Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

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Messaggio  Banshee il Dom 18 Mar 2012 - 19:32

A Williamsburg, intorno a quella stessa ora, Longstreet tese l'orecchio e sul suo volto imperturbabile, sembrò per un momento dipingersi un velo di preoccupazione: un sordo rumore di artiglieria si udiva ora distintamente. No, non era la presenza di cannoni ad inquietarlo: in fondo, sin dal primo mattino, quel caratteristico rombare d’artiglieria aveva accompagnato l’offensiva del nemico. Era, piuttosto, la direzione da cui giungeva quel trambusto a preoccuparlo, direzione che pareva indicare inequivocabilmente come i federali si trovassero adesso sul fianco sinistro confederato (228) . Spronato il cavallo e giunto presso Fort Magruder (dopo oltre cinque ore dall’inizio della battaglia) Longstreet si avvide che i suoi peggiori timori sembravano fondati: laggiù, presso le ridotte sgombre, qualcosa sembrava muoversi.
Si trattava degli uomini di Hancock (3.400 baionette oltre a 10 pezzi d’artiglieria) che, come già detto, dopo un largo movimento aggirante stavano lentamente disponendosi presso la ridotta nr. 11, di talché l’artiglieria da campo unionista aveva iniziato a prendere sotto un fuoco d’infilata tanto Fort Magruder, quanto le ridotte nr. 9 e 10. Ciò che appare incredibile, è come la manovra dei settentrionali non fosse passata inosservata agli occhi della cavalleria confederata, ma nessuno avesse pensato ad avvertire il comando meridionale; in effetti, Stuart era stato informato per tempo dagli avamposti della Jeff Davis Legion che le giubbe blue erano improvvisamente apparse di fronte a loro presso la ridotta nr. 14, avendo attraversato un piccolo ponticello sul Jones Mill Pond ; ma il cavalleggero confederato, per una volta, forse tradito dalla scarsa visibilità o forse perché i rapporti non precisavano l’esatta identità e numero del nemico, si era fatto ingannare e aveva giudicato il tutto come una semplice finta (229).
Longstreet non la pensava così e immediatamente dispose che la brigata Colston accelerasse il passo, mentre un corriere fu spedito a D.H.Hill, già da qualche tempo sulla strada verso il Chickahominy, perché ordinasse alla sua divisione di invertire la marcia e tornare a Williamsburg (230). Quanto a Johnston, ancora una volta Longstreet non giudicò necessario avvertirlo: eppure la sua intera divisione era impegnata da diverso tempo in duri combattimenti e lo scontro aveva perso ogni carattere della semplice schermaglia di retroguardia. Per quali motivi Longstreet omise di informare il comandante dell’armata, rimane un problema storico largamente irrisolto. Forse, come ha sottolineato qualcuno, egli voleva riservarsi un posto privilegiato all’interno dell’armata, dimostrando di poter guidare sapientemente e in autonomia parte di essa (231). O, forse, fu l’ambizione e la segreta speranza di ottenere un comando indipendente a guidarlo: un sentimento che, certo, come dimostrò nel corso della guerra civile, non gli faceva difetto. Molto più probabilmente e semplicemente, l’ostinazione e la pervicacia - oltre ad una grossa dose di stima nelle proprie capacità accompagnata da un certo qual disdegno per le altrui convinzioni - in lui finivano spesso con il trasformarsi in ottusa testardaggine nell’elaborazione ed esecuzione di piani da lui stesso solo concepiti. E ciò anche allorquando egli si mostrava manifestamente incapace di controllare gli eventi e palesava una sconcertante incompetenza a guidare le sue unità sul campo di battaglia, come svelò a Williamsburg e come avverrà anche nel corso della battaglia di Seven Pines, qualche settimana più tardi. Ma pure nella seconda battaglia di Manassas, nella campagna di Suffolk e ancor più chiaramente a Gettysburg e a Knoxville. Insomma, se lasciato fare, Longstreet finiva spesso con il dimostrare più cocciutaggine che reali qualità marziali.

228. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit., p. 74.
229. OR, vol. 11, pt.1, pp. 565,571.
230. Ibidem, p. 583.
231. S.E. Woodworth, “Dark Portents: Confederate Command at the Battle of Williamsburg” in W.J.Miller (a cura di), The Peninsula Campaign of 1862:Yorktown to the Seven Days, vol.3, cit., p.15.
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Messaggio  Banshee il Sab 7 Apr 2012 - 12:19

Mentre Longstreet si stava affrettando per raggiungere Fort Magruder, la situazione sul fianco destro confederato, come già detto, si era temporaneamente stabilizzata. L’arrivo della brigata Excelsior, sembrava aver placato la furia dei sudisti: per quanti sforzi costoro facessero, gli uomini del 70° New York, schieratosi in prima linea, non arretravano; iniziò così un duello ferocissimo con il 18° Virginia, appoggiato dal 28° Virginia, con i ranghi federali che si assottigliavano ad ogni assalto dei meridionali e loro seguente contro-carica (232). Alla fine della giornata, il reggimento newyorkese conterà oltre 380 morti e feriti su circa 750 effettivi; tra i caduti, pure l’eroico comandante dell’unità, il colonnello William Dwight, raccolto agonizzante sul terreno dai fanti meridionali. Uno spaventoso tributo, che però salvò il centro federale dall’essere travolto e con ogni probabilità l’intera giornata. Ricorderà poi un veterano confederato come “per oltre due ore e più esso [il 70° New York] ci tenne bloccati (…) non arretrò sino a quando i 2/3 dei suoi ufficiali e quasi la metà dei suoi uomini cadde colpita” (233). Con il tempo, tuttavia, la pressione andò aumentando e il reggimento federale dovette retrocedere, allineandosi agli altri della brigata Excelsior, i quali già avevano il loro da fare per contenere gli assalti del 1° Virginia sulla loro sinistra e dei reggimenti dell’Alabama sulla destra. Sino a quando, in mezzo al fitto fumo che avvolgeva le fila confederate e alla pioggia torrenziale che batteva implacabile i due schieramenti, emerse ancora una volta la figura “eretta, magnifica, [somigliante] al dio stesso della guerra” del generale A.P. Hill, il quale ordinò ai suoi uomini un nuovo assalto all’arma bianca, trascinandosi dietro le altre unità meridionali che adesso erano confusamente mescolate tra loro: una sorta di ruggito selvaggio fu udito provenire dalla linea meridionale, mentre con terrore i federali scrutavano il nemico avanzare implacabile (234) . Questa volta, nulla poté fermare la travolgente carica dei sudisti. Le unità di Hooker, oramai decimate, furono costrette ad arretrare nella confusione più completa, cercando poi di riordinarsi nelle retrovie, mentre i confederati, superata di slancio la Hampton Road, si dirigevano verso il centro federale. Non appena i grigi fanti sbucarono dalla strada, essi si avvidero che l’ordinanza federale era là concentrata e risultava priva di copertura, se si fa eccezione per alcune compagnie del 5° New Jersey rimaste a protezione dell’artiglieria. Una carica condotta dal 9° Alabama e dal 19° Mississippi sopraffece immediatamente la batteria Bramhall, catturando sei cannoni. Il generale Wilcox, giunto sul posto per complimentarsi con i suoi uomini per la splendida impresa, fu salutato da una vera e propria ovazione (235) . Mentre già la fanteria federale indietreggiava, il panico si andò propagando tra gli artiglieri unionisti, i quali non riuscivano a spostare i pezzi a causa del fango che pareva averli intrappolati: non rimaneva loro che girare i cannoni e affrontare i meridionali. Qua un assalto del 28° Virginia fu spezzato con doppi cartocci a mitraglia sparati da soli 50 metri, lì il 4° New York Indepent Light fece fuoco da 100 metri con cinque cannoni caricati addirittura a triplo cartoccio di mitraglia, facendo a pezzi il 9° Alabama (236) ; Hooker, nel contempo sopraggiunto sul posto, a cavallo, senza preoccuparsi delle pallottole che fischiavano tutte intorno a lui, tentava di tranquillizzare gli uomini, incitandoli a non abbandonare i pezzi e accorrendo in ogni dove per rincuorarli: da quel pomeriggio sarebbe stato conosciuto da tutti come “Fighting Joe”. Ma i sudisti riannodarono le fila e avanzavano incuranti delle perdite. Improvvisamente tutto parve perduto per gli unionisti. Un aiuto insperato stava però sopraggiungendo. Non molto distante, sulla Yorktown Road, la brigata federale guidata dal generale John Peck ( 55° e 63° New York, 94° e 102° Pennsylvania) si era andata poco prima schierando per tentare di prendere d’assalto Fort Magruder: ma usciti dai boschi, gli unionisti erano stati ricevuti da una grandine di fuoco proveniente dagli spalti della piazzaforte sudista, ora guarnita come un istrice con l’arrivo delle batterie Fauquier Artillery e Lynchburg Artillery (237) . E pure Stuart con la cavalleria si era lanciato in una carica travolgente verso le giubbe blu, anche se era stato tosto respinto: nell’occasione un giovanissimo e intrepido ufficiale, il maggiore John Pelham alla testa delle mobilissime batterie ippotrainate della cavalleria confederata, si era distinto per audacia e coraggio e portatosi in prima linea, aveva inflitto numerose perdite agli unionisti. In breve, mentre le unità della brigata Peck si stavano ritirando verso il centro, nell’indietreggiare erano giunte in vista dei confederati che andavano travolgendo l’artiglieria settentrionale. Con abile mossa, il comandante unionista manovrò le sue unità facendo perno sulle compagnie più interne e adesso si trovava schierato sul fianco dei meridionali, al margine destro della boscaglia prospiciente la Hampton Road: da destra a sinistra il 102° Pennsylvania, il 55° New York e gli zuavi del 62°, con il 93° di rincalzo mentre il 98° Pennsylvania e il 7° Massachussets (brigata Devins) giungevano alle loro spalle. Presi da un micidiale fuoco d’infilata, il 9° Alabama e il 28° e parte del 7° Virginia dovettero riposizionarsi per far fronte alla nuova minaccia, abbandonando ogni velleità offensiva, mentre il 1° Virginia continuava a martellare ciò che rimaneva della brigata Excelsior sulla sua destra. Non solo. Gli esausti reggimenti confederati si trovarono all’improvviso ad affrontare il nemico praticamente da soli, poiché il generale A.P. Hill, notato che gli uomini erano rimasti privi di munizioni dopo numerose ore di feroce lotta, aveva dato ordine di ripiegare alle sue unità nella boscaglia alle loro spalle e là di approvvigionarsi con ciò che si poteva recuperare dalle tasche e borse dei caduti (238); sennonché nella foga della battaglia, l‘ordine non era stato udito dagli uomini di Wilcox e neppure da alcune unità virginiane; il sergente Charles T. Loehr del 1° Virginia rammenterà così quegli attimi terribili: “il nemico essendo stato rinforzato, brulicava tutto intorno a noi. Le pallottole sembravano giungere da tutte le direzioni”(239). Per loro fortuna, insperati rinforzi giunsero dal centro sudista sotto forma del 2° Florida e del 2° battaglione Mississippi, distaccati dalla brigata Early appena arrivata. In tutto circa 900 fucili con cui i confederati poterono tenere a bada la soverchiante forza numerica degli unionisti, a cui si erano appena aggregati, giungendo dalla Hampton Road i primi elementi della brigata Berry, che erano stati inviati di supporto a Hooker per iniziativa del comandante della loro divisione, generale Kearny: a destra il 5° Michigan, sulla sinistra il 37° New York e dietro il 2° Michigan seguito dal 38° e 40° New York. Per oltre un’ora gli stremati confederati, senza quasi più munizioni fronteggiarono con indicibile coraggio un nemico che li superava in numero quasi 2 a 1. Si era introno alle 16 e il combattimento sembrava aver perduto gran parte della ferocia iniziale; pur continuando a scaricarsi addosso micidiali raffiche di fucile, i due schieramenti, confusi in un orribile disordine senza che i comandi potessero più controllarne l’azione, sembravano adesso paghi di aver raggiunto un sostanziale equilibrio.

In quegli stessi frangenti, in sella al suo magnifico purosangue di nome "Sam Patch" giungeva nei pressi di Fort Magruder anche il generale Johnston: allarmato dalla notizia del ritorno della divisione D.H.Hill a Williamsburg, si era immediatamente affrettato sulla linea del fronte, per sincerarsi dello stato delle cose (240). Non che la cosa facesse molta differenza, in realtà. Non appena ascoltata la relazione di Longstreet sull’andamento della battaglia, Johnston concluse che la condotta del suo ufficiale fosse stata più che adeguata e ritenne di dover delegare allo stesso il controllo completo delle operazioni, contentandosi di fare “da semplice spettatore, poiché la lucida mente e il coraggio indomito del Generale Longstreet, non mi lasciavano scuse per interferire”(241). Del resto, quella non era la sua battaglia. Non la voleva; qualsiasi cosa potesse accadere, a Richmond! a Richmond! Non c’era nulla da fare. Johnston si era convinto sin da subito che penisola dovesse essere sgombrata nel più breve tempo possibile e che resistere sarebbe stata “una follia”, come dirà esplicitamente ai suoi ufficiali. Eppure, nelle sue memorie il comandante confessò di aver preso contezza sin dal mattino dell’attacco di Hooker ma che questo era stato iniziato e sviluppato “con così poco vigore”, da essersi ben presto convinto, bontà sua, che fosse “una semplice dimostrazione, destinata a ritardare la nostra marcia [in modo che] l’armata federale potesse sopravanzarci per via d’acqua” e pertanto intorno alle 10 del mattino aveva deciso di porsi in marcia verso il Chickahominy con il resto dell’armata, già partito nella notte (242). In realtà, come visto, per quell’ora l’offensiva unionista aveva perso ogni carattere della semplice esplorazione in forze o di una finta, sicché le giustificazioni addotte da Johnston appaiono, come minimo, singolari. Circa 40.000 federali si trovavano ad un’ora di marcia dal fronte e solo l’indecisione del comando unionista, aveva salvato Longstreet dalla distruzione. Sumner, in effetti, aveva respinto i consigli degli altri ufficiali, rifiutandosi di rinforzare sia Hancock (che aveva per tempo segnalato che la strada sulla sinistra confederata era libera) che Hooker: solo l’iniziativa di qualche subordinato aveva salvato il centro federale dall’essere messo in rotta, mentre sulla destra un’eccellente occasione per aggirare la linea meridionale era andata così sprecata. E pure sulla sinistra, nel primo pomeriggio ci si era avveduti che la Quartermater Path Road era sgombra da nemici e il loro fianco destro ugualmente vulnerabile: ma anche qui, dopo molte discussioni, nulla fu fatto (243). Insomma, più l’inettitudine dei generali nordisti - che si erano accontentati di rilasciare le proprie unità a pezzi e bocconi – che l’abilità del supremo comando confederato, sembrava aver salvato Longstreet. Restava tuttavia la minaccia di Hancock e già qualcuno aveva pensato di sgombrare Fort Magruder con l’intensificarsi del fuoco federale.

232. Questa fase della confusa battaglia è ben descritta in C. Kettenburg Dubbs, Defend This Old Town. Williamsburg during the Civil War,, cit., pp.109-112, 116-118.
233. S. Dutcher, "Williamsburg: A Graphic Story of the Battle of May 5, 1862" in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XVII, p. 417
234. Ibidem, 417-18; OR , vol. 11, pt.1, pp.592-95.
235. Ibidem, p. 592; cfr. anche J.G. Barrett (a cura di), Yankee Rebel. The Civil War Journal of Edmund DeWitt Patterson, Chapel Hilli: University North Carolina Press, 1966, p.21.
236. C. Kettenburg Dubbs, Defend This Old Town. Williamsburg during the Civil War,, cit., pp. 128-129.
237. OR, vol.11, pt. 1, pp. 521, 523
238. J.G. Barrett (a cura di), Yankee Rebel. The Civil War Journal of Edmund DeWitt Patterson, cit., p. 22; OR, vol. 11, pt. 1, p. 592.
239. C.T. Loehr “The First Virginia Infantry in the Peninsula Campaign” in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XXI, p. 107.
240. Cfr. la testimonianza in E.J. Harvie "Gen. Joseph E. Johnston" in D. H. Cunningham (a cura di), The Confederate Veteran, 40 voll., Nashville: Confederate Veteran Association, 1893-1932, vol. 18, p.521; J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p.120.
241. OR, vol. 11, pt.1, pp. 275, 565.
242. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p.121.
243. La condotta del comando federale è magistralmente seguita in R.H. Beatie, Army of the Potomac: McClellan’s First Campaign, March-May 1862, vol. 3, cit., pp. 539 ssg.


