Perchè Gettysburg

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  R.E.Lee il Ven 10 Gen 2014 - 18:18

Caro Banshee,
un esposizione davvero mirabile, complimenti!!! Very Happy  Attendo con ansia il resto!

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Ven 10 Gen 2014 - 18:24

Caro Stefano anche io mi sto godendo la lettura dell'amico Banshee, è un piacere leggere i suoi scritti.

Claudio
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Banshee il Ven 10 Gen 2014 - 19:01

6.- “Won almost by not losing”: paradossi e riflessioni sulla strategia di Lee.  
 
Per rispondere compiutamente alla prima domanda, occorrerebbe, parallelamente, condurre una lunga indagine sulle ragioni della sconfitta della Confederazione, o, se si preferisce, come abbiamo ricordato nell’incipit di questo breve scritto, della vittoria dell’Unione, un elemento troppo spesso dimenticato e che il generale Pickett rammentò a chi lo interrogava sulle motivazioni del fallimento di Gettysburg, sottolineando come il nemico avesse qualcosa a che fare con detta sconfitta. Basti dire che per spiegare i motivi della disfatta del Sud, interpreti e storici hanno elaborato non meno di trenta tesi che prescindano dagli eventi bellici, per dar conto della complessità del tema e della impossibilità di affrontare tale problematica in questa sede. In ciascuna di queste ipotesi, in modo più o meno accentuato, a nostro giudizio, vi può essere del vero e sostenere che fu un insieme di concause a determinare quel risultato, ci pare corretto. Ma qui ci limiteremo solo ad esaminare la questione sotto un angolo prettamente strategico-militare, giacché come qualcuno ha osservato, spiegare altrimenti un fatto basilare come quello di una sconfitta maturata su di un campo di battaglia, ossia con una politica fiscale sbagliata da parte dei meridionali (una tassazione solamente dell’1% nel Sud, del 23% nel Nord, con conseguente indebitamento progressivo dello stato confederato e necessità di ricorrere a prestiti obbligazionari semrpe più pesanti) costituisce una assurdità talmente ovvia da non dovervisi neppur soffermare. Nel 1913, un giovane ufficiale di Stato Maggiore dell’esercito americano, Robert A. Bruce, pubblicò un lungo articolo sulla strategia della guerra civile. Una delle sue tesi di fondo, poi ripresa più di recente con ulteriori argomenti da altri storici e interpreti del periodo al punto da farla divenire oggetto di vere e proprie monografie, se non proprio arringhe accusatorie, è che la strategia offensiva propugnata da Lee, alla fine, costò un numero di perdite per i confederati, assolutamente insostenibile, considerato il differente bacino umano tra le due sezioni: circa 6 milioni di uomini atti alle armi nel Nord, contro i poco più di 1 milione e 400 mila del Sud. Senza apportare alcun vantaggio alle fortune della Confederazione, insomma, la condotta audace e aggressiva di Lee, finì con il danneggiare, piuttosto che aiutare il Sud; ciò si sarebbe visto particolarmente nel 1864, quando ormai privatosi di una forza sufficiente per resistere all’offensiva di Grant, Lee fu costretto a ripiegare sulle trincee di Richmond, segnando il fato stesso della Confederazione. E’ bene specificare che qui non si parla di errori tattici o di responsabilità per un attacco fallito in una singola battaglia, ma dell’approccio strategico, appunto, complessivo, secondo quanto già premesso all’inizio di questa analisi. Ad ogni buon conto, l’esempio più stringente di questo approccio, è dato dalla campagna di Gettysburg. Cosa avrebbe dovuto fare Lee in quell’occasione, per tale scuola di pensiero, è presto detto: restare sulla difensiva, arroccato lungo la  linea del Rapahannock-Rapidan, limitandosi a respingere gli attacchi federali e più in generale evitando di correre rischi, di assumere l’offensiva e soprattutto di combattere se non costrettovi dalle circostanze. Il logorio prodotto dalle futili iniziative unioniste, avrebbe causato il progressivo sfaldamento del morale settentrionale e si poteva sperare, così, che si addivenisse ad una pace con il Nord. L’esempio da seguire, sarebbe stato, insomma, quello della guerra di Indipendenza americana e di George Washington, il quale, attraverso un’abile condotta difensiva, anche a costo di cedere terreno, riuscì con il tempo ad avere la meglio sugli inglesi; qualcuno, poi, si è persino spinto ad indicare la guerra del Vietnam, come modello per la Confederazione: scongiurando di combattere in campo aperto contro un nemico dotato di armamento superiore, ma ricorrendo a tattiche di guerriglia, l’esercito vietcong alla lunga riuscì ad avere la meglio sul colosso tecnologico americano. In estrema sintesi, secondo tali autori, il Sud avrebbe potuto guadagnare la propria indipendenza semplicemente “vincendo evitando di perdere”. Per vero, l’intera tesi appare, a dir poco, una strampalata curiosità storica, tanto essa appare infondata e slegata dagli eventi, oltreché dal contesto in cui essi maturarono. In primo luogo è facile osservare come tutti costoro - i quali paradossalmente, sono poi, proprio i più accaniti accusatori del presunto localismo di Lee e del suo preteso disinteresse per gli altri fronti che non fossero la Virginia e dintorni - abbiano finito per perdere di vista la globalità dei fronti e dell’intero teatro di operazioni della guerra civile. E’ infatti facile osservare come qualsiasi fosse stata la strategia perseguita da Lee - ossia offensiva ovvero passiva e meramente difensiva in Virginia, come da loro suggerito- essa avrebbe avuto una sua logica, alla precisa condizione che, contestualmente, ad ovest (con tale dizione geopolitica escludendosi il Trans Mississippi dal nostro assunto), si riuscisse a bloccare altrettanto efficacemente le iniziative unioniste; detto più brutalmente, che ad occidente esistesse anche un solo ufficiale al comando, non diremmo della statura di Lee, ma che sapesse quantomeno contrastare, con un minimo di risultati, le offensive settentrionali. Sennonché l’analisi degli eventi succedutisi nell’ovest, sotto tale profilo, è desolante. In quasi quattro anni di guerra, colà i confederati riuscirono a vincere una sola battaglia di un qualche rilievo: quella di Chickamauga, peraltro con terribili perdite, superiori a quelle del nemico. Nello stesso periodo possiamo annoverare come vittorie meridionali di un qualche significato strategico-tattico, tralasciando le molte altre minori o che non mutarono sostanzialmente gli equilibri: la campagna dello Shenandoah del 1862, prima e seconda Manassas, Fredericksburg, Gaine’s Mill e di fatto la campagna dei 7 giorni, Chancellorsville, Wilderness, Cold Harbor, Tupelo, Brice Cross Roads, Valverde, Palmetto Ranch, Sabine Pass, Olustee, Honey Hill, Secessionville, assalto a Fort Wagner, Fulton, Wilson Creek, Mansfield, Poison Spring, Lexington, Marks Mill (1) . Cioè a dire, tutte affermazioni meridionali avvenute ai margini del Dipartimento dell’Ovest,nel Trans Mississippi, ovvero verificatesi sul fronte orientale. In termini comparativi, se è vero che Lee, ad esempio, subì circa 90.000 perdite nel periodo di comando fino a Gettysburg, nel medesimo tempo i confederati sul fronte ovest persero non meno di 100.000 uomini. Con due differenze sostanziali: abbandonarono anche importanti centri urbani, impianti manifatturieri, interi stati o la loro quasi totalità (come il Kentucky, vitale per la Confederazione, sia strategicamente che logisticamente, o il Missouri) senza infliggere nessun apprezzabile danno al nemico; alla mente vengono le vicende di Fort Donelson, dell’Isola nr.10, di Port Hudson, di New Orleans, di Vicksburg stessa, con guarnigioni e armate intere che si arrendevano quasi senza colpo ferire. Con ogni probabilità perdendo la guerra. E si noti bene che gli ufficiali al comando nell’Ovest, neppure potevano accampare come scusante un’inferiorità numerica rispetto al nemico, come invece accadeva in Virginia. Anzi, nelle prime fasi della campagna di Fort Donelson, a Pea Ridge, Shiloh il primo giorno, a Baton Rouge, Iuka, Corinth, Praire Grove, in alcune fasi della campagna di Vicksburg, a Milliken’s Bend, Helena, Chickamauga, Peachtree Creek, Franklin, Spring Hill essi godettero di un vantaggio nei numeri o di una sostanziale parità. Persino in Georgia, nel 1864, la superiorità del nemico rispetto a quella esistente in Virginia nel medesimo periodo era meno accentuata. Eppure persero tutti quegli scontri o campagne, ad eccezione di Chickamauga. Certo, come è stato giustamente osservato, alcuni fattori congiuravano contro gli ufficiali che si trovavano ad operare ad ovest, come la disposizione geografica di fiumi e catene montuose, l'enorme spazio da difendere, un sistema di trasporti inappropriato, un’economia particolarmente arretrata e, più in generale, quel sistema di dipartimenti e distretti di cui abbiamo ampiamente parlato che non favoriva certo la concentrazione delle truppe all’interno di un territorio vastissimo né certezza circa le rispettive competenze, specie sul fiume Mississippi. Ma quando si passava ai fatti e si arrivava sul terreno di battaglia, per un motivo  per un altro, laggiù i confederati uscivano sempre sconfitti. Se seguissimo dunque quella linea di ragionamento da cui siamo partiti dovremmo giungere ad una conclusione inequivocabile: anche Lee avesse battuto 10, 100, 1000 volte Grant in Virginia, sul Rapidan, senza permettergli di avanzare oltre e arrivare a Richmond, nell’aprile 1865 o, al più tardi, un mese dopo, la guerra sarebbe stata perduta ugualmente, dato che vi sarebbe comodamente giunto William T. Sherman, dalla porta posteriore. Qualcuno obietterà: Richmond non era la chiave di volta della guerra. Forse sì, forse no. Accedendo comunque a tale ultima prospettiva e ammettendo che comunque Lee, sul Rapidan, non si sarebbe arreso dopo la caduta della capitale, Sherman avrebbe proseguito nella sua marcia e circondando l'Armata della Virginia Settentrionale; a quel punto tutto sarebbe finito. Quanto all’ipotesi che occorresse guadagnare tempo, ancora una volta tale idea pare a dir poco un’amenità, se inserita nel contesto globale della guerra. Anche volendo considerare Gettysburg una grave sconfitta (il che è vero, ma solo in senso strategico) occorre rammentare che successivamente ad essa, sul fronte orientale, gli unionisti per un motivo o per un altro, attesero oltre dieci mesi prima di muovere all’offensiva, mentre nello stesso periodo, a costo di perdite umane ben più gravi, i confederati cedettero oltre al Mississippi pressoché intero, anche il Tennessee e varie altre zone più periferiche. Nel novembre 1864, ammettendo, per pura ipotesi, che Lincoln corresse davvero il rischio di non essere rieletto e concedendo, sempre in tesi, che il suo rivale, George McClellan, fosse favorevole ad una soluzione pacifica del conflitto, quale evento determinò la rielezione del Presidente uscente? La caduta di Atlanta, senza dubbio. Che poi sia stata responsabilità di Johnston o Hood, poco importa. Rimane lo straordinario strabismo di quella tesi. In questo contesto, il secondo paradosso, come ha suggerito Richard M. McMurry, è che personaggi mediocri o di seconda caratura come i generali Leonidas Polk - che qualcuno abbia potuto definirlo “un abile ufficiale”, ripugna alla logica più elementare –  nel corso della sua sciagurata occupazione di Columbus e campagna di difesa del Mississippi (conseguenze: fine della neutralità del Kentucky e sua perdita, apertura dei fiumi Cumberland e Tennessee alle navi uniniste caduta di Forts Henry e Donelson, Isola nr.10, circa 30.000 uomini sottratti a Shiloh) e William W. Loring, durante l’intero mese di maggio del 1863 a Vicksburg e dintorni, ma specie a Champion Hill (conseguenze: possibili vittorie gettate al vento, assedio di Vicksburg),  abbiano finito con il determinare con il loro comportamento, o meglio, con la loro totale inettitudine, il corso degli eventi molto più dei presunti errori di Lee a Gettysburg (2). Che costui abbia commesso in quell’occasione, alcuni sbagli, è pacifico, anche se le responsabilità più pesanti, gravano, a nostro giudizio, sui suoi ufficiali di corpo d’armata e, in misura minore, su altri ancora. Ma dette pecche rappresentano nulla, se rapportate alle devastanti conseguenze, come visto, di quegli errori che determinarono, qui sì, il fato della Confederazione o, quantomeno, lo accelerarono a dismisura. Sotto tale profilo, molto del tempo a disposizione per la Confederazione era già volato via: ed era successo ad occidente degli Allegheni, non ad Est. Allungare la guerra, a quel punto già aveva poco significato, a meno che nell’ovest non si riuscisse a riguadagnare il terreno perduto per tempo. O quantomeno non si fosse in grado, colà, di fermare gli unionisti in qualche punto, tenendoli a bada per anni. Il che non avvenne mai, passandosi di sconfitta in sconfitta.
 
(1)Si potrebbe discutere a lungo su altri scontri, come la serie di successi tattici intorno a Richmond e Petersburg nel periodo 1864-65 o anche sulla vittoria di Kennesaw Mountain in Georgia o, ancora, su quella di Chickasaw Bayou nel Mississippi, su Cedar Mountain e Ox Hill in Virginia: ma oltre a rappresentare limitate affermazioni, esse non cambiarono sostanzialmente il corso degli eventi.
(2) Cfr. R.M.McMurry, The Fourth Battle of Winchester: Toward a New Civil War Paradigma, Kent,OH: The Kent State University Press, 2002, cap. 6,7.
 
(19.- CONTINUA)
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Banshee il Lun 13 Gen 2014 - 18:51

Questa situazione strategica complessiva dei fronti e la superiorità numerica dei federali, presentano una singolare analogia con la campagna di Normandia dell’estate del 1944. Anche allora, dopo il fallimento della difesa perimetrale (caduta del Vallo Atlantico) e la penetrazione alleata sul territorio, il comando supremo germanico, al pari dei confederati, si era trovato a fare i conti con un divario nelle forze che era destinato ad aumentare progressivamente e con una schiacciante superiorità logistica degli avversari. Ma le analogie non si fermano qui. Esattamente come nel corso della guerra civile americana, la situazione complessiva presentava due fronti, in un certo qual modo, disomogenei tra loro: quello tenuto dagli anglo-canadesi, al comando di Bernard Montgomery, e quello americano, diretto (nella sostanza) da Omar Bradley. Sul primo, i germanici avevano raggiunto una situazione di sostanziale stallo, impedendo ai britannici di raggiungere le pianure a nord di Caen, reale obiettivo strategico di Montgomery per poter lanciare la superiore forza corazzata di cui disponevano gli alleati, bloccata dalla natura del terreno intorno alla costa della Manica (il bocage normanno); insomma, una sanguinoso pareggio che ricorda molto da vicino quello stabilitosi sul fronte orientale, tra l’Armata della Virginia Settentrionale e l’Armata del Potomac. Sull’altro, gli americani mano a mano avanzavano, catturando intere guarnigioni (Cherbourg) un po’ come sul fronte dell’ovest, fecero i federali quasi cento anni prima. Anche nel caso della Normandia, la complessiva leadership militare, mostrava una certa similitudine con la guerra tra Nord e Sud nel nuovo Continente: mentre sul teatro di operazioni americano, i tedeschi apparivano incerti e confusi, su quello anglo-canadese, Erwin Rommel sembrava dominare gli avversari, bloccandone ogni iniziativa. Il fallimento dell’operazione Goodwood, progettata da Montgomery, si può in una certa qual maniera paragonare alla sconfitta di Fredericksburg. Sino a quando l’arrivo di George Patton sul fronte americano, (che può essere accostato ad un Grant, sotto molti profili) non diede il là ad un’offensiva inarrestabile. La soluzione che tentò di dare l’alto comando germanico prima dello sfondamento di Patton, era l’unica possibile: passare immediatamente e risolutamente all’offensiva laddove fosse possibile, vale a dire nel settore britannico, anche in considerazione della presenza di unità d’èlite e in generale di una maggiore coesione morale (esattamente come per l’armata di Lee), di un comando complessivo superiore all’avversario (Lee, Jackson e Longstreet) e di una disposizione geografica più favorevole (vicinanza alla costa, un po’ come il Nord era assai da presso alla Virginia); dato che il tempo lavorava contro l’adozione di una strategia difensiva - che pure sembrava dimostrarsi efficace su un fronte, mentre sull’altro produceva un costante arretramento, oltre che perdite sempre maggiori - il problema era stato ben individuato dallo stato maggiore tedesco: resistere su di un’ala, mentre l’altra cedeva, avrebbe condotto all’avvolgimento anche della prima. Che poi per vari motivi, tale soluzione non abbia funzionato (tra cui il ferimento di Rommel e un insieme di circostanze sfortunate), o meglio, non si sia riusciti concretamente a metterla in opera, è un altro discorso. Anzi, l’impossibilità di esecuzione di quell’audace piano, condurrà i tedeschi ad operare disperatamente contro l’ala avvolgente americana, cui seguirono la disfatta di Mortain e la sacca di Falaise, con il crollo dell’intero fronte. Analogamente, ragionare in termini di separazione dei due teatri di operazione e immaginare che i confederati, dovessero adottare una uguale strategia difensiva su ambo i fronti innanzi all’evidente e inesorabile arretramento progressivo di uno dei due, destinato solo ad aumentare per il maggior potenziale dell’organica settentrionale, sino a travolgere anche l’altro, aveva e ha poco senso logico. Era consapevole Lee di tutto ciò? Probabilmente sì, come dimostrato dalla scarsa fiducia nei comandanti dell’ovest insita nelle motivazioni con cui si oppose all’invio di Pickett a Vicksburg. Come accennato più sopra, Lee era un attento lettore della stampa e senza dubbio aveva seguito con sempre maggiore preoccupazione gli eventi ad occidente, traendone l’unica conclusione possibile in termini strategici: tentare di rovesciare il risultato della guerra ad est, mediante un’audace offensiva; se dunque quella era l’indiscutibile realtà delle cose, stare a guardare attendendo l’ennesima offensiva unionista non avrebbe condotto ad alcun risultato. Lo storico Steven Woodworth ha usato una metafora sportiva assai efficace per descrivere quella situazione, immaginando un quadrato pugilistico con i due contendenti, Nord e Sud, impegnati in un match, con Lee che cercava di vincere per ko ad Est, prima che la Confederazione perdesse ai punti ad Ovest. Era l’unica strategia che avesse una, seppur minima, chance di successo. Il terzo paradosso che scaturisce dalle tesi propugnate dai critici di Lee, è quello che potremmo definire di Fredericksburg. Come è noto, il 13 dicembre 1862, il generale unionista Burnside, dopo aver gettato un ponte di barche sul fiume Rapahannock, presso la cittadina virginiana di Fredericksburg, tentò invano per un’intera giornata di assaltare una posizione naturale fortissima su cui si era ben schierata l’armata di Lee, la quale non fece altro che respingere ogni attacco, uno dopo l’altro. Il risultato di quella tragica giornata fu un terribile scotto di vite umane per gli unionisti: circa 13.000 morti, feriti e prigionieri contro i poco più di 5.000 subiti dai confederati. Quell’esempio, si ragiona, costituiva la prova evidente che la difesa aveva la meglio sull’offensore: non c’era che da seguirlo. Inutile prendere rischi offensivi, meglio attendere sul Rapahannock il ripetersi degli eventi. Ora, si può davvero credere con serietà che ogni ufficiale settentrionale posto al comando dell’Armata del Potomac, fosse disposto a lanciarsi contro il muro di pietra e la sunken road di Marye’s Heights, senza provare, invece ad aggirare il nemico o comunque evitando di confrontarsi in campo aperto contro posizioni inattaccabili? Magari ricorrendo all’idea di sfruttare la superiorità navale unionista per sbarcare nelle vicinanze di Richmond? Idea che, per inciso, nonostante tutte le problematiche individuate da Lincoln (e i bastoni messi tra le ruote), aveva condotto McClellan molto vicino a vincere la guerra dopo solo un anno, prima che intervenisse, guarda caso, provvidenzialmente Lee, il quale scongiurò i disastri combinati da Johnston nella difesa della capitale. Se è vero che Lincoln, dopo quell’esperienza, aveva espresso la propria opposizione più ferma ad ogni progetto di operare sui fiume James e York, imponendo così, la propria (miope) visione ai suoi ufficiali - strategia che individuava nella distruzione totale dell’armata di Lee l’unico obiettivo strategico sul fronte orientale sicché non è sbagliato dire egli così facendo diverrà il più grande killer di americani della storia - è anche vero che sia Hooker (campagna di Chancellorsville) che successivamente Meade (campagna di Mine Run), non commisero quell’errore. Insomma la tesi secondo cui Lee avrebbe dovuto attendere le mosse del nemico, si basa su di un postulato a dir poco assurdo: ossia che il nemico stesso collaborasse a trasformare la sua difesa, in una serie interminabile di piccole o grandi Fredericksburg. Il paradosso è chiaro: per questa prospettiva, i confederati abbandonata ogni genere di iniziativa avrebbero potuto solo pregare e sperare che Lincoln mettesse al comando una manica di folli e incompetenti. Meglio ancora: aspiranti suicidi. Peraltro, come dimostrato dall’impressionante studio statistico degli effettivi delle armate confederate nel 1864 condotto da Steven Newton, all’apertura della grande offensiva di Grant di maggio di quell’anno, il numero degli uomini a disposizione di Davis, era pari, se non addirittura superiore, a quello sotto le armi nel maggio dell’anno precedente: sicché, parlare di esaurimento delle forze a causa della dissennata strategia offensiva propugnata da Lee, pare già errato solo per questo. Era mutata, però, la distribuzione: ora i confederati erano costretti ad una maggiore concentrazione-dispersione, nel tentativo di parare ogni puntata offensiva del grandioso piano di Grant, il quale aveva compreso, da grande stratega qual egli era, che per piegare il Sud definitivamente occorreva muovere all’offensiva in più punti in contemporanea, coordinando anche temporalmente tra loro l’avanzata delle sue armate, a riprova definitiva che attendere gli eventi per i confederati non aveva alcuna prospettiva vantaggiosa.
Né, a nostro giudizio, avrebbe avuto molto più senso invertire i fattori, come pure Davis aveva accarezzato di fare dopo Gettysburg in un paio di occasioni: vale a dire spostare il generale Lee ad ovest, perché assumesse il comando laggiù. A parte le difficoltà di ambientamento che avrebbe incontrato Lee e i suoi problemi di salute, Davis si sarebbe trovato di fronte ad un grave dilemma: a chi affidare le sorti del teatro virginiano? Le opzioni sul tappeto sarebbero state due, nella sostanza: Braxton Bragg e Joe Johnston. Con un deciso margine di vantaggio a favore di quest’ultimo, dal momento che Johnston avrebbe goduto non solo di un forte appoggio politico, ma anche di quello di numerosi ufficiali dell’Armata della Virginia Settentrionale: Longstreet in testa, come abbiamo visto, ma anche altri di influenti personaggi come “Jeb” Stuart. Wade Hampton, Edward Porter Alexander. Ora, ricollegandoci al paradosso da cui siamo partiti, è’ curioso che lo stesso Johnston non appena appresa la notizia della vittoria di Fredericksburg abbia sottolineato, con la consueta punta di gelosia e risentimento, come Lee avesse tutte le fortune, perché a lui non sarebbe mai potuto accadere che il nemico lo attaccasse in una posizione del genere. Johnston senza rendersene conto aveva esattamente inquadrato il problema: o meglio, il suo problema. Nessuno, infatti, mai sarebbe stato così idiota da attaccarlo frontalmente, vista la possibilità che egli offriva ai suoi avversari di prevedere i suoi movimenti e di conseguenza di aggirarlo sistematicamente, costoro sapendo in anticipo che egli non era uso rischiare mosse audaci: ossia dividere la sua armata, per parare le mosse dell’avversario. Quanto poi ad intimidire l’avversario (un fattore che Lee, proprio assumendo l’offensiva, aveva saputo ben inculcare nel nemico) non se ne parlava proprio: muovere audacemente per Johnston era contrario ad ogni logica militare, a meno che non si verificassero condizioni talmente favorevoli da assicurarsi la vittoria in anticipo. Insomma con ogni probabilità persino un comandante cauto come Meade - per non parlare di Grant - avrebbe approfittato della situazione per arrivare alle porte di Richmond, con ogni conseguenza del caso. Un’alternativa avrebbe potuto essere rappresentata da Longstreet: ma anche qui c’era poco da stare allegri; sebbene fosse indubbiamente un ottimo comandante di corpo d’armata, specie se spronato e ben diretto, lo scontro di Williamsburg e le campagne di Suffolk e Knoxville, dimostravano le sue modeste qualità di condottiero indipendente. In definitiva, un po’ come la storia della coperta corta, qualsiasi fosse stata la scelta, avrebbe condotto la Confederazione alla sconfitta, in un tempo ancor più ristretto, questa volta sul teatro orientale, dato il minor spazio, senza alcuna garanzia che Lee ad occidente potesse risolvere la guerra. L’accenno a Johnston, peraltro, ci conduce direttamente ad un’altra problematica: ossia l’idea che la Confederazione per vincere la guerra, dovesse adottare una strategia “fabiana” (da nome del condottiero romano Quinto Fabio Massimo, detto “il temporeggiatore”) di arretramento e logoramento dell’avversario, cedendo spazio per guadagnare tempo e risolvendo di sfruttare l’allungamento in profondità delle forze unioniste per colpire le loro linee di rifornimento. Del resto, in apparenza, il territorio della Confederazione, come già detto più sopra, era vastissimo e grosso modo per misura corrispondeva a quello della Russia europea; di conseguenza, prendendo ad esempio la strategia della terra bruciata perseguita del generale russo Kutuzov all’epoca dell’invasione napoleonica (1812) si sarebbe dovuto evitare di combattere, ma, piuttosto, sfruttare la manovra operazionale per retrocedere, fiaccando il nemico. Lungo questa linea di pensiero, la condotta del generale Johnston nel corso della campagna di Atlanta è stata portata a modello da Russel F. Weigley (e qualcun altro) come esempio pratico di ciò che si sarebbe dovuto fare sin dall’inizio del conflitto. Preliminarmente, sarebbe facile osservare che tale idea non avrebbe avuto alcuna concreta speranza di successo sul teatro virginiano, dato l’esiguo spazio di manovra esistente, a meno di non sacrificare Richmond: una prospettiva del tutto irrealistica e che avrebbe condotto immediatamente nella tomba la Confederazione, vista l’importanza non solo psicologica, politica, economica e morale della capitale, ma anche il valore decisivo degli impianti manifatturieri per la logistica militare sudista. In secondo luogo si potrebbe pure rilevare che alla luce delle più recenti ricerche e indagini su quella campagna (anzi, le uniche condotte in modo scientifico-storico, con appropriate monografie), nessuno più sembra dar molto credito al vecchio Joe e alla validità ed efficacia della sua manovra ritardatrice né al vecchio adagio secondo cui la sua rimozione alle porte di Atlanta, segnò il destino della città e con esso della Confederazione. Anche in questo caso, insomma viene a galla un curioso paradosso: i più acerrimi critici del presunto anacronismo di Lee sembrano essi stessi prigionieri di un pensiero antiquato, fermo alla ricerca storiografica degli anni 60’, quando ancora cioè si dava credito alle tesi di Johnston. Qualcuno forse dovrebbe informare tutti costoro che la “magistrale” campagna di Johnston, mentre non stava arrecando alcun significativo danno al nemico, stava procurando un numero di perdite proporzionalmente assai maggiore al suo esercito. Né del resto, si potrebbe certo sostenere che egli aveva comunque mantenuto la forza combattiva dell’armata, se essa non veniva impiegata in battaglia con successo. Qual era lo scopo strategico di Johnston? Indubbiamente, quello di fermare Sherman: o, quantomeno, di tentare di bloccarlo. Al contrario, non sapremo mai come avrebbero reagito gli unionisti ad un’eventuale sconfitta della stessa grandezza di quella subita a Wilderness da Grant: e non lo sapremo proprio perché Johnston, adottò una strategia esclusivamente di arretramento. Possiamo anche ammirare sotto un profilo strettamente militare le sue brillanti manovre di sganciamento di fronte al nemico, ma rimarrebbe sempre il problema principale: in meno di due mesi egli aveva perduto il controllo di un’importante zona strategica ed economica e aveva demoralizzato i suoi uomini. Un punto molto importante su cui torneremo a breve. Ma prescindendo da queste pur assorbenti considerazioni, una strategia “fabiana” avrebbe davvero avuto qualche utilità? In realtà, tale tesi pare alquanto bislacca e si basa su di un completo travisamento della realtà sociale, economica, geografica e politica della Confederazione: se adottata sin da subito dai vertici militari confederati avrebbe condotto al disastro il Sud nel giro di pochi mesi.
