E.L. Doctorow - "La Marcia"

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

E.L. Doctorow - "La Marcia"

Messaggio  George Armstrong Custer il Ven 12 Giu 2009 - 19:31

Ho trovato questo articolo sul "Corriere della Sera", che recensisce il libro "La Marcia" di E.L.Doctorow,edito da Mondadori,di cui si è già parlato nei libri sulla ACW in Italiano,che racconta della invasione di Sherman nel Sud.

Caddero seicentomila persone nella Guerra Civile americana tra il 1861 e il 1865, e tutte quelle morti,le mine,piantate nei campi di cotone, il tifo e la sifilide, liberarono per sempre la guerra del suo alone romantico. «La guerra è l' inferno», dichiarò il generale William Tecumseh Sherman, che pure ne era uscito vittorioso consegnando il Sud ribelle al presidente Lincoln. E oggi lo scrittore americano E.L. Doctorow, ricordando le parole di quel celebre discorso, dice «Vorrei che il presidente Bush avesse valutato quella frase prima di lanciarsi in questa guerra», con il pensiero rivolto all' Iraq. In effetti è difficile non cogliere un parallelo tra il modo con cui Sherman motivò la sua decisione di punire Atlanta incendiandola («Coloro che hanno portato il nostro Paese alla guerra meritano tutte le imprecazioni e le maledizioni di cui un popolo è capace») e le motivazioni di un Presidente colmo di rabbia all' indomani dell' 11 settembre. Ma le vie della letteratura raramente sono rettilinee e la domanda «Perché un libro su Sherman e perché oggi?», che poniamo all' autore di La marcia (Mondadori) in un caffè davanti alla New York University , incontra un Doctorow riflessivo. «Me lo sono chiesto anch' io. Vent' anni fa lessi un saggio storico che scomponeva nei dettagli la marcia dell' armata di Sherman attraverso la Georgia e le due Caroline, e pensai che sarebbe stata una perfetta anima di ferro a cui fare aderire un romanzo come un vestito. Ma non ne feci nulla. Poi tre anni fa mi è bastato vedere per caso una foto di Sherman e i suoi generali davanti a un accampamento, e ho cominciato a scrivere spinto dall' urgenza. Se questo significhi che è stata una presa di coscienza della situazione in Iraq, io non lo so. Quello che so è che quando scrivi un libro ambientato nel passato, quello che stai descrivendo realmente è il presente». Sarà per questo, o sarà per l' abilità con cui Doctorow riesce a conquistare il lettore attraverso le avventure di una dozzina di personaggi veri e inventati: sta di fatto che La marcia è il bestseller che lo ha rilanciato a settantasei anni, restituendogli quel prestigio che si era lievemente appannato dopo che nessuno tra i nove romanzi della sua carriera, incluso Billy Bathgate, aveva eguagliato la brillantezza di Ragtime. Il Grande Romanzo della Guerra Civile americana è un genere conservatore, da Via col vento a Cold Mountain, ma Doctorow riesce a rinnovarlo con un vigore narrativo che ben si adatta al suo soggetto: quello di una massa umana devastatrice, «una rivoluzione in movimento», un esercito di migliaia di persone incattivite dalla fame e sfiancate dalla rabbia, che nel 1864 marciarono attraverso il cuore della Georgia, incendiarono Atlanta, svoltarono a sudest vero il mare, per raggiungere Savannah a Natale e consegnare la città al presidente Lincoln, e poi dirigersi a nord verso le due Caroline. «C' era qualcosa in quella marcia che non aveva precedenti in tutta la Guerra Civile», spiega Doctorow. «Non riconosceva alcuna distinzione tra militari e civili, era una forza devastatrice che si spostava facendo razzia dei prodotti della terra, dei cavalli, del combustibile, di tutto ciò che era proprietà altrui. È questo che mi interessava: il suo essere un immenso serpente di sessantaduemila soldati largo trenta miglia, a cui erano costretti a unirsi gli schiavi liberati che non potevano rimanere indietro senza incorrere in rappresaglie, e persino i bianchi a cui la marcia aveva tolto tutto». Emily, la nubile figlia del giudice Thompson, la chiama «un mondo fluttuante» quando, morto il padre, attacca il cavallo da tiro al calesse e decide di unirsi a lei. «Bastava seguire le strade più battute, e di lì a poco udivi un suono innaturale per la campagna. E poi ne sentivi l' odore». L' odore di migliaia di persone non lavate, dei loro escrementi, delle carogne dei cavalli abbattuti: una melma in cui si dibattono la schiavetta liberata Pearl che è così giovane e così chiara di pelle da riuscire a passare per un tamburino, e Stephen Walsh, il soldato perbene che viene da New York e s' innamorerà di lei; i due disertori sudisti Arly e Will le cui avventure in uniforme yankee riescono a essere comiche anche nella tragedia; il dottor Sartorius che affonda le mani fino ai polsi nelle ferite dei soldati; e Sherman stesso, naturalmente: il generale innamorato del «grande e bellissimo gioco della guerra», che fa la sua prima apparizione in groppa a un cavallo troppo basso, «così che i suoi piedi praticamente toccavano terra». «Sherman era un uomo pieno di conflitti. Era razzista, non voleva i neri nell' esercito, ed era legato da affetto al Sud dove aveva frequentato l' accademia militare. E quindi aveva un rapporto molto conflittuale con questa guerra. Ma era un patriota e su una cosa era chiaro: la secessione dei confederati era un tradimento che andava punito. E avrebbe usato qualunque misura perché ciò accadesse», dice Doctorow. A Sherman non piaceva che gli schiavi liberati si attaccassero al suo esercito, e in una occasione ripresa da La marcia fece saltare un ponte per lasciarli indietro, consegnandoli alla vendetta dei sudisti. «La guerra è crudeltà», disse. «Più crudele è, prima finisce». «Io credo che questo sia il modo in cui abbiamo combattuto la guerra in Vietnam e anche in Iraq, senza fare distinzione tra la popolazione civile e l' esercito», si rammarica Doctorow. Il quale sceglie di concludere il suo ritratto del generale Sherman dandone un' immagine che si discosta sia da quella del pazzo sanguinario il cui nome è ancora una bestemmia al Sud, sia da quella del genio strategico ammirato da molti al Nord. «Era una persona molto intensa», dice. «Gli offrirono di correre per la presidenza degli Stati Uniti, ma non ne volle sapere. Prima della guerra aveva avuto un terribile esaurimento nervoso e aveva anche tentato di suicidarsi. Oggi lo definiremmo un maniaco depressivo. Ma alla gente del Sud che gridò che era un barbaro disse: quando la guerra sarà finita ti tratterò come un fratello e ti aiuterò. E lo fece. Andò negli stessi luoghi che aveva devastato, e si mise a lavorare per la ricostruzione». * * * Scrittore e romanzo E. L. Doctorow è nato a New York nel 1931. Ha ottenuto grande successo nel 1975 con «Ragtime» Il suo nuovo romanzo, «La marcia», è edito da Mondadori (traduzione di Vincenzo Mantovani, pagine 368, euro 18).