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Messaggio  HARDEE il Sab 7 Apr 2012 - 13:47

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Messaggio  Banshee il Gio 19 Apr 2012 - 12:54

Qualcun altro, assai più pugnace, era arrivato insieme a Johnston nei pressi di Fort Magruder: il generale di divisione D.H.Hill, insieme alle brigate Early e Rains; da presso lo seguivano le altre unità della sua poderosa divisione, le brigate Rodes e Featherston (244). Early, dopo aver ricevuto ordine di rinforzare il centro confederato con il 2° Florida e il 2° battaglione Mississippi (che erano stati solo temporaneamente aggregati alla sua unità) come già visto, si era poi spinto sulla sinistra dello schieramento meridionale, con i restanti reggimenti della sua brigata (24° e 38 Virginia, 5° e 23° North Carolina): in tutto circa 2.380 uomini; giunto in un campo coltivato, nascosto da un fitta selva, udendo il rumore dell’ordinanza unionista oltre la vegetazione, senza però aver prima esplorato la zona da cui proveniva il fuoco dell’artiglieria nemica e aver quindi accertato numero, composizione e disposizione dei federali, egli concluse che un improvviso attacco dei suoi uomini sul fianco dei nordisti, ne avrebbe avuto facile ragione. Un ricco bottino era là a disposizione: bastava solo slanciarsi oltre il bosco per catturarlo (245). Jubal Anderson Early, nativo della Virginia, era uomo dalle indubbie capacità e dall’indomito coraggio, ma all’epoca ancora assai inesperto come leader militare. Noto in tutta l’armata per il suo sarcasmo al vetriolo, il suo spirito irriverente che non risparmiava nessuna personalità confederata - politica o militare che fosse, eccezion fatta per la figura del generale R.E. Lee, uomo e condottiero ch’egli venerava oltre ogni dire - oltreché per il linguaggio colorito e profano, quasi blasfemo, Early si era diplomato a West Point nel 1837 (diciottesimo su 50) ma dopo un solo anno di servizio, aveva abbandonato l’esercito per dedicarsi all’avvocatura (246). Neppure nel corso della guerra contro il Messico, peraltro, Early aveva preso parte a combattimenti significativi, sicché difettava di una certa padronanza nel condurre le truppe sul campo, anche se aveva guidato con grande abilità, da semplice colonnello, un’intera brigata nel corso della battaglia di Manassas: e di esperienza, specialmente, necessitavano i reggimenti della sua unità. Eccezion fatta per il 24° Virginia, infatti, nessuno di essi aveva preso parte a combattimenti prima di allora; il 38° Virginia, era stato aggregato alla brigata due giorni prima, andando a sostituire il 12° Georgia, passato alla brigata Toombs (247); i rispettivi comandanti di reggimento, non possedevano alcuna pregressa esperienza militare, provenendo dalla società civile ed essendo tutti giuristi o avvocati (248); uno di loro, il tenente-colonnello, Powhatan B. Whittle, addirittura, si era ritrovato a comandare l’unità per la temporanea assenza del suo superiore. D.H.Hill, peraltro, era giunto alle stesse conclusioni del suo subordinato e dopo una breve esplorazione condotta nel boschetto e un veloce conciliabolo, i due concordarono sulla necessità di attaccare immediatamente (249); indi, Hill si affrettò a riferire a Longstreet il piano per ottenerne l’approvazione. Nelle proprie memorie, quest’ultimo rammenterà di essersi dapprima mostrato scettico sull’iniziativa e che solo dopo essersi consultato con Johnston (che raccomandò suo more prudenza, senza peraltro ordinare alcuna ricognizione delle posizioni nemiche) diede il proprio assenso, alla precisa condizione che D.H.Hill accompagnasse e dirigesse l’azione, non essendo la brigata Early “in mani sicure”, alludendo così ai propri dubbi sulle capacità del generale virginiano (250). Mentre, per vero, l’opinione di Longstreet nel dopoguerra rifletteva la sua personale avversione nei confronti di Early a causa delle polemiche insorte tra i due in merito alla condotta di Longstreet e Lee nel corso della campagna di Gettysburg e circa le responsabilità della sconfitta confederata, sta di fatto che nel proprio rapporto stilato poco dopo la battaglia, egli si limitò a riportare che ricevuta da D. H. Hill la proposta di attaccare, egli non mosse alcuna obiezione, pur suggerendo di procedere con cautela (251). Gli è che il Longstreet del dopoguerra sembrava più intento a trovare una captatio benevolentiae da parte dei suoi lettori, per nascondere le proprie responsabilità nella vicenda e la sua totale inettitudine come comandante, piuttosto che apparire una fonte oggettiva su ciò che avvenne. Ed in effetti come ebbe poi modo di ammettere D.H.Hill nel proprio rapporto ufficiale sulla battaglia “né Longstreet né io stesso conoscevamo la posizione precisa della batteria [i][federale][/i] ed entrambi eravamo completamente all’oscuro [circa la natura] del terreno” (252). Insomma nel comando supremo confederato nessuno sembrava avere la più pallida idea di quali fossero le forze dei federali e dove si trovassero con precisione. Peggio ancora, nessuno aveva pensato a chiedere informazioni più dettagliate al colonnello John Bratton che, con il 6° South Carolina, presidiava la ridotta posta immediatamente di fronte al nemico (253). Le conseguenze, come si vedrà, sarebbero state tragiche. Ad ogni modo, ricevuto l’assenso di Longstreet, D.H. Hill si riportò presso le posizioni occupate da Early e dopo aver schierato la brigata Rains alle sue spalle con un nugolo di cannoni in modo da coprire un’eventuale ritirata, si portò sulla destra per assumere il comando diretto dei due reggimenti del North Carolina, mentre Early avrebbe guidato personalmente i virginiani (254).

244. OR, vol. 11, pt.1, p. 602.
245. J.A. Early, Autobiographical Sketch and Narrative of the War Between the States, Philadelphia: Lippincott, 1912, p.69.
246. Ibi. pp. xvii-xx.
247. OR, vol. 11, pt. 1, p.480.
248. Cfr le notizie biografiche in R.K.Krick, Lee's Colonels: A Biographical Register of the Field Officers of the Army of Northern Virginia, Dayton, OH: Morningside, 1992, 4th ed:, John F. Hoke, 23° N.C., p.195; Duncan K. McRae, 5° N.C., p.258; Powhatan B. Whittle, 38° Virginia, p. 396. Per William Terry, 24° Virginia, cfr. C.A. Evans (a cura di), Confederate Military History. A Library of Confederate States History. 17 voll.(edizione integrale ed estesa), Wilmington, NC: Broadfoot Publishing Company, 1987, vol. III, p.673.
249. OR, vol. 11, pt.1, pp. 603, 607.
250. J. Longstreet, From Manassas to Appomattox, cit., p. 77-78; J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p.122.
251.OR, vol. 11, pt.1, pp. 565.
252. Ibidem, p. 603.
253. Cfr. J. Bratton, "The Battle of Williamsburg" in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., VII, p. 300.
254.OR, vol. 11, pt.1, p. 603.


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Messaggio  dan-acw il Gio 19 Apr 2012 - 13:41

Sebbene non abbia ancora terminato di leggere tutti i post, volevo fare i miei complimenti a Banshee ed al Generale Hardee per l'eccellente lavoro che stanno portando avanti e che denota una non comune padronanza della materia e conoscenza delle fonti.
Proprio per tale motivo e per pura curiosità vi chiedo di farmi conoscere la vs. occupazione da "civili"
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Messaggio  Banshee il Gio 19 Apr 2012 - 14:39

Caro dan-acw,
grazie per i complimenti. Mi occupo, al pari di molti ben più illustri uomini che militarono nella Confederazione distinguendosi per eroismo e abilità, di legge.

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Messaggio  dan-acw il Gio 19 Apr 2012 - 14:44

Banshee ha scritto:Caro dan-acw,
grazie per i complimenti. Mi occupo, al pari di molti ben più illustri uomini che militarono nella Confederazione distinguendosi per eroismo e abilità, di legge.

Banshee

nel senso che la voti, la interpreti, o cerchi di aggirarla? Very Happy

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Messaggio  Banshee il Gio 19 Apr 2012 - 14:51

Direi seconda e terza,da avvocato. Wink

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Messaggio  dan-acw il Gio 19 Apr 2012 - 14:57

Banshee ha scritto:Direi seconda e terza,da avvocato. Wink

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Collega Very Happy Very Happy

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Messaggio  Banshee il Gio 19 Apr 2012 - 15:04

Ehehehe. Prima o poi bisognerà scrivere qualcosa sull'argomento avvocati-GCA, specie considerando che molti illustri generali confederati appartenevano alla categoria: in misura però assai superiore (percentualmente) ad altre categorie professionali. Un fenomeno annotato marginalmente anche da Freeman e Woodworth. Very Happy

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Messaggio  Jubal Anderson Early il Gio 19 Apr 2012 - 15:14

Banshee ha scritto:Ehehehe. Prima o poi bisognerà scrivere qualcosa sull'argomento avvocati-GCA, specie considerando che molti illustri generali confederati appartenevano alla categoria: in misura però assai superiore (percentualmente) ad altre categorie professionali. Un fenomeno annotato marginalmente anche da Freeman e Woodworth. Very Happy

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J.A.Early, appunto, era fra questi.
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Messaggio  Banshee il Gio 19 Apr 2012 - 15:16

Eh sì caro amico (v. anche sopra) . E che generale! Wink

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Joseph Eggleston Johnston: un enigma? - Pagina 4 Empty Re: Joseph Eggleston Johnston: un enigma?

Messaggio  HARDEE il Gio 19 Apr 2012 - 20:31

Cari Amici e Fratelli

Sono in pensione, prima ero occupato come chimico in una Multinazionale.

Fra i chimici confederati c'è da segnalare il georgiano John Stith Pemberton, il perfezionatore della formula della Coca Cola.

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Messaggio  R.E.Lee il Gio 19 Apr 2012 - 21:06

Siamo un "tantino" fuori Topic,
ma visto che si tratta di una digressione molto simpatica ed interessante, chiuderò un occhio.....anzi tutti e due !! Very Happy Potete pure continuare con questa discussione sulle vostre "arti e mestieri" ! cheers


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Messaggio  Banshee il Sab 21 Apr 2012 - 13:16

Erano circa le 17, allorquando Early udì la voce tonante di D.H.Hill ordinare, all’altro capo dello schieramento confederato, l’avanzata degli uomini (255). Penetrati nella densa foresta, le unità della brigata persero quasi da subito ogni contatto fra di loro: il terreno era ormai ridotto ad una fanghiglia impenetrabile mentre la fitta vegetazione e la presenza di un piccolo ruscello che, a causa della pioggia, era divenuto un torrente in piena, trasformarono l’avanzamento confederato in un vero e proprio incubo. Di fronte al corso d’acqua, il 23° North Carolina cominciò a girare su sé stesso come in un girone dantesco cercando un punto per guadarlo, mentre il 38° Virginia, percorse poche decine di metri, si bloccò incerto sulla direzione da prendere. Sull’estrema destra il 5° North Carolina, alla cui testa si trovava D.H.Hill, procedeva con un poco più di speditezza, pur attendendo di ricongiungersi al 23° North Carolina: ma giunto che fu innanzi ad un groviglio di alberi così fitto da non permettere di vedere oltre, si fermò e il generale Hill, spedì un corriere a cercare le altre unità (256) . L’unico reggimento ad eseguire in maniera esemplare l’avanzata fu il 24° Virginia, guidato personalmente da Early. Una volta uscito dal bosco, costui si avvide che di fronte a sé vi era un’alta staccionata e, con sua grande sorpresa, oltre la stessa, perpendicolarmente, sulla sua sinistra, a circa 200 metri di distanza, un reggimento federale schierato a protezione dell’artiglieria: la silhouette di otto, forse nove cannoni era appena visibile. A destra dell’ordinanza una massa indistinta che pareva essere altra fanteria settentrionale; assai più dietro, la ridotta nr.11. Giratosi verso destra, Early si accorse di essere solo e che gli altri reggimenti della brigata si erano persi nell’attraversare la boscaglia alle sue spalle (257). Più oltre altre ridotte, occupate da truppe, senza però poter distinguere se fossero amiche o nemiche. Che fare? Early notò che in quegli stessi istanti gli artiglieri nordisti sembravano intenti a caricare i cannoni sui traini per trasportarli altrove: gli è che, per combinazione, in quel medesimo frangente, Hancock, stufo di attendere rinforzi, vista l’esposizione della sua posizione, aveva ordinato alla sua artiglieria e alla fanteria posizionata tutto intorno ad essa (a destra il 5° Wisconsin, a sinistra il 6° Maine e il 49° Pennsylvania) di ripiegare verso la ridotta nr.11, ove si trovavano il 33° New York e il 7° Maine (258) .
Se si voleva catturare l’ordinanza federale, pensò Early, non v’era un attimo da perdere. Prontamente il segnale fu dato e immediatamente dopo aver superato la staccionata, il generale virginiano fece compiere una rotazione del reggimento, ordinando di accelerare il passo verso il nemico (259) . Fu una manovra da manuale. Di fronte a lui il 5° Wisconsin aprì immediatamente un fuoco d’inferno, mentre anche l’ordinanza federale iniziava a martellare i meridionali. Con la coda dell’occhio, Early mentre guidava i suoi uomini intrepidamente all’attacco, scorse sorgere dal limitare della boscaglia il 5° North Carolina, che era alla fine stato guidato oltre l’inferno verde con grande abilità dal colonnello Duncan K. McRae, mentre più dietro il generale Hill era ancora alla ricerca delle altre unità per raggrupparle e condurle fuori da quell’inestricabile labirinto di rami e alberi. Sennonché mentre Early già aveva ordinato al 6° South Carolina di uscire dalla ridotta nr.9 e rinforzarlo, cadde, ferito ad una spalla e dovette abbandonare il combattimento. Nonostante ciò il 24° Virginia, adesso guidato dal maggiore Richard L. Maury, pressava implacabile sui federali, mentre McRae, superato a sua volta la staccionata, fece compiere un largo movimento rotatorio al suo reggimento disponendosi fronte al nemico e inviando al contempo il maggiore P.J. Sinclair a scovare D.H.Hill perché lo raggiungesse conle altre unità. Fu un movimento tortuoso e complicato dal terreno soffice e cedevole, con gli uomini che letteralmente affondavano nella melma fangosa: ma alfine disposto il reggimento in perfetta linea, McRae potè ordinare la carica sui federali (260). Ora due intere unità confederate erano lanciate all’attacco, mentre i federali arretravano per riorganizzarsi intorno alla ridotta nr.11, con il 5° Wisconsin che cedeva metri falcidiato dal 24° Virginia; e più dietro stavano sopraggiungendo di gran carriera le compagnie di Bratton. Ma di Hill e del resto della brigata, nessuna notizia: ciò nonostante, avanti per il Sud e la Confederazione; perfettamente allineati nonostante il fuoco nemico, gomito a gomito, con le bandiere spiegate, i soldati meridionali offrivano uno spettacolo magnifico. Ricorderà poi un settentrionale “di non aver mai osservato un tal coraggio come quello mostrato dal nemico nella sua avanzata. Ogni uomo con il fucile in spalla, con i loro ufficiali di fronte che li conducevano valorosamente in avanti mentre il nostro fuoco li assottigliava e abbatteva come erba davanti alla falce; ma essi avanzavo perfettamente allineati come fossero ad una parata” (261). Fu una meravigliosa, quanto vana, dimostrazione di eccezionale audacia. Mentre i meridionali, avendo osservato che i cannoni venivano ritirati e la fanteria unionista arretrava per disporsi intorno alla ridotta nr.11 come da istruzioni di Hancock, serravano sotto aprendo vuoti terrificanti tra le fila federali e proprio nel momento in cui essi parevano sul punto di giungere come tempesta sulla posizione nemica, avendo già scavalcato una seconda recinzione che li separava dalla linea nordista, arrivò improvviso l’ordine di D.H.Hill di ritirarsi immediatamente (262).
Fu un errore? Fu una scelta logica? Difficile rispondere. Certo è che nel retrocedere, i sudisti subirono uno scotto in perdite umane terribile. Vista la manovra confederata, Hancock ordinò ai suoi uomini di avanzare: e adesso la ritirata divenne una specie di facile tiro al bersaglio sui poveri soldati sudisti. Mentre il 24° Virginia riuscì a ripiegare velocemente nel bosco, coperto anche dall’arrivo del 38° Virginia, il 5° North Craolina dovette compiere all’inverso lo stesso lungo tragitto che lo aveva condotto sulle posizioni nemiche, venendo praticamente distrutto; nelle parole del suo valoroso comandante “il ripiegamento fu il segnale per [l’inizio del] massacro” (263); su 415 uomini presenti, solo 75 si salveranno. In tutto lo scontro era durato 23 minuti: ma quel breve lasso di tempo era costato terribilmente caro ai meridionali. Si accerterà poi che D.H. Hill, raggiunto finalmente il 23° North Carolina e avendolo trovato all’interno del bosco in stato di orrenda confusione, aveva disposto che lo stesso, insieme al 38° Virginia, si muovesse verso nord nella boscaglia temendo di essere attaccato dai nordisti e solo dopo molto tempo era riuscito a far uscire il reggimento virginiano sul campo di battaglia. Una volta compreso che districare quella massa confusa di soldati sarebbe stato assai difficile e portarla fuori per appoggiare l’offensiva, impossibile, D.H.Hill aveva disposto di fermare l’attacco, concludendo che insistere nell’offensiva avrebbe condotto all’inutile carneficina dei suoi uomini (264). Fortunatamente, Hancock, pago del successo, non insistette nell’inseguimento dei confederati e dopo qualche ora ripiegò oltre il Jones Pond Neck.
Il combattimento sulla sinistra dello schieramento meridionale, segnò in pratica la fine della battaglia. Al centro i confederati rinforzati dall’arrivo della brigata Colston, erano riusciti a contenere le flebili offensive unioniste e avevano ripiegato con ordine sino alle posizioni di partenza, portando seco circa 400 prigionieri e 8 pezzi d’artiglieria catturati.

Infine giunse la sera e con essa la pietosa opera di soccorso e recupero dei morti e feriti. La battaglia era costata agli unionisti 2.283 uomini, di cui 468 morti, 1.442 feriti e 373 tra scomparsi e prigionieri. Ai confederati 1.573 morti e feriti e 297 prigionieri, per un totale di 1.830 perdite. Terribili quelle della brigata Early: quasi 600 uomini, vale a dire circa un terzo degli effettivi; a titolo comparativo, solo 326 erano stati i caduti della brigata di A. P.Hill, impegnata per otto ore contro forze molto maggiori (265).
Entrambi i contendenti cantarono vittoria: nella sostanza, però, si era trattato di un pareggio tattico. Ma, segno inequivocabile della sconfitta strategica confederata, oltre 400 feriti sudisti dovettero essere abbandonati nelle mani dei federali nei giorni successivi; quanto all’artiglieria catturata, essa, dopo essere stata resa inutilizzabile, dovette essere lasciata sul posto per non ritardare la ritirata; con essa, una gran quantità di munizioni e beni vari che fece gridare l’opinione pubblica nordista alla rotta dei sudisti (266). Al contrario, per Johnston, che si mostrò più che soddisfatto l’andamento della battaglia (che egli ritenne sempre una semplice azione di retroguardia, priva di autentico valore), aver bloccato i federali significava poter finalmente abbandonare Williamsburg per raggiungere la linea del Chickahominy (267). Un senso di euforia quella sera sembrò attraversare l’intero comando confederato. Un’ attenta analisi dello svolgimento dei fatti, avrebbe dovuto e potuto condurre a riflessioni ben più severe. Se qualcosa aveva mostrato quel feroce combattimento, fu l’inettitudine di Longstreet nel comandare autonomamente le sue truppe; dopo pochi minuti dall’inizio dello scontro, egli aveva perso completamente il controllo delle sue unità, essendosi poi limitato a distribuire i rinforzi hic et inde restandosene a Williamsburg ad osservare gli avvenimenti. Peggio ancora, solo dopo 5 ore di battaglia si era alfine deciso a portarsi presso Fort Magruder per capire cosa stesse accadendo: e tutto ciò, si badi bene, senza avere la benché minima idea della disposizione delle ridotte e della natura del terreno. Nel 1869, corrispondendo con D.H.Hill, il generale Cadmus M. Wilcox rimarcherà come a Williamsburg (e a Frayser’s Farm, un mese e mezzo più tardi circa) i comandanti di brigata della divisione Longstreet si fossero trovati completamente abbandonati a sé stessi e come si fossero poi aspramente lamentati tra loro per questo. Longstreet, concludeva Wilcox “era considerato come un duro e accanito combattente, le sue truppe combattevano bene, ma non in base ad una qualche ispirazione tratta da parte sua ed egli [nonostante ciò] di certo traeva credito per questo” (268). Quanto alla leadership dell’altro comandante di divisione, Daniel Harvey Hill, non c’era di che stare molto più allegri: per quanto egli fosse ufficiale fisicamente coraggiosissimo oltreché temerario sino all’eccesso ed un feroce combattente, il suo pressapochismo e la mancanza di ogni più elementare precauzione nel pianificare ed eseguire l’attacco su Hancock, avevano condotto al futile massacro di quasi 600 valorosi soldati. Per quanto poi Hill e Longstreet tentassero di giustificarsi, cercando di scaricare su Early (la cui condotta pure non poteva certo andare esente da censure) l’intera responsabilità nell’ideare l’attacco, lo stesso Johnston, commentando anni dopo quel tragico episodio, sottolineerà di aver concesso il permesso solo dopo ripetute insistenze di D.H.Hill e che fu quest’ultimo, in ultima analisi, a elaborare il piano e a guidare l’offensiva. Sua, affermò il generale virginiano, era la responsabilità per il disastro (269). Eppure sarebbe stato sufficiente che D.H.Hill avesse condotto una perlustrazione del terreno ovvero far precedere l’avanzata da uno schermo di esploratori e guide, oltre a ordinare alle altre brigate della sua divisione di aggregarsi all’assalto per avere ragione del nemico. Insomma, al pari di Longstreet, D.H.Hill mostrava sconcertanti incapacità una volta lasciato fare. Non è certo un caso che il generale R. E. Lee, alla prima occasione utile, spedirà D.H.Hill lontano dall’armata giudicandolo, oltreché un vero rompiscatole, acido e litigioso, “un eccellente ufficiale esecutivo” totalmente inadeguato però se “lasciato a sé stesso”, essendosi dimostrato in tali occasioni “esitante ed imbarazzato nell’agire”(270). Un linguaggio piuttosto inusuale per Lee, di solito alieno da severi giudizi nei confronti dei suoi ufficiali. Ad ogni buon conto, dallo scontro erano emerse le figure dei generali Anderson, A.P.Hill e Wilcox come ufficiali abili e scuri, su cui poter contare in futuro: e se la battaglia non si risolse in un disastro per i confederati fu principalmente, se non del tutto, per loro merito, oltre che per le esitazioni del comando federale, ancor più inetto, se possibile, di quello meridionale.


255. OR vol. 11, pt.1, p.607.
256. Ibidem, p.603.
257. Ibidem, p. 607; J.A. Early, Autobiographical Sketch and Narrative of the War Between the States, cit., p.70.
258. OR , vol, 11, pt.1, pp. 531, 538.
259. R.L. Maury , "The Battle of Williamsburg, VA." in in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XXII, pp. 114-15; J.A. Early, Autobiographical Sketch and Narrative of the War Between the States, cit. p.70; J. Bratton, "The Battle of Williamsburg" in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., VII, p. 300; OR, vol.11, pt.1, pp. 607-08.
260. Cfr. Ibidem, p.611; R.L. Maury , "The Battle of Williamsburg, VA." in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., XXII, p. 116; D.K. McRae "The Battle of Williamsburg-Reply to Colonel Bratton", in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., VII, pp. 368-370.
261. W. D. Love, Wisconsin in the War of the Rebellion: A history of All Regiments and Batteriess the State Has Sent to the Field, Chicago: Church & Goodman, 1866, p.271.
262. Cfr. R.L. Maury , "The Battle of Williamsburg, VA." in in J. W. Jones et alii (a cura di), [i]Southern Historical Society of Papers,
cit., XXII, p. 117; D.K. McRae "The Battle of Williamsburg-Reply to Colonel Bratton", in J. W. Jones et alii (a cura di), Southern Historical Society of Papers, cit., VII, pp. 368-370, OR, vol.11, pt.1, p. 611.
263. D.K. McRae "The Battle of Williamsburg-Reply to Colonel Bratton", in J. W. Jones et alii (a cura di), [i]Southern Historical Society of Papers, [/i]cit., VII, p.371.
264.OR, vol. 11, pt.1, pp.603-604.
265. Per un'accurata analisi delle perdite complessive e brigatata per brigata, cfr. C.Kettemburg Dubbs, Defend This Old Town: Williamsburg during the Civil War, cit., pp. 187-188. S noti che nelle sue memorie Johnston tentò di ridimensionare, come suo consueto le perdite confederate, stimandole in 1.200 circa: v. J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., p. 124.
266. Cfr.Kettemburg Dubbs, Defend This Old Town: Williamsburg during the Civil War, cit., pp. 189-190.
267. Cfr. OR, vol. 11, pt.1, p.276; J.E. Johnston, Narrative of Military Operations, cit., pp. 124-25.
268. Lettera di C.M Wilcox a D.H.Hill del 6 febbraio 1869 presso i Daniel Harvey Hill Papers, Chapel Hill, University of North Carolina.
269. Cfr. E.C. Wall "Twentieth-Two North Carolina" in W. Clark (a cura di), Histories of Several Regiments and Battalions from North Carolina in the great war 1861-65. 5 voll., Goldsboro, NC: Nash Brothers, 1901, II, p. 199.
270. Cfr. R.E. Lee a J. Davis, 24 agosto 1862 in C.Dowdey e L.H. Manarin (a cura di) The Wartime Papers of R.E.Lee, Boston; Houghton & Mufflin, 1961, p.258.


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Messaggio  HARDEE il Sab 21 Apr 2012 - 13:36

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Messaggio  HARDEE il Sab 21 Apr 2012 - 18:44

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Messaggio  Jubal Anderson Early il Dom 22 Apr 2012 - 10:33

E' mia ferma convinzione che questo lavoro debba essere pubblicato. La scrittura del nostro Banshee è avvincente a dir poco - compito difficile, nel mare magnum di di fatti, fatterelli e riferimenti bibliografici da vagliare - e le mappe del Generale Hardee, bellissime, sono tanto belle quanto chiare e dettagliate.

Pare davvero impossibile come un insegnante di matematica, apostolo della razionalità, e una mente così acuta - quale fu Daniel Harvey Hill - abbia trascurato le più elementari e - soprattutto - logiche norme di sicurezza in fase di avanzata, in questo frangente.
Mi fa ancora male la spalla... Mad

Per concludere, riporto un esercizio tratto dagli Elementi di Algebra che D.H.Hill scrisse durante il periodo in cui fu insegnante al Washington College. La dice lunga sulle simpatie del futuro generale.

"Il campo di battaglia di Buena Vista si trova a 6,5 miglia da Saltillo. Due volontari dell'Indiana fuggono dal campo di battaglia nello stesso istante. Uno corre mezzo miglio all'ora più veloce dell'altro, raggiungendo Saltillo 5 minuti e 54 e 6/11 secondi prima dell'altro. Si richiedono le rispettive velocità di fuga."


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Messaggio  Banshee il Dom 22 Apr 2012 - 11:19

Caro Early,
Troppo generoso, ma ti ringrazio. Soprattutto spero di aver portato all'attenzione molte questioni sconosciute al piccolo grande pubblicodel nostro Forum. Quanto a D.H.Hill (anche qui un bell'esame della sua figura sarebbe necessario, essendo la biografia di Hal Bridges "Lee's Maverick Generale. Daniel Harvey Hill" oltreché assai datata - 1961 - anche assai imprecisa in molti punti: su Williamsburg ad esempio essa tace in toto) effettivamente Hill detestava gli Yankees al punto da utilizzarli nei suoi esempi per gli studenti, ridicolizzandoli e sbeffeggiandoli. Ma nel complesso D,H.Hill pur essendo un feroce combattente (v. Seven Pines - a breve - e soprattutto, Antietam, forse la sua giornata più felice) era un ufficiale con molti limiti che emergeranno specialmente nel corso della campagna di Chickamauga.

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Messaggio  HARDEE il Dom 22 Apr 2012 - 12:47

Signori, buongiorno!

Per chi volesse consultare l'opera originale del Maggiore [professore] Daniel Harvey Hill "Elements of Algebra" Philadelphia 1857 può digitare:

Ebook and Texts Archive > California Digital Library > Elements of algebra. e poi digitare il titolo
inerente Daniel Harvey Hill.


Credo che l'opera sia solo consultabile.


Buona lettura


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Messaggio  Giancarlo il Dom 22 Apr 2012 - 23:07

Letta tutta d'un fiato la tua opera Banshee, moltissimi complimenti anche da parte mia.
Attendo con ansia la continuazione.

P.S. Complimentissimi anche al Generale Hardee per le mappe!
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