In primo luogo, essa sembra ignorare completamente la disposizione geografico - strategica di quell’ampio spazio di cui parla e l’ubicazione dei territori realmente vitali per la Confederazione: sistemazione che, in realtà, riduceva ampiamente la superficie che essa poteva cedere senza problemi. Il Texas, stato che poco dava all’economia sudista sia in termini di uomini che di risorse, e che rappresentava un teatro di guerra del tutto secondario in cui ambo le parti impegnarono poche migliaia di combattenti, da solo aveva un’estensione di 420.000 chilometri quadrati, ossia 1/3 dell’intero Sud. Se a ciò si aggiungono i territori altrettanto poco rilevanti di parte della Louisiana e del Mississippi situati ad ovest dell’omonimo fiume, la riduzione del complessivo territorio di significativa importanza della Confederazione giunge alla metà, come acutamente sottolineato anche da Archer Jones, secondo cui l’isolamento dei spazi dell’Ovest dal resto della Confederazione dopo la caduta di Vicksburg nel luglio 1863 ebbe “poca concreta importanza strategica dal momento che i Confederati avevano da tempo così pochi traffici attraverso [il Mississippi] che essi perdettero virtualmente nulla”. Se è vero che attraverso Matamoros nel Messico e il porto di Galveston nel Texas, sino al termine del conflitto continuarono ad arrivare armi e merci queste di fatto rimasero sempre nell’ambito del Trans Mississippi, un po’ per miopia e disinteresse dei vertici politici confederati, sia per precisa volontà delle autorità militari locali e in particolare di Kirby-Smith, al punto che qualcuno accennava a quel territorio come al “regno di Kirby-Smith”. Anche la Florida, ampie zone costiere del South Carolina e degli stati che si affacciavano sul Golfo del Messico, tutto il massiccio degli Appalaci risultavano privi di autentico valore. La sfera vitale della Confederazione, il suo cuore strategico si trovavano racchiusi in un quadrilatero irregolare di forma allungata rettangolare che partendo dalla costa orientale e la Virginia si estendeva da nord a sud sino ai confini con la Florida, per poi piegare ad angolo e proseguire verso ovest sino a New Orleans, mentre il vertice superiore, a nordovest, coincideva con i confini con il settentrione, i quali si spingevano dapprima come un nucleo nel territorio meridionale attraverso il Tennessee sino al Kentucky per riconnettersi a est, superato il massiccio appalaciano e attraverso la Valle dello Shenoandoah, alla Virginia; i lati minori erano costituiti dal fiume Mississippi a ovest e dalle coste atlantiche a est. All’interno di questo ideale rettangolo, lo spazio di manovra era in realtà poco vasto, proprio perché i vertici di questa figura erano assai più ampi dei lati minori, con corridoi di invasione più numerosi, mentre la distanza da percorrere in linea retta da nord verso sud per giungere all’altro capo era, in effetti, mediamente di soli 500 chilometri, se si esclude la penisola della Florida. Peraltro i punti nevralgici del paese ossia le città di Richmond all’est e Atlanta all’ovest erano posti, rispettivamente, a soli 70 km dalla linea ideale del fronte virginiano e a 100 km dal confine con il Tennessee; insomma, come è stato notato “per una nazione il perseguimento con successo di una strategia di difesa necessita di una vasta e ricca zona centrale nella quale poter arretrare. Sfortunatamente per il Sud, il suo cuore era posizionato sulla sua frontiera”. A ciò si aggiunga che il dominio unionista dei mari e dei corsi d’acqua che circondano o attraversano la Confederazione, riduceva ulteriormente lo spazio utile di manovra, moltiplicando, al contempo, i punti da cui lanciare, in posizione relativamente avanzata, eventuali offensive. I tre principali fiumi del Sud, ossia il Mississippi, il Cumberland e il Tennessee, tutti navigabili, costituivano a tutti gli effetti tre autostrade e punti di appoggio (non presenti in Russia) che erano incuneati nel cuore del Sud: il loro controllo non solo costituiva un ideale trampolino di lancio per offensive che partissero da posizione centrale, ma garantiva anche la possibilità di rifornire le truppe senza dover percorrere lunghi percorsi sulle strade assai accidentate del meridione; all’epoca un bastimento a vapore di medie dimensioni era in grado di trasportare oltre 50.000 uomini equipaggiati in soli due giorni e poteva rifornire un’armata comodamente. Vi era poi un’altra sostanziale differenza, sul piano dei trasporti e logistico, con la campagna di Russia: l’esistenza della ferrovia. Per quanto, come visto esse fossero assai arretrate e di modeste dimensioni specie ad ovest, nondimeno l’opera ingegneristica degli unionisti e la loro capacità industriale avevano in parte risolto il problema di adattare quel primitivo tessuto viario alle esigenze della guerra moderna. Mentre non si poteva neppure far conto sul suo terribile clima invernale, differentemente dalla Russia dell’800’, che offriva uno spazio davvero illimitato oltre la città di Mosca, un arretramento di 500 km. sarebbe terminato nel mare o in un punto in cui le truppe avrebbero dovuto per forza bloccarsi e attaccare disperatamente il nemico, perdendo anche il vantaggio teorico di combattere tatticamente sulla difensiva. Sicché, in sostanza, retrocedere ad oltranza avrebbe significato solo accompagnare per mano il nemico dentro le arterie di questo cuore e offrire ad esso la possibilità di condurre le operazioni belliche sul suo terreno preferito: una guerra d’assedio.
Sul piano sociale, una strategia basata sull’arretramento, avrebbe significato la perdita del controllo sulla popolazione negra, con un inevitabile tracollo dell’economia sudista, mentre gli schiavi liberati, sarebbero andati a infoltire le fila unioniste. Gli è che nel Mezzogiorno, gli schiavi assicuravano la produzione di beni agricoli e di manufatti industriali, “liberando” una gran quantità di bianchi per l’arruolamento: erano dunque un dispensabile supporto per l’esistenza stessa del primitivo tessuto socio-economico meridionale. Sul piano più strettamente militare, poi, si rivelarono un preziosissimo ausilio, ausilio, poiché furono impiegati in numero sempre maggiore per la costruzione di forti, bastioni e trincee laddove ve ne fosse necessità: specie sul fronte virginiano, grazie alla loro presenza, grandi opere di fortificazione furono realizzate attorno ai due principali centri politico-economici dello stato, vale a dire Richmond e Petersburg. Alla fuga dalle zone controllate dalla Confederazione, peraltro, faceva seguito il loro arruolamento nelle file unioniste; sotto questo profilo si può dire che, sebbene considerati dai vertici militari federali indisciplinati e assai poco adatti ai campi di battaglia, e quindi utilizzati per lo più per compiti logistici e di controllo del territorio (quantomeno sino alla fine del 1864), non di meno il contributo della popolazione schiava liberata si rivel fu assai importante per la causa unionista. Nel complesso un totale di 7.122 ufficiali e 178.895 soldati - di cui si calcola che circa l’80% provenisse dai territori della Confederazione - inquadrati in 166 reggimenti con la denominazione di United States Colored Troops militeranno sotto la bandiera a stelle e strisce. E proprio perché gli ex schiavi furono massimamente adibiti a compiti di sorveglianza delle retrovie o spediti nei servizi logistici, anche il teorico vantaggio di un allungamento delle linee di rifornimento unionista o la necessità da parte dell’invasore di adibire parte delle truppe al controllo delle zone occupate sottraendole alla prima linea, veniva meno. Sta di fatto che laddove il teatro di operazioni era stabilmente controllato sulla frontiera e sul territorio da un’armata confederata, come nel caso della Virginia, il numero di schiavi che raggiunsero la libertà fu notevolmente inferiore.