Manera Livia

Pagina 41
(5 aprile 2007) - Corriere della Sera

_________________
Garry Owen
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questa immagine]

George Armstrong Custer
Moderatore - Tenente-generale
Moderatore - Tenente-generale

Numero di messaggi : 2454
Data d'iscrizione : 30.12.08
Età : 60
Località : Roma

Vedere il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

E.L. Doctorow - "La Marcia"

Messaggio  George Armstrong Custer il Sab 13 Giu 2009 - 14:03

Il libro "La marcia" di Doctorow l'ho letto e,a mio parere,è molto bello.Considerate che si tratta di un romanzo storico e in quella specie va considerato.Si tratta di un libro che va oltre la drammaticità di quel periodo,è un libro sulla crudeltà della guerra vista come una metafora.Comunque, viene narrata in modo serrato la realtà della guerra civile americana.
Per quanto concerne l'invasione del Sud da parte delle truppe di Sherman,ho letto recentemente una intervista rilasciata dallo storico James M.McPherson che sostiene che nel Meridione le devastazioni effettuate dalle truppe Nordiste sono ancora ben presenti nella memoria collettiva delle popolazioni degli Stati dove è avvenuta l'invasione e lo stesso nome di Sherman è quasi impronunziabile presso di loro.Si può a questo punto dedurre che le ferite della guerra civile sono ancora sentite in dette popolazioni.
La figura di Sherman come generale è stata oggetto-come si è visto nei post del ns Forrest-di valutazioni controverse.Nel Sud viene considerato un criminale,nel Nord un grande stratega,anche se le correnti "liberal" del Nord hanno anche loro delle perplessità su Sherman.
Gli storici hanno opinioni diverse:alcuni sostengono che gli incarichi dati a Sherman siano dovuti al grande legame che Sherman aveva instaurato con Grant che lo considerava il suo più fidato luogotenente.Questo forte legame tra di essi,spinse Grant a preferirlo a Thomas,il quale fu oggetto,tra l'altro, di critiche denigratorie da parte di Sherman.

_________________
Garry Owen
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questa immagine]

George Armstrong Custer
Moderatore - Tenente-generale
Moderatore - Tenente-generale

Numero di messaggi : 2454
Data d'iscrizione : 30.12.08
Età : 60
Località : Roma

Vedere il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto

- Argomenti simili

 
Permesso di questo forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum