva indicato come luogo di una possibile controffensiva confederata o, quantomeno, dove poter dar battaglia a McClellan, offriva a colpo d’occhio una posizione fortissima. La concezione della linea difensiva era semplice, ma geniale, facendo leva sulla particolare sulla natura dei luoghi. Essa scorreva orizzontalmente in uno dei punti più stretti della Penisola:in quel tratto di territorio, non più di una decina di chilometri separavano lo York, dal James. Ma due ostacoli naturali su ambo i lati restringevano l’estensione del terreno da difendere al centro a soli sei chilometri circa in linea d’aria, rendendo i fianchi sufficientemente sicuri; a nord scorreva il Cub Dam Creek, un modesto affluente dello York che verso l’interno curvava verso ovest e si divideva creando uno stagno in parte artificiale, detto Jones Mill Pond; a sud, immettendosi nel James, un altro piccolo corso d’acqua, il College Creek, formava un altro bacino d’acqua, chiamato Tutters Neck Pond. A fianco di quest’ultimo e perpendicolare ad esso un profondo e vasto borro lungo circa un chilometro e mezzo, ove eventualmente poteva essere posizionata la fanteria senza essere scorta da chi giungesse in direzione opposta, ossia da Yorktown. Grosso modo al centro di questa strozzatura, nel punto in cui la Yorktown Road e la Hampton Road si intersecavano prima di attraversare Williamsburg, era stato costruito un fortino denominato Fort Magruder, punto chiave del sistema difensivo, dominando esso tutto il terreno prospiciente; dotato di spalti con riporto in terra dell’altezza di 1,80mt circa e della profondità di quasi 3,00 mt., di forma vagamente quadrata, con lati che misuravano all’incirca 130 metri, era completamente circondato da un fossato profondo oltre due metri ed era dotato di piazzole ove posizionare l’artiglieria per battere lo spazio antistante; quest’ultimo era affatto coperto, essendosi provveduto ad abbattere tutta la vegetazione circostante nel raggio di 200 mt. e oltre: il che offriva ai difensori una magnifica posizione da cui sparare senza angoli ciechi. Non solo: con il legname erano state costruite abbattute posizionate un po’ ovunque, mentre piccole trincee erano state scavate a ulteriore impegno per il nemico che si avanzasse lungo la strada. Intorno a questa posizione dominante, erano stati eretti altre 14 punti di difesa fissi, costituiti principalmente da ridotte quadrate con lati di 40/50 metri ciascuno, spalti di altezza variabile dal metro e mezzo in su (tali comunque da permettere di accomodare almeno un fuoco di fila su tre linee, oltre a lunette per il posizionamento di eventuali cannoni) e, ma in numero assai minore, da fortificazioni di più modeste proporzioni, aperte sul retro e senza piazzole per l’artiglieria. Le ridotte numerate convenzionalmente da 1 a 5 erano state poste sulla destra di Fort Magruder, ad ulteriore rafforzamento del borro che si trovava di fronte ad esse e che impediva così aggiramenti su quel fianco, possibili percorrendo uno stradello detto Quaterpath Road che dipartiva dalla piantagione Allen; quelle numerate da 6 a 10, viceversa, si trovavano immediatamente sulla sinistra del forte principale e insieme ad esso comandavano in modo superbo la Yorktown Road e la Hampton Road, come già detto. Infine più ancora a sinistra, stavano le ridotte da 11 a 14 poste a protezione del relativo fianco e in modo da coprire una stretta strada (senza nome) e i ponti che attraversavano il Cub Dam Creek e il Jones Mill Pond. La disposizione complessiva dei capisaldi, i quali distavano grosso modo 400-500 metri l’uno dall’altro, come è stato giustamente osservato, ricordava la forma di una Z leggermente obliqua (197). Peraltro la bassa boscaglia e fitta vegetazione posta lungo tutta l’estensione della linea e che si trovava a dover attraversare chi provenisse da Yorktown per poi sbucare allo scoperto davanti alle ridotte, se poteva essere un piccolo riparo, non permetteva di schierare l’artiglieria in modo organico. In definitiva si trattava di un’eccellente posizione da cui tenere a bada un avversario superiore in numero e in artiglieria, offrendo la possibilità a chi la occupasse di infliggere una severa punizione ad un esercito attaccante. Come osservò Lee “Johnston non avrebbe mai dovuto ritirarsi sino a Richmond(...) ma avrebbe dovuto dar battaglia generale sullo stretto istmo a Williamsburg, dove la superiorità numerica di McClellan sarebbe stata neutralizzata dal carattere del terreno” (198). Ma Johnston la pensava in modo diametralmente diverso. A conoscenza a malapena dell’esistenza della linea fortificata,terrorizzato dall’idea di rimanere imbottigliato sulla Penisola, non intendeva certo offrire resistenza in quel punto né in nessun altro che non fosse posto nelle immediate vicinanze di Richmond. Forse nemmeno là. Gli unionisti non sembravano dello stesso avviso.

191. Ibidem, pp. 484 e 488.
192. Cfr. il rapporto del generale unionista Barnard, capo dell’ordinanza dell’armata del Potomac del 6 maggio 1861 in ibi., pt.1, p. 337.
193. Ordine generale del 2 maggio 1862 in ibi, pt. 3, pp.489-90.
194. E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, cit. p.66; G.W. Gallagher (a cura di), Fighting for the Confederacy. The Personal Recollections of General Edward Porter Alexander,cit., pp. 78-79; lettera di D.H.Hill alla moglie, 11 maggio 1862, nei D.H.Hill Papers preservati presso il College of William and Mary, Williamsburg, Virginia; D.H.Hill a Moxley Sorrel, 11 gennnaio 1863 in OR vol. 11, pt. 1, p.606.
195. Eugene Blackford alla sua cara Mary, 21 maggio 1863 presso i Gordon-Blackford Papers, Maryland Historical Society, Baltimore.
196. G.W.Smith, Confederate War Papers, cit. p. 48.
197. Un'eccellente descrizione del terreno di battaglia e delle fortificazioni è in E.C. Hastings, Jr. & D. Hastings, A Pitiless Rain: The Battle of Williamsburg, 1862, Shippensburg, PA: White Mane Publishing Company, 1997, pp. 39-47; cfr. anche E. J. Hess, Field Armies and Fortifications in the Civil War. The Eastern Campaign, 1861-1864, cit., pp.92-95.
198. Cfr.J.S. Mosby, The Letters of John. S. Mosby, s.l. Stuart-Mosby Historical Society, 1986, pp.77-78.

(17.-CONTINUA)


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Messaggio  HARDEE il Sab 25 Feb 2012 - 17:33

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Messaggio  HARDEE il Sab 25 Feb 2012 - 17:36

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Messaggio  Banshee il Mar 6 Mar 2012 - 18:20

McClellan, in effetti, occupata Yorktown e la Warwick Line nella mattinata del 4 maggio, aveva provveduto ad organizzare immediatamente l’inseguimento di Johnston, ordinando alla cavalleria unionista guidata dal generale di brigata George H. Stoneman di lanciarsi con le sue unità sulla Yorktown Road e sulla Hampton Road. Sulla prima lo avrebbe seguito la divisione di fanteria Hooker (appartenente al corpo d’armata Heintzelman) e sulla seconda la divisione Smith (corpo d’armata Keyes). McClellan, ancora una volta ingannato dalla scarsa qualità delle mappe a sua disposizione, ignorava totalmente la presenza di una linea difensiva a Williamsburg e pertanto dispose che l’avanzata fosse condotta sotto la guida del generale Edwin V. Sumner, mentre lui avrebbe programmato il trasporto di parte delle truppe lungo lo York. Per il comandante dell’armata del Potomac - al pari, curiosamente, di Johnston - appariva essenziale giungere quanto prima nei pressi di Richmond. Peraltro, non passò molto tempo che la cavalleria federale si scontrasse con quella sudista e dopo un’accanita resistenza, riuscisse a liberare le strade che convergevano verso Williamsburg (199) . Quivi l’intera armata confederata, come visto, si era andata concentrando nella notte tra il 3 e 4 maggio, ma nessuno aveva ordinato di occupare Fort Magruder, né le circostanti ridotte (200). Poco dopo mezzogiorno, la brigata di cavalleria unionista del generale Phillip St. George Cooke insieme con la batteria Gibson era infine giunta in vista di Fort Magruder e il comandante unionista aveva immediatamente ordinato che l’artiglieria aprisse il fuoco sulla piazzaforte nemica, credendolo presidiata, mentre il 1° U.S. Cavarly si schierò sui fianchi dei pezzi a protezione degli stessi, giusto al limitare della boscaglia posta di fronte alla principale ridotta nemica. Se Cooke avesse provveduto ad avanzare immediatamente su di essa, avrebbe potuto conquistarla senza colpo ferire: fu un’occasione perduta che avrebbe mutato l’esito dello scontro. Ad ogni buon conto, udito il fuoco dell’artiglieria, Johnston ordinò alla brigata del generale Paul Jones Semmes (divisione McLaws, “corpo” Magruder) di occupare immediatamente Fort Magruder e respingere l’attacco. Erano le 13 circa del 4 maggio (201) . Giunto presso la ridotta, Semmes ordinò al 10° Georgia di presidiarne gli spalti, insieme al battaglione Gracie e alla batteria Manley; il 15° Virginia si posizionò presso il ridotto nr.5, il 10° Louisiana nel ridotto nr.6, mentre il 5° Louisiana fu tenuto in riserva nella boscaglia che si trovava dietro il centro confederato. Tra le parti iniziò immediatamente un feroce duello d’artiglieria, con la posizione federale che apparve sin da subito in difficoltà, non disponendo essa di alcun riparo. In realtà il generale Cooke, stava tentando di guadagnare tempo per coprire il movimento aggirante del 6° U.S. Cavarly, che si stava portando sul fianco sinistro confederato (in quel momento del tutto scoperto) per prendere così sotto il fuoco d’infilata i confederati. Il maggiore Lawrence Williams, comandante del reggimento unionista, si era tosto accorto che attraverso una serie di canali si poteva raggiungere la ridotta nr.8 senza essere praticamente scorti dagli spalti di Fort Magruder e aveva immediatamente posto i soldati in marcia. Ma un uomo si era avveduto della pericolosa manovra: il generale di brigata Lafayette McLaws. Costui, verso le 15, era stato raggiunto da Johnston stesso, che gli aveva ordinato di muovere con la brigata Kershaw (2°, 3°, 7° e 8° South Carolina), in rinforzo a Semmes e assumere il comando della difesa (202) . Sebbene la scelta fosse stata del tutto casuale (essendo McLaws al comando della divisione) non si poteva optare per ufficiale più adatto: come si sarebbe svelato nel corso della guerra, McLaws era dotato di un innato senso tattico della posizione e di uno straordinario colpo d’occhio per il terreno, caratteristiche che facevano di lui, con ogni probabilità, il miglior divisionario dell’intera armata ove si fosse trattato di approntare una difesa (203); peraltro avendo partecipato un anno prima all’erezione della linea difensiva di Williamsburg, McLaws ne conosceva perfettamente disposizione e peculiarità. Il generale georgiano si avvide subito che i fortini sulla sinistra erano rimasti sgombri e diede ordine a Kershaw di portarsi su di essi con due reggimenti; quanto all’unità federale che aveva cominciato a disporsi intorno alla ridotta nr.8 per prendere poi alle spalle Fort Magruder, ordinò alla cavalleria sudista del colonello Lucien Davis (che si trovava celato nella boscaglia a tergo dei federali, con il 4° Virginia Cavarly e la Wise Legion,) di caricare immediatamente i nemici. Costoro accortisi di essere caduti in trappola, si ritirarono precipitosamente verso la Yorktown Road, sotto una gragnola di colpi, abbandonando così ogni velleità offensiva. Nel contempo, al centro, il fuoco sulle rimanenti unità della brigata unionista Cooke si andava intensificando: era giunta a Fort Magruder una batteria d’èlite, i famosi Richmond Howitzers, che avevano iniziato un tiro di controbatteria sempre più efficace sui cannoni federali. Un primo colpo uccise una decina di cavalli del traino d’artiglieria, poi con micidiale precisione quattro cassoni per le munizioni furono sbriciolati in rapida sequenza. Infine, verso le 16, mentre già la fanteria sudista (10 ° Georgia e 15° Virginia) stava cominciando a dispiegarsi in linea per sloggiare i cavalleggeri nordisti dal bosco, Stoneman (arrivato nel frattempo sul campo) non vedendo arrivare la fanteria settentrionale in supporto, diede ordine alle sue truppe di arretrare, abbandonando sul terreno uno dei pezzi d’artiglieria. Lo scontro era costato ai federali 49 tra morti e feriti, ai confederati non più di una decina di perdite. Alla fine della giornata, Johnston soddisfatto dell’esito della scaramuccia si mise a pianificare le operazioni per il giorno seguente. Il carriaggio dell’armata sarebbe partito nella notte, seguito dalle unità al comando di Magruder; dietro, con il compito di sorvegliare il fiume York, la divisione Smith, indi D.H.Hill (204) . Quanto a Longstreet, costui avrebbe dovuto coprire la ritirata, lasciando una brigata a difesa della linea di Williamsburg con il compito di occupare Fort Magruder e le ridotte immediatamente circostanti, non essendo necessario, come indicò lo stesso Johnston, difendere le altre (205). Fu una decisione errata sotto molteplici profili. Non solo Johnston rinunciava a contendere al nemico la linea difensiva di Williamsburg, la quale come visto possedeva eccellenti qualità, ma lasciando il compito di difendere la retroguardia a Longstreet e ai suoi subordinati, che conoscevano a malapena numero e disposizione delle ridotte, rifiutava di avvalersi dell’esperienza degli ufficiali della divisione Magruder, i quali come visto e viceversa avevano costruito quelle piazzeforti e ne conoscevano a menadito le caratteristiche. Inoltre, disponendo la sola difesa del centro della linea con esclusione delle due ali, Johnston che pure doveva essere conscio che dietro la cavalleria unionista, come indicava la presenza dell’artiglieria, si dovesse trovare la fanteria unionista, esponeva l’armata ad un grave pericolo. Come che sia, consumata la cena e data una dimostrazione delle sue capacità di spadaccino all’intero stato maggiore confederato che lo ammirava stupefatto, Johnston si coricò (206).

199. Per i particolari dello scaramucce, cfr. E.C. Hastings, Jr. & D. Hastings, A Pitiless Rain: The Battle of Williamsburg, 1862, cit. pp. 31-35.
200. E.P. Alexander, G.W. Gallagher (a cura di), Fighting for the Confederacy. The Personal Recollections of General Edward Porter Alexander,cit. p.80.
201. Cfr. OR, vol. 11, pt. 1, p. 444.
202 Ibidem, pp.441-442.
203. Si vedano ad esempio i giudizi di E.P. Alexander in G.W. Gallagher (a cura di), Fighting for the Confederacy. The Personal Recollections of General Edward Porter Alexander cit. p. 170; R. Stiles, Four Years under Marse Robert, cit., p. 223.
204. OR vol. 11, pt.1, p. 275; J.E.Johnston Narrative of Military Operations cit p. 120.
205. J.E. Johnston, "From Manassas to Seves Pines", in R. U. Johnson & C. C. Buel (a cura di), Battles and Leaders of the American Civil War, cit., vol. 2, p. 205; OR vol. 11, pt.1, p. 564. Secondo l’opinione di Davis, Johnston fu negligente perché all’oscuro della presenza di numerose ridotte sulla sinistra della linea difensiva di Wiliamsburg: e per questo i confederati persero un’ottima occasione per sconfiggere McClellan: si veda J. Davis, The Rise and Fall of the Confederate Governement, cit., vol 2, p.94.
206. G.W. Gallagher (a cura di), Fighting for the Confederacy. The Personal Recollections of General Edward Porter Alexander, cit., p.80.


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Messaggio  HARDEE il Mar 6 Mar 2012 - 18:40

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Messaggio  Banshee il Gio 8 Mar 2012 - 16:00

Longstreet, ricevuto l’incarico,senza peraltro neppure procedere ad una ricognizione del terreno, di propria iniziativa e data l’esiguità degli effettivi presenti nelle sue unità, spedì due brigate a presidiare Fort Magruder: quelle del generale di brigata Roger A. Pryor (14° Louisiana, 8° e 14° Alabama e un battaglione distaccato del 32° Virginia) e del generale di brigata Richard "Dick" Heron Anderson (Louisiana Foot Rifles, Palmetto Sharpshooters, 5° e 6° South Carolina e il battaglione 4° South Carolina) (207). A quest’ultimo, Longstreet affidò il comando delle forze confederate, mentr’egli sarebbe rimasto a Williamsburg per coordinare la partenza delle restanti brigate della sua divisione. Si era verso le 8 di sera: da qualche minuto aveva cominciato a piovere furiosamente e la notte era buia come la pece (208). La pioggia avrebbe continuato a martellare il campo di battaglia per le successive 24 ore. Anderson, nativo del South Carolina, militare di professione, si era unito solo da qualche mese alla divisione Longstreet, essendo giunto dall’ovest (circondato dal sospetto di essere alcolizzato) sicché quel compito costituiva il suo primo vero test come ufficiale e comandante indipendente. In realtà, per quanto fosse giudicato come un “uomo molto coraggioso, ma anche piuttosto pigro, per il modo indolente di comandare le truppe sul campo” Anderson era un soldato solido e ben preparato, tra i migliori ufficiali di brigata o divisione che l’armata potesse schierare (209).
Giunto presso la linea fortificata, egli si diede subito a distribuire le unità nelle ridotte intorno a Fort Magruder. A difesa di quest’ultimo piazzò sei compagnie del 6° South Carolina, i Palmetto Sharpshooters la batteria Richmond Fayette Artillery (6 pezzi) oltre ad una sezione su due cannoni dei Richmond Howitzers; nella ridotta nr.5, i Lousiana Foot Rifles; presso la nr. 7 le restanti compagnie del 6° South Carolina; all’interno della ridotta nr.9, tre compagnie del 5° South Carolina e le rimanenti poco dietro, nella boscaglia immediatamente a ridosso, come estrema riserva (210). Quanto alla brigata Pryor, le quattro unità che la componevano furono equamente distribuite nelle ridotte da 1 a 4; un pezzo ad anima liscia fu posto sugli spalti della piazzaforte nr. 4, mentre un cannone rigato avrebbe difeso la nr.5 (211). Come si può osservare, un po’ perché all’oscuro dell’esistenza di fortini sull’estrema sinistra dello linea difensiva e un po’ perché nella notte, data anche la pioggia battente, la visibilità risultava assai ridotta, Anderson non occupò le ridotte da 10 a 14, lasciando completamente scoperto il fianco sinistro (212). Provvidenzialmente il generale aveva distaccato lungo il margine della boscaglia prospiciente la Hampton Road le compagnie del battaglione del 4° South Carolina come esploratori, mentre il 4° Virginia Cavarly pattugliava la Yorktown Road. Nel contempo su, quella stessa strada, a poco più di un chilometro di distanza, presso un casolare di campagna (detto Whittaker House) il comando unionista stava organizzandosi per sferrare un vigoroso attacco alle prime luci del mattino. Sennonché tenuto un consiglio di guerra tra i generali Sumner, Heintzelman, Keyes e Smith fu deciso di aspettare l’arrivo delle divisioni Casey e Couch, più fresche, attese per la tarda mattinata del 5 maggio al massimo. Chi non sembrava voler indugiare ulteriormente era il generale Joe Hooker, sulla Hampton Road, il quale aveva dato disposizioni ai comandanti delle tre brigate che componevano la sua divisione (circa 7.800 uomini complessivamente) perché tutto fosse pronto per l’alba. Intorno alle 5.30 del mattino seguente, Hooker si era così portato davanti alla linea difensiva confederata e dopo averne a lungo osservato la disposizione e la modesta forza a protezione del centro (probabilmente tratto in inganno dalla scarsa visibilità) concluse che un’offensiva su Fort Magruder, avrebbe avuto buone probabilità di successo, specie se le unità federali fossero riuscite a raggiungere le trincee immediatamente circostanti il fortino . Non attendere l’arrivo di rinforzi, né tentare di coordinarsi con la divisione Smith sulla Yorktown Road, si sarebbe rivelato fatale per l’esito dell’attacco. Ad ogni buon conto, intorno alle 7, gli uomini di Hooker cominciarono ad avanzare lungo i margini della boscaglia e dopo una breve colluttazione, fecero ripiegare i picchetti del 4° battaglione South Carolina. Immediatamente, Hooker dispiegò la 1a brigata comandata dal generale C. Grovier con due compagnie ciascuna del 1° Massachusetts e del 2° New Hampshire come schermo avanzante e le restanti compagnie disposte per seguirle in linea, rispettivamente a sinistra e destra della Hampton Road; il 26° Pennsylvania e l’11° Massachusetts sarebbero state posizionati più a destra e avrebbero dovuto fungere da collegamento con le forze della divisione Smith, che Hooker attendeva di veder comparire da un momento all’altro sulla Yorktown Road; su di un campo coltivato posto in leggera depressione rispetto all’altezza del terreno piazzò una poderosa massa d’artiglieria: in tutto 6 batterie per complessivi 24 pezzi (214); sulla sinistra, la 3a brigata guidata dal generale Francis P. Patterson (5°, 6°, 7° e 8° New Jersey) era nel frattempo andata occupando la macchia posta di fronte al borro. La 2a brigata, composta da reggimenti dello stato di New York e detta “Excelsior”, fu posta più indietro, in riserva. All’uscita dalla boscaglia le truppe unioniste furono accolte da un terrificante bombardamento proveniente da Fort Magruder. Ma con estremo coraggio e incuranti delle perdite, i settentrionali avanzavano senza sosta: una dietro l’altra le compagnie del 4° South Carolina si ritirarono, una dietro l’altra le trincee intorno alla ridotta principale nemica vennero occupate, facendone sloggiare i soldati del Palmetto Sharpshooters, sino a portarsi a distanza utile sì da poter aprire il fuoco con i fucili sugli spalti di Fort Magruder. Gli artiglieri sudisti fatti segno a preciso tiro dai nordisti si trovarono così improvvisamente impossibilitati a rispondere al nemico, mentre le batterie federali aggiustavano la mira di minuto in minuto, causando gravi perdite tra le fila confederate. Il piano di Hooker sembrava funzionare alla perfezione. Ma il generale Anderson non aveva perso tempo a rendersi conto della grave situazione e aveva pensato ad organizzare un contrattacco sulla sinistra federale. Là, l’altezza del borro che dominava la fitta boscaglia posta di fronte e l’angolazione impedivano all’artiglieria unionista di colpire con efficacia i meridionali. Pertanto diede immediatamente disposizione affinché la brigata del generale Cadmus A. Wilcox ( 9°, 10° Alabama e 19° Mississippi) che si trovava ancora a Williamsburg - trattenuta e già avviata verso il fronte da Longstreet che si era allarmato per il crescente volume di fuoco che si stava sviluppando sul fronte - fosse richiamata e gettata sull’ala sinistra (215) . Erano le 8 circa: Anderson salito sul proprio destriero, si diresse colà per coordinare le forze attaccanti, lasciando al colonnello Micah Jenkins in compito di difendere Fort Magruder. Wilcox, dopo aver superato il borro, aveva appena iniziato a penetrare nella fitta e oscura boscaglia, quando si avvide che essa era affatto sgombra, pullulando di esploratori unionisti: erano le avanguardie del 5° e 6° New Jersey che Hooker, osservato il contrattacco sudista, aveva prontamente spostato sulla destra confederata per parare il colpo; più a sinistra parte del 1° Massachusetts, richiamato in fretta e furia per prendere d’infilata il nemico. Ora i meridionali si schierarono in linea: da destra a sinistra avanzavano il 9° Alabama, il 19° Mississippi e il 10° Alabama. Dietro erano intanto sopraggiunti ulteriori rinforzi: il 14° Louisiana al completo (400 uomini) e un paio di compagnie dell’8° Alabama (120 soldati) mandati di propria iniziativa dal generale Pryor. I picchetti federali furono rapidamente spazzati via, ma più oltre i reggimenti unionisti stavano attendendo con le armi cariche i confederati. La visibilità era così scarsa a causa della pioggia e della fitta vegetazione che proiettava una scura ombra sugli uomini che un “colonnello non poteva vedere l’intero reggimento [schierato] in linea”(216) . Le due formazioni, impossibilitate a scorgersi con nitidezza, cominciarono a scaricarsi addosso terrificanti raffiche anche da 50 metri di distanza, mentre interi plotoni volavano in pezzi. Dopo circa mezz’ora di spaventose scariche di fucileria, lo schieramento confederato, ora inferiore in numero per il sopraggiungere degli altri reggimenti del New Jersey, appariva in difficoltà. Occorrevano rinforzi prima di essere annientati: e con urgenza.

207. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit., p. 72; OR, vol. 11, pt. 1, p. 435.
208. E.P. Alexander, Military Memoirs of a Confederate: A Critical Narrative, cit.,p. 66.
209. G. Moxley Sorrel, Recollections of a Confederate Staff Officer, Jackson, TN: McCowat-Mercer Press, 1958, pp. 72-73. Per le accuse di ubriachezza (mai provate) cfr. D.S.Freeman, Lee's Lieutenants: A Study in Command, cit. vol.I, p. 158.
210. OR vol. 11, pt.1., pp. 580-82, 587.
211. Ibidem, p585; vol 51, pt. 1, pp. 88 e 90.
212. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit, pp. 72-73.
213. OR , vol.11, pt.1, p. 465.
214. Ibidem, pp.465, 457, 472.
215 Ibi., pp. 564, 590.
216. Ibi. p. 487.


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Messaggio  HARDEE il Gio 8 Mar 2012 - 16:34

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Messaggio  Jubal Anderson Early il Gio 8 Mar 2012 - 19:29

Trovo splendida la prosa del nostro Banshee, e chiarissime le mappe del nostro Hardee.
La mole di informazioni, così accuratamente filtrata, esaminata ed esposta, trova un ottimo sostegno nella sua rappresentazione grafica.
Credo che questa collaborazione funzioni a meraviglia.
Complimenti a Voi!
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Messaggio  Banshee il Gio 8 Mar 2012 - 20:07

Caro Early, ti ringrazio vivamente per i complimenti: come saprai, tra pochissimo tocca al tuo avatar (ufficiale e uomo che personalmente stimo assai) avere l'onore di essere protagonista. Wink

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Messaggio  Jubal Anderson Early il Gio 8 Mar 2012 - 20:16

Ammetto una certa trepidazione...
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Messaggio  Banshee il Dom 11 Mar 2012 - 19:05

A questo aveva pensato già per tempo Longstreet (il quale era ancora a Williamsburg) ordinando alla brigata virginiana del generale Ambrose “Little Powell” Hill (1°, 7°, 11°, 17° Virginia) di affrettarsi verso la battaglia e di porsi sotto il comando del generale Anderson. Non solo. Anche presso il College William & Mary, più distante, ove si trovava la brigata guidata da George E. Pickett - essa pure formata da reggimenti provenienti dall’Old Dominion (8°, 18°, 19, 28° Virginia) - mentre già stava iniziando i preparativi per seguire l’armata diretta a Richmond, improvvisamente furono uditi risuonare i tamburi che chiamavano gli uomini all’adunata generale e al posto di combattimento. Le unità dovevano ugualmente (sempre per ordine di Longstreet) raggiungere la linea dello scontro. Infine, anche l’ultima brigata appartenente alla divisione, quella del generale Raleigh Colston (13° e 14° North Carolina, 3° Virginia) fu richiamata indietro, mentre oramai si era incolonnata per uscire da Williamsburg (217). Quanto a Johnston, il generale virginiano si trovava assai lontano, con il resto dell’armata che retrocedeva verso il Chickahominy: nessuno, assurdamente, aveva considerato di avvertirlo dello sviluppo degli eventi.
Sennonché, solo intorno alle 10.30 sia A.P. Hill, il quale mezz’ora prima aveva già schierato le proprie unità dietro le ridotte nr.2 e 3 con i vessilli reggimentali spiegati, che Pickett, il quale si trovava più indietro e stava marciando a tappe forzate sulla strada che da Williamsburg conduceva a Fort Magruder, ricevettero da parte di Anderson l’ordine di raggiungere Wilcox (218) . Eppure costoro avevano spedito già tempo prima i propri corrieri ad Anderson chiedendo istruzioni sul da farsi: ma il generale aveva chiaramente fatto intendere che per il momento non v’era alcun bisogno del loro intervento (219) . Mezz’ora più tardi però Anderson sembrava aver cambiato idea, pur essendosi Wilcox spinto avanti da oltre un’ora. Come spiegare, allora, questo ritardo? Perché Anderson attese tanto tempo prima di comandare l’attacco di A.P.Hill e Pickett? Secondo lo storico Steven E. Woodworth, in realtà, Anderson “fece poco per coordinare il combattimento della divisione” e, anche alludendo alle accuse che circondavano il generale del South Carolina, lo studioso statunitense conclude che “la sua inettitudine quel giorno- anzi, persino la sua posizione durante gran parte dello scontro- rimane un mistero” (220). Un’analisi più accurata delle fonti, ci induce a concludere che Anderson non fosse al corrente di ciò che stava accadendo all’interno della boscaglia e delle difficoltà in cui si era improvvisamente trovato Wilcox, semplicemente perché nessuno lo aveva informato della situazione. Era infatti accaduto che una prima richiesta di soccorso inviata da Wilcox fosse stata mandata direttamente ad A.P.Hill, ma intercettata dal comandante della cavalleria confederata Stuart fosse stata poi consegnata al primo ufficiale incontrato da quest’ultimo lungo il cammino, ossia il generale Pryor che infatti si era affrettato a raggiungere la boscaglia con parte dei suoi uomini (221). Un secondo messaggio di Wilcox, questa volta giunto a destinazione, aveva peraltro indotto un incerto e cauto Hill a chiedere chiarimenti sul da farsi a Longstreet, avendo egli avuto esplicite disposizioni da quest’ultimo di attendere istruzioni, come visto, da Anderson (222) . Se quest’ultimo reagì con ritardo, fu dunque dovuto a responsabilità principale di Wilcox che lo aveva “saltato” nella catena di comando, forse perché con lui Longstreet non era stato altrettanto chiaro. Ed è pure verosimile che Anderson non fu immediatamente rintracciato nel lasso di tempo che occorreva per portarsi da Fort Magruder sull’ala destra confederata. Del resto, secondo la preziosa testimonianza di un giovane caporale dell’Alabama, colà fu visto mentre davanti al borro che separava le ridotte dalla boscaglia gridava “avanti uomini, andate avanti, non vi fermate per nessuna ragione” incitando i soldati all’attacco (223) . Nessun mistero dunque.
Quanto a Hooker, intorno alle 10.30 aveva anch’esso provveduto a chiedere rinforzi spedendo un corriere a Whittaker House: o meglio, a suggerire che colà si decidessero finalmente ad attaccare, essendo la Yorktown Road sgombra di nemici e rassicurando il comando unionista circa l’andamento dello scontro che lo vedeva protagonista. Sennonché nessuno dei comandanti federali pare avesse intenzione di impegnar battaglia in assenza di precisi ordini di McClellan. Tutto ciò che si fece, fu di spedire una brigata in avanscoperta verso Fort Magruder e nulla più. Sumner, al suo debutto come comandante indipendente, appariva roso dai dubbi e dalle incertezze, temendo più di ogni cosa che il nemico stesse preparando un attacco al centro: che Hooker se la cavasse da solo. Alle 11 tuttavia si aprì un improvviso spiraglio: grazie anche alle informazioni di alcuni ex-schiavi, Sumner fu informato che l’ala sinistra confederata era totalmente libera di forze. Convocato il generale Smith, fu deciso di mandare là il generale di brigata Winfield S. Hancock con cinque reggimenti (5° Wisconsin, 49° Pennsylvania, 5° e 7° Maine, 33° New Yok) oltre alla batteria Cowan con 6 pezzi. Ciò che nelle intenzioni di Sumner doveva essere una semplice esplorazione in forze, diverrà una delle fasi salienti della battaglia (224). Ma non precorriamo i tempi.

Come già visto, A.P.Hill e Pickett ora si affrettarono verso la battaglia. L’arrivo delle brigate virginiane sul fianco sinistro federale, mutò completamente l’esito dello scontro. Ambrose Powell Hill non solo era uno dei comandanti confederati più abili, aggressivi e determinati dell’intera armata, ma aveva un particolare talento e capacità nell’addestrare i suoi uomini, i quali sotto la sua guida erano divenuti una perfetta macchina da guerra. Nativo della Virginia, militare di professione, popolarissimo tra le truppe che sapevano scorgerne l’esile figure, i lunghi capelli castano scuri sciolti sulle spalle e l’abbigliamento fuori ordinanza - preferendo egli vestire vistose camice colorate (rosse specialmente, ma anche blu e persino gialle) invece della giubba da ufficiale - A.P. Hill non appena ricevuto l’ordine di avanzare si gettò come una furia sui settentrionali. Primo a schierarsi fu il 7° Virginia guidato dal capace colonnello James L.Kemper : appena in tempo, perché il 10° Alabama era stato respinto oltre il borro e appariva completamente disorganizzato, esponendo così il fianco destro confederato ad un aggiramento. Con una micidiale scarica di fucileria, i nordisti furono respinti e gli alabamiani poterono ora riorganizzarsi dietro i loro camerati virginiani. Improvvisamente “uno spaventoso urlo che si propagava su per il bosco fu udito” lungo l’intero fronte: echeggiava lo rebel yell, che annunciava l’arrivo dell’intera brigata virginiana (225) .
Dietro il 7°, seguiva l’11° Virginia che si posizionò ancora più a sinistra, con il 19° Mississippi al centro e il 9° Alabama a destra. Alle loro spalle, il 1° e 17° Virginia, il 10° Alabama e i due reggimenti della brigata Pryor. Rinsaldata la linea, ora i confederati iniziarono ad avanzare implacabilmente verso gli unionisti. Tra le parti iniziò una serie di combattimenti, con i reggimenti dell’una e dell’altra parte che a causa del terreno irregolare, del fitto bosco e dell’oscurità avevano perso il contatto con le unità schierate al loro fianco. La battaglia si spezzettò in una serie di feroci, singoli, scontri. Particolarmente accanita si rivelò la lotta intorno ad una staccionata occupata dai federali al centro della boscaglia, poco oltre il borro. Per ben tre volte essa fu presa dai meridionali, per ben tre volte fu riconquistata dai federali, nel frattempo rinforzati dall’arrivo del 72° New York, forte di oltre 700 uomini. Fu proprio in occasione di uno di questi assalti che il 19° Mississippi perse l’abile comandante, il colonnello Christopher H. Mott, unanimemente considerato uno dei migliori ufficiali confederati, destinato a certa gloria, abbattuto da una scarica di fucileria da venti metri mentre guidava intrepidamente una carica (226). Ma metro dopo metro, i federali cedevano terreno. Un’alta e lunga siepe posta poco dietro, sulla sinistra, divenne un nuovo appiglio per gli unionisti: e anche quella fu occupata dopo un estenuante combattimento. Infine, intorno alle 12.30, mentre già stavano affluendo i reggimenti della brigata Pickett, A.P.Hill si avvide che le munizioni cominciavano a scarseggiare e avanzatosi coraggiosamente in prima linea, rivolto ai suoi amati virginiani, brandendo in alto la propria pistola, tuonò ”ragazzi, seguitemi!”, lanciandosi verso i settentrionali (227). Fu una carica travolgente, che spezzò definitivamente la resistenza dei soldati del New Jersey, i quali si dettero ad una precipitosa fuga sino a uscire dal bosco, in direzione sud-est. Ora i confederati serrarono sotto per avvolgere completamente il fianco sinistro federale e dilagare verso il centro. Ma giunti sul limitare della boscaglia, essi si trovarono di fronte alla temibile e potente brigata “Excelsior” comandata allora dal colonnello Nelson Taylor e gettata da Hooker nella battaglia come estremo baluardo per arginare l’inarrestabile marea grigia. Si trattava di oltre 3.000 uomini schierati da sinistra a destra con il 70° New York e, un poco più dietro, il 73°, 74° e 72° New York mentre sul fianco destro, leggermente obliquo, stava il 1° Massachussets, nel tentativo di prendere d’infilata i meridionali. Il terreno costituiva una magnifica posizione difensiva per i federali: era un tratto in piano, leggermente pendente, privo di ostacoli naturali ma disseminato di cataste di tronchi d’albero e pile di rami (abbattuti e ammassati per farne legname) che offriva ai soldati una serie di barriere dietro cui poter battere gli attaccanti con un fuoco implacabile. Il momento era topico. E nel contempo sull’estrema sinistra confederata un ben più grave pericolo per i meridionali andava materializzandosi.

217. OR vol.11, pt.3, pp. 575, 584. L’ordine di Longstreet fu dato intorno alle 8.30.
218. Ibidem pp. 576, 585,
219. Ibidem..
220. S.E. Woodworth, “Dark Portents: Confederate Command at the Battle of Williamsburg” in W.J.Miller (a cura di), The Peninsula Campaign of 1862:Yorktown to the Seven Days, vol.3, cit., p.8.
221. OR vol.11, pt.3, pp. 587-88, 591.
222. Ibidem, pp. 584,590.
223. C. Kettenburg Dubbs, Defend This Old Town. Williamsburg during the Civil War, Baton Rouge: Louisiana University Press, 2002, p.102. Il libro, oltre ad una messe notevole di informazioni sulla storia della cittadina di Williamsburg nel periodo bellico, contiene un'eccellente descrizione a livello micro-tattico della battaglia di Williamsburg.
224. Cfr. R.H. Beatie, Army of the Potomac: McClellan’s First Campaign, March-May 1862, vol. 3, cit., pp. 533-538.
225. S. Dutcher, "Williamsburg: A Graphic Story of the Battle of May 5, 1862" in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XVII, p. 414.
226. D.S. Freeman, Lee's Lieutenants: A Study in Command, vol. I, cit., p.176.
227. W.H. Morgan, Personal Reminiscences of the War 1861-65, Lynchburg: J.P. Bell, 1911, p. 105.


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