(20.-CONTINUA)

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Banshee il Mer 15 Gen 2014 - 17:11

Sopra ogni cosa, priva di schiavi, senza chi lavorasse i campi di cotone, sarebbe venuta meno l’essenza stessa della società sudista e le ragioni della nascita della Confederazione medesima, se è vero, come è vero, come esse costituissero peculiarmente il prodotto di uno spirito che sorgeva dall’incontro, compenetrazione e fusione tra il mondo aristocratico dei proprietari di schiavi e questi stessi, secondo quanto mirabilmente illustratoci da Raimondo Luraghi, in quella che è stata senza dubbio alcuno la parte più felice e riuscita dei  suoi lavori (1). Questo senso di precarietà, di dissoluzione, quasi di urgente difesa e conservazione di una civiltà intera che scompariva laddove gli unionisti riuscivano ad arrivare e a mettere radici, si vede bene nel pensiero di Lee (un punto che, ci pare, nessuno abbia sottolineato), allorquando ammoniva le autorità governative circa la necessità di far comprendere agli uomini e alle donne del Sud intero come, ogni loro sforzo, dovesse essere concentrato sulla guerra e in particolar modo sull’incremento degli effettivi dell’esercito, poiché, diversamente “visto il grande aumento delle forze del nemico, la brutale e selvaggia politica che esso ha proclamato [di voler applicare, qui l’accenno con ogni probabilità è al proclama di emancipazione di Lincoln ], che non ci lascia alternative tra il nostro successo o una degradazione peggiore della morte”, ne sarebbe conseguita “la distruzione del nostro sistema sociale”(2) . E più tardi, a pochi mesi dalla fine della guerra, nel sollecitare l’adozione di una legge che permettesse l’arruolamento della popolazione schiava tra le fila confederate, egli metteva in guardia sui pericoli insiti nella penetrazione del nemico sul territorio spiegando che “il suo avanzare, gli permetterà di aggiungere [gli schiavi] alle sue fila, e al tempo stesso di distruggere [l’istituzione] della schiavitù, in maniera molto più pericolosa della stessa guerra [condotta] contro il nostro popolo”(3) . Queste stesse ragioni spiegano, inter alia, per quale motivo un eventuale arretramento delle forze armate e ricorso alla guerriglia nelle zone occupate dal nemico, ovvero, tout court, l’adozione di una strategia basata unicamente sull’utilizzo di bande di guerriglieri contro gli invasori, senza alle spalle l’esistenza di un apparato politico e militare visibile e presente sul territorio, avrebbe fallito miseramente. Al di là di ogni altra problematica, tale opzione avrebbe alimentato solo le speranze di qualche disperato o le ambizioni ben più misere di qualche bandito, ma non avrebbe avuto alcuna concreta chance di successo: una volta crollato il sistema schiavistico, la popolazione civile non avrebbe avuto alcun interesse alla prosecuzione di una guerra strisciante contro l’invasore, sicché i guerriglieri si sarebbero con il tempo alienati la loro simpatia e il loro appoggio.  
Sul piano politico, poi, una politica fabiana di continue, incessanti ritirate avrebbe condotto alla disgregazione della Confederazione come unica entità nazionale nel giro di brevissimo tempo, se, come visto, essa doveva, anzitutto garantire a tutti i suoi componenti una difesa del loro territorio per preservare la sua stessa esistenza. Un semplice esame della provenienza dei componenti dei principali organi politici della Confederazione ci spiega il perché; al Senato confederato i rappresentanti degli stati di confine o dell’Upper South (Virginia, Kentucky, Tennessee, North Carolina, Missouri, Arkansas) totalizzavano 12 voti contro i 14 del Deep South (Mississippi, South Carolina Texas, Florida, Louisiana, Alabama, Georgia): una risicata maggioranza a favore di questi ultimi, dunque. Ma alla Camera, i voti dei primi ammontavano a ben 60 contro i restanti 46. In breve, la Confederazione, una volta stabilito di abbandonare a sé stessi i territori più a Nord, si sarebbe spaccata sul piano politico nel breve volgere di pochi mesi, se non addirittura, giorni (4).
Ancora, una strategia basata solo sulla retrocessione e difesa delle armate, avrebbe demoralizzato irrimediabilmente le truppe: un esempio, datoci proprio dalla campagna della Georgia del 1864. Secondo quanto narrato da Johnston, egli avrebbe avuto l’assoluta confidenza e affezione dei suoi uomini e prima della sua rimozione dal comando, il loro morale sarebbe stato assai alto. Un’affermazione, sino a qualche decennio fa, di fatto mai disputata o esaminata dalla storiografia, la quale, citando pressoché esclusivamente autobiografie e memorie dei veterani di quella campagna, pubblicate dopo la fine della guerra, ne ha sempre sostenuto la correttezza; sennonché i più recenti contributi in materia, attraverso l’esame delle fonti coeve (e quindi non influenzata dalla campagna d’opinione scatenatasi contro Hood per i suoi fallimenti) mutano il quadro significativamente. In breve, mentre il morale degli uomini appariva senza dubbio molto alto all’inizio della campagna, il continuo arretramento e la scelta strategica di Johnston di cedere terreno senza combattere, divennero, mano a mano  che l’armata retrocedeva, sempre più oggetto di dubbi, lamentele e contrasti tra le truppa (5). Tutto ciò accompagnato, significativamente, da un numero di diserzioni sempre maggiore, con proporzioni epidemiche, allorquando Johnston si ritirò sulla linea del fiume Chattahochee, a pochi chilometri da Atlanta: probabilmente non meno di 3.000 uomini, nel breve volgere di pochi giorni (6). Ciò può essere spiegato (senza mutare la questione di fondo) anche in base alla scelta del tutto errata dell’alto comando confederato “di impiegare le truppe per la difesa delle loro stesse case, giacché quella politica determinava una costante tentazione per gli uomini di assentarsi dal servizio militare ” (7).   Un fenomeno, più recentemente, sottolineato anche da uno studio specialistico interamente dedicato alla diserzione confederata, nel quale si rimarca però come, indipendentemente da questo problema, una strategia fabiana di continua difesa e ritirata determinasse un netto abbassamento del morale della truppa e un forte aumento nel numero dei disertori  8 ). Di conseguenza anche sotto il profilo del fenomeno dell’assenteismo e/o diserzione degli uomini, tale strategia si sarebbe rivelata assai dannosa, ampliando a dismisura gli effetti di una problematica già di per sé stessa grave.  
Tutto ciò, a sua volta, avrebbe negativamente influenzato l’opinione pubblica e il popolo confederato. Come ampiamente evidenziato dallo storico Gary W. Gallagher, le aspettative della gente comune sudista al pari di quelle dei commentatori e opinionisti dei periodici o dei politici, erano rivolte ad una strategia offensiva: quella il pubblico domandava, non continue ritirate che avevano solo come risultato il crollo della volontà di lottare nel Sud (9).
Circa, infine, l’esempio di George Washington e della sua strategia, poche parole. Si tratta in effetti di comparare due periodi storici e due situazioni del tutto differenti. A parte i progressi notevolissimi nella logistica e nel sostentamento delle truppe al fronte che dividono un’epoca in cui vigeva la c.d. regola dei “cinque giorni” (cioè le difficoltà di muovere le truppe a distanza di oltre cinque giorni dalle proprie basi operative) propria dell’età settecentesca, da quella che sotto alcuni profili può essere considerata la prima guerra moderna, come ha osservato oltre un secolo fa Rossiter Johnston, tra la guerra di Indipendenza americana e quella civile corre la stessa differenza che c’è “tra l’Oceano Atlantico  e la linea Mason e Dixon”, alludendo così al fatto che Inghilterra e continente nord-americano erano divisi da uno spazio enorme, rendendo difficile la gestione e il controllo sotto ogni profilo di un esercito, quello inglese, che si trovava a dover combattere a migliaia di chilometri dalla madrepatria (10) . Inoltre, tacendo di ogni altro aspetto, si può osservare come le forze coloniali americane godessero dell’appoggio di una potente nazione straniera (la Francia) e come ,la leadership politica inglese di fatto si disinteressò completamente della questione, delegandone completamente la gestione alle forze militari: ciò che, inellutabilmente, segnò l’esito del conflitto.
Ciò posto, si può ora dare un’unica risposta – affermativa – all’interrogativo da cui siamo mossi: sì, la strategia di Lee era la sola, sul piano concreto, che potesse dare qualche risultato e si sposava perfettamente con l’obiettivo del conflitto per la Confederazione: cioè, guadagnare l’indipendenza, non guadagnare tempo. Il Sud stava perdendo la guerra ad ovest e come unica speranza non restava che l’adozione di una politica militare aggressiva ad est. Una saggia e naturale decisione di natura politica e di strategia nazionale avrebbe dovuto assecondare e sostenere quel piano. Ma qui emerse il terzo (e forse maggiore) dei problemi che Lee dovette affrontare per vincere la sua battaglia e con essa quella della Confederazione. Non solo il nemico e l’incapacità degli ufficiali ad Ovest: anche il Presidente Jefferson Davis, con le sua visione strategica.
Adesso che si muoveva all’offensiva e che il suo piano di massima era stato approvato, Lee, per prima cosa chiese che la sua armata fosse rinforzata. Le tre brigate della divisione Pickett (quelle dei generali Kemper, Garnett e Armistead) che si trovavano a Richmond, una volta deciso che non sarebbero partite alla volta di Vicksburg, furono immediatamente aggregate all’armata. Ma non bastava: occorreva molto di più. Lee domandò che ritornassero dal North Carolina anche l’eccellente brigata di Micah Jenkins (forte di 2.644 uomini ) e quella virginiana di Montgomery Corse (circa 1.100 soldati) già parte della divisione Pickett, oltre alla ottima divisione del generale Robert Ransom composta dalla brigata Ransom stessa (3.067 uomini), e da quelle dei generali John R. Cooke (2.332 uomini) e Nathan “Shanks” Evans (circa 2.000). Si trattava di unità composte da buoni soldati, condotte da eccellenti ufficiali: in tutto, oltre 11.000 solidi veterani. Dopo infinite discussioni, lamentele, recriminazioni e recite (in)degne di un attore da parte del responsabile delle difese del North Carolina, l’acido generale Daniel Harvey Hill (il quale, sia detto per inciso, detestava Lee, cordialmente contraccambiato), Davis negò il proprio assenso per il ritorno delle unità, acconsentendo a che fossero spedite, in loro sostituzione, le sole brigate Davis (circa 2400 uomini) e Pettigrew (2.700 ca.) (11) . Insomma, oltre 6.000 uomini in meno, con due brigate del tutto inesperte al posto di unità testate e di sicuro affidamento. In Virginia stessa o nelle sue immediate vicinanze, si trovavano oltre 30.000 uomini sparpagliati qua e là, in attesa di immaginarie offensive; un fenomeno presente nell’intera Confederazione nel maggio 1863. In effetti uno studioso che abbia cura di esaminare l’insieme dei fronti e la concentrazione delle forze confederate nei vari teatri di operazione, rimarrebbe stupito dall’apprendere il numero di uomini, isolato in zone del tutto irrilevanti. Alla mente vengono gli oltre 15.000 uomini nell’Arkansas, i 6.000 nel Nord-ovest Virginia, i 16.000 nel South Carolina e i 9.000 nella Louisiana. Tutte truppe da cui sarebbe stato possibile trarre, attraverso un’abile e concertata politica dei vasi comunicanti, almeno altri 15.000 soldati da affidare al più abile condottiero della Confederazione per garantirgli una parità numerica con il nemico in quella che poteva essere un’occasione irripetibile: “mai più il Generale Lee avrebbe avuto un’opportunità così favorevole” scriverà a tal proposito Edwin B. Coddington, una delle massime autorità su Gettysburg (12). I principi della dispersione, occupazione e  controllo del territorio ancora una volta prevalevano. Gli è che, come ha acutamente notato Steven Woodworth “Davis muoveva dall’assunto che per vincere la guerra il Sud aveva bisogno solo di evitare di perdere. Le linee interiori e i vantaggi insiti nella difesa avrebbero consentito alla più debole Confederazione di porre nel nulla gli attacchi unionisti fino a quando il Nord si fosse stancato del conflitto. Egli quindi favoriva una grande strategia difensiva che tenesse quei punti chiave che consentissero al Sud di sostenere una guerra di lunga durata. Un’azione offensiva, nella misura in cui potesse abbassare il morale nemico e sollevare quello dei sudisti, era appetibile, ma entro i limiti di un ben calcolato rischio. Dal momento che la vittoria avrebbe potuto essere raggiunta - certamente – senza tali azioni, Davis era di norma disposto a rischiare su di esse solo nella misura in cui disponesse di risorse che egli credeva che il Sud potessi permettersi di perdere, senza compromettere le sue possibilità [di vincere] sino ad un esaurimento [della volontà] nordista. Come Davis, Lee era conscio che la Confederazione si trovava in grave svantaggio in termini di uomini, risorse finanziare e materiali. La sua soluzione, tuttavia, era proprio l'opposto di quella di Davis. Dal momento che il Sud era più debole, doveva colpire in fretta e con forza, guadagnando vittorie che potessero, come minimo, demoralizzare il Nord e, forse, anche temporaneamente paralizzare la sua forza militare. Se la guerra si fosse trascinata per anni, se il potenziale militare e industriale del Nord avesse avuto il tempo per una completa mobilitazione, il più debole Sud sarebbe stato condannato. In una lunga, faticosa guerra di logoramento, l’aritmetica era tutto contro la più povera e meno popolata Confederazione. Di conseguenza, Lee era disposto a prendere azzardi terribili, non perché il Sud potesse permettersi di perderli, ma perché non poteva permettersi di non vincerli, già solo per il fatto di astenersi dall’assumerli"(13).

(1) Cfr. R. Luraghi, Storia della guerra civile americana cit., spec. pp. 20-104.
(2) R. E. Lee a J. Seddon, 10 gennaio 1863 in C. Dowdey & L. H. Manarin (a cura di), The Wartime Papers of Robert E. Lee , p. 389.
(3) E.Lee a A. Hunter, 11 gennaio 1865 riprodotta per intero in A. T. Nolan, Lee Considered cit., pp. 175-77.
(4) R.G. Tanner, Retreat to Victory? Confederate Strategy Reconsidered, p. 148.
(5) cfr. L.J. Daniel, Soldiering in the Army of Tennessee, Chapel Hill: University of North Carolina Press, pp. 141-42.
(6) A. Castel, Decision in the West: The Atlanta campaign of 1864, cit. p.350.
(7) E.Lonn, Desertion During the Civil War, Lincoln: University of Nebraska Press, 1998 (repr. ed. 1924), p.124.
(Cool M.A. Weitz, More Damning than Slaughter: Desertion in the Confederate Army, Lincoln: University of Nebraska Press, 2005, pp. 171-73.
(9) G.W. Gallagher, The Confederate War, cit. pp. 124-140.
(10) R. Johnston, “Turning-Points in the Civil War” in American Historical Association Annual Report for the Year 1894, Washington: GPO, 1895, p.93.
(11) Per la vicenda che qui non possiamo esaminare nel dettaglio, al pari del piano di Lee per creare una diversione con un’armata affidata al generale Beauregard, cfr. OR vol. 18 pp. 1062-63, 1066-67, 1071-73, 1076-80, 1082-84, 1092; vol. 25 pt. 2 pp. 831-33, 868-69, 908, 946-47.  
(12) E. B. Coddington, The Gettysburg Campaign: A Study in Command, New York 1968 ,p.259.
( 13) S.E. Woodworth, Lee & Davis at War cit. p. 328.

(21.- CONTINUA)

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Banshee il Gio 23 Gen 2014 - 20:22

Quanto poi alla seconda questione, crediamo di avervi già risposto in gran parte, lasciando la parola alla documentazione stessa. Del resto, è Lee stesso a indicarci quale fossero le sue intenzioni. In una conversazione con William Allan (ex ufficiale di stato maggiore del II° corpo d’armata) avvenuta pochi anni dopo la guerra, Lee affermò che “Il Sud era troppo debole per condurre una guerra di invasione, e i suoi movimenti offensivi contro il nord non sono mai stati intesi se non come parti di un sistema difensivo (…) Stare fermi a Fredericksburg avrebbe dato loro [ai federali] il tempo di raccogliere le forze e di avviare una nuova campagna basata sul vecchio piano. Andando in Pennsylvania, egli intendeva distogliere la loro attenzione, costringendoli a pensare a Washington invece che a Richmond, e [al tempo stesso] ottenere ampi rifornimenti per il suo esercito . Egli non voleva combattere se fosse stato possibile, a meno che non si fosse presentata una buona occasione per colpirli separatamente. [Lee] Riteneva, tuttavia, con ogni probabilità che sarebbe stato necessario dare battaglia prima del suo ritorno [in Virginia] in autunno, così come sarebbe stato difficile ritirarsi senza essa. Egli non aveva alcun progetto di occupare permanentemente la Pennsylvania. [Lee] Era preoccupato circa i rifornimenti [per la sua armata] , essendo così debole che a tal scopo aveva dovuto risparmiare la propria forza. Si aspettava quindi di muovere, manovrare e mettere nel panico il nemico, minacciando le città, impartendo ogni colpo che fosse in grado di portare senza rischiare una battaglia generale e quindi all’approssimarsi dell’autunno ritornare alla base più vicina”. Parole che trovano ampia conferma nelle memorie dell’ex tenente-colonnello Charles Marschall, Aide-de-Camp di Lee nello Stato Maggiore del generale virginiano, il quale ricorda quale fosse il pensiero di Lee al riguardo con le seguenti parole “come nella campagna del 1862, allo stesso modo nella campagna del 1863 il desiderio di tenere impegnato il nemico a una certa distanza da Richmond e l’impossibilità di mantenere la sua armata abbastanza a lungo intorno a Washington per senza muovere a nord del Potomac, condussero all’invasione del Maryland e della Pennsylvania (…) Certo, nel mentre era impegnato a ottenere questi risultati, il Generale Lee era conscio dei risultati che avrebbero potuto seguire un deciso successo sul campo (…) Una vittoria sull’Armata Federale in Virginia avrebbe condotto ad un rafforzamento del partito della pace nel Nord, ma solo nella misura in cui avrebbe portato a credere la popolazione settentrionale che essa non avrebbe potuto ottenere un successo (…) I “copperheads” divenivano più deboli ogni volta che le armate Federali avevano vincenti, e ogni argomento a favore della pace nel Nord sarebbe stato molto più convincente se la vittoria avesse messo Washington, Baltimore, o Philadelphia nel nostro immediato raggio d’azione piuttosto che se ottenuta in Virginia”. Gli obiettivi di Lee erano dunque chiari: foraggiare l’armata nel ricco Nord, dividere il nemico attraverso la manovra e batterlo separatamente ove l’occasione si fosse presentata, costringerlo a ritirarsi e minacciare la capitale unionista o i grandi centri industriali fino ad ottenere che nella popolazione settentrionale si facesse largo e prevalesse il partito della pace. Sebbene Raimondo Luraghi abbia, anche recentemente, tentato di rilanciare la tesi di un Lee tutto proteso alla ricerca di una battaglia di annientamento del nemico sul campo, in pieno stile napoleonico e decisiva per le sorti della guerra, l’insieme delle fonti, in effetti, suggerisce una soluzione diversa da quella prospettata dall’illustre accademico italiano. Del resto la sua tesi, che egli deriva direttamente da Russell F. Weigley, è sempre apparsa del tutto minoritaria (se non addirittura isolata) tra gli studiosi della campagna; né può sfuggire come lo stesso Weigley, più recentemente pare aver abbandonato quest’ipotesi di lavoro, per approdare a conclusioni diverse e in parte condivisibili: Lee non aveva come scopo primario la distruzione dell’armata nemica, ma la sua condotta operazionale era così dominata dai principi napoleonici che, in una qualche misura, assumendo l’offensiva, uno scontro con il nemico sarebbe stato inevitabile. Di sicuro Lee era troppo intelligente per non sapere che prima o poi avrebbe incontrato il nemico sul campo: ma dare battaglia (to give) e offrire battaglia (to offer) nel lessico di Lee avevano un preciso e diverso significato. Nel primo caso la scelta era di attaccare immediatamente, senza poter attendere con il fine di distruggere fisicamente il nemico; nel secondo, solo in condizioni favorevoli e in modo che un’eventuale vittoria si ripercuotesse non tanto sul nemico ma sulla popolazione civile. Sotto un profilo strategico, dunque, prendendo come punto di riferimento l’opera del teorico prussiano Hans Delbrueck (probabilmente il maggior studioso dell’arte e storia militare) possiamo concludere che quella di Lee non era una “strategia di annientamento”, ma “di attrito”, sotto molti profili comparabile a quella seguita da Napoleone dopo il 1809, se non già dopo la terribile carneficina di Eylau, due anni prima. Visto il conto in perdite seguito alla battaglia di Wagram, Napoleone si rese conto di due elementi fondamentali: da una parte intuì che il nemico aveva capito (e imitato) la sua strategia operazionale e tattica, sicché i suoi successi non sarebbero continuati a lungo ovvero solo a costo di inauditi sacrifici in termini di uomini e mezzi. Dall’altra, che il numero degli avversari si accresceva e non era possibile trovare altra soluzione se non di natura politica. Il tentativo di invasione della Russia, per quanto fallito miseramente, e la sua ricerca di una larga forza di coalizione tra gli stati satellite o alleati con la Francia, rappresentava la sua risposta: e non era di natura militare, anche se si tradusse in un’impresa bellica, giacché il suo scopo non era quello di occupare la Russia, ma di costringere lo Zar (il più fedele alleato del suo nemico principale, ossia l’Inghilterra) ad addivenire ad una pace ragionevole. Parimenti, Lee non si proponeva alcuna occupazione del territorio settentrionale, né di affrontare una battaglia sul campo che annientasse il nemico definitivamente. Ciò che occorreva era una terza vittoria consecutiva che affossasse il morale dell’esercito unionista e della popolazione civile: e quello era il momento e il luogo per trasformare una semplice battaglia militare in una battaglia politica e di volontà. Su quel campo solo poteva prevalere il Sud. Il 3 luglio 1863, dopo due giorni di battaglia furiosi, il cui esito fu a lungo favorevole ai confederati, quell’idea si infranse: per quanto le perdite subite fossero pari, se non addirittura inferiori a quelle inflitte al nemico, l’Armata della Virginia Settentrionale aveva perso a Gettysburg gran parte, se non tutta, la propria capacità offensiva e di intimidazione. Non a caso, pochi giorni dopo, a Falling Waters, verrà impartito agli uomini l'ordine di trincerarsi in attesa dell'attacco federale; era la prima volta, ma sarebbe stata una costante da quel momento in poi. Poteva andare diversamente? Certo, se nei giorni immediatamente precedenti alla battaglia di Gettysburg, si fosse presentato a Lee un gruppo di uomini provenienti dal futuro e vestiti in modo curioso e lo avessero convinto a provare l’efficacia delle armi automatiche AK-47 che recavano con loro a migliaia, come immaginato dal romanziere Harley Turtledove, senza ombra di dubbio, sì. Senza ricorrere all’immaginazione, forse la Confederazione e il Presidente Davis avrebbero potuto semplicemente pensare che quello era il momento propizio per concentrare ogni forza e risorsa e affidarla al suo impareggiabile condottiero. Semplicemente, questo.

(22 :-) FINE)
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  dan-acw il Gio 23 Gen 2014 - 20:30

complimenti per l'eccellente lavoro e l'impressionante mole di informazioni fornite e che offrono molti punti di discussione.

  
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Giancarlo il Sab 25 Gen 2014 - 12:46

Complimenti Banshee, degno di una tesi universitaria o di una pubblicazione editoriale. cheers 
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Banshee il Sab 25 Gen 2014 - 14:22

Grazie a tutti per i complimenti. Con il consenso del nostro Comandante Supremo dovrebbe apparire sul sito una versione completa di tutti i riferimenti e con alcune aggiunte. Spero, soprattutto, di aver fornito qualche spunto per future "battaglie" tra appassionati sul nostro forum.

Banshee study 
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Benjamin F. Cheatham il Sab 25 Gen 2014 - 16:51

Mi ero perso l'ultima parte, errore imperdonabile, letta subito. Come commentare....un lavoro di un livello superiore e stramerita di apparire nel sito e oltre......Bravo Stefano!

Claudio


Ultima modifica di Benjamin F. Cheatham il Sab 25 Gen 2014 - 16:57, modificato 1 volta
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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 25 Gen 2014 - 16:56

Lavoro superbo, degno dei migliori storici (americani), i miei complimenti!!!!!

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  Generale Meade il Sab 25 Gen 2014 - 20:41

Complimenti per il grande impegno e la passione dimostrata a profusione nello svolgere questo imponente lavoro.

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  P.G.T. Beauregard il Dom 26 Gen 2014 - 1:17

Bravo, un bellissimo e interessante pezzo. Grazie per averlo condiviso con noi.

Ciao

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  P.G.T. Beauregard il Sab 1 Feb 2014 - 13:05

Vi avviso anche qui che la versione completa ed estesa di questo brano è stata pubblicata sul sito: Perchè Gettysburg (Leggi).

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Re: Perchè Gettysburg

Messaggio  R.E.Lee il Dom 2 Feb 2014 - 19:13

Finamente ho avuto il tempo di leggere l'ultimo capitolo del lavoro di Banshee: mi complimento con Lui per la sua opera che gli è costata tempo e fatica...è un lavoro semplicemente bello ed esaustivo con teorie convincenti perchè basate su fatti e documentazioni certe.  La narrazione è scorrevole e comprensibile anche ai neofiti.....

Bravo Banshee!!!!!!!!!!!!! Very Happy 

Lee study

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Per discutere di come e perché la Confederazione decise di invadere la Pennsylvania nel 1863, delle manovre e delle scaramucce che portarono alla battaglia di Gettysburg, della condotta delle truppe e degli ufficiali durante le manovre in Pennsylvania e Marlyland, degli scontri avvenuti durante la ritirata e l'inseguimento dopo la battaglia utilizzare la seguente discussione:

La campagna di Gettysburg: L'invasione della Pennsylvania del 1863 e la campagna di Gettysburg

Per discutere in modo generico della battaglia di Gettysburg o in modo più approfondito delle delle singole fasi dello scontro utilizzare invece le apposite discussioni riservate (oppure crearne una nuova se non esiste ancora in questo elenco):

La battaglia: La battaglia di Gettysburg: 1, 2 e 3 luglio 1863
Primo luglio: La battaglia di Gettysburg: primo giorno, azione del generale Buford (clicca per aprire)
Primo luglio: La battaglia di Gettysburg: primo giorno, tardo pomeriggio e sera
Due luglio: La battaglia di Gettysburg: secondo giorno, l'attacco di Hood a Little Round Top
Tre luglio: La battaglia di Gettysburg: terzo giorno, la carica di Pickett - Discussione tattica

Messaggio modificato dall'utente P.G.T. Beauregard (Amministratore) il 01/07/2014, ore 15:00.